Piccoli passi, danni enormi
Ferdinando Giugliano , di FERDINANDO GIUGLIANOLa manovra del governo è un'accozzaglia di misure mediocri: abbandona la strada della prudenza senza imboccare quella della crescita dell’economia
La bocciatura del quadro di finanza pubblica da parte della Commissione europea rischia di essere l'ennesima arma di distrazione di massa della propaganda di Lega e 5 Stelle. La distanza tra i programmi del governo italiano e le regole decise a livello europeo era tale da rendere inevitabile un richiamo dell'Ue. Ma gli attacchi che sono già partiti da Roma verso Bruxelles finiranno soltanto per mettere in secondo piano la questione che più dovrebbe stare a cuore agli italiani, ovvero la qualità della prossima legge di bilancio.
Il problema della politica economica giallo-verde non è infatti la disapprovazione dell'Europa. È che si tratta di un'accozzaglia di misure mediocri, che abbandonano la strada della prudenza senza imboccare quella della crescita. L'ennesimo esempio, insomma, di come il governo faccia danni senza fare praticamente nulla.
La manovra economica allo studio del governo porterà il deficit pubblico al 2,4…
Il problema della politica economica giallo-verde non è infatti la disapprovazione dell'Europa. È che si tratta di un'accozzaglia di misure mediocri, che abbandonano la strada della prudenza senza imboccare quella della crescita. L'ennesimo esempio, insomma, di come il governo faccia danni senza fare praticamente nulla.
La manovra economica allo studio del governo porterà il deficit pubblico al 2,4…
La bocciatura del quadro di finanza pubblica da parte della Commissione europea rischia di essere l'ennesima arma di distrazione di massa della propaganda di Lega e 5 Stelle. La distanza tra i programmi del governo italiano e le regole decise a livello europeo era tale da rendere inevitabile un richiamo dell'Ue. Ma gli attacchi che sono già partiti da Roma verso Bruxelles finiranno soltanto per mettere in secondo piano la questione che più dovrebbe stare a cuore agli italiani, ovvero la qualità della prossima legge di bilancio.
Il problema della politica economica giallo-verde non è infatti la disapprovazione dell'Europa. È che si tratta di un'accozzaglia di misure mediocri, che abbandonano la strada della prudenza senza imboccare quella della crescita. L'ennesimo esempio, insomma, di come il governo faccia danni senza fare praticamente nulla.
La manovra economica allo studio del governo porterà il deficit pubblico al 2,4% del prodotto interno lordo nel 2019, dall'1,8% di quest'anno. Le regole europee, concordate anche dall'Italia, chiedono al nostro paese una correzione in termini strutturali (ovvero al netto di provvedimenti una tantum e del ciclo economico) di 0,6 punti percentuali di Pil. Le misure previste faranno invece peggiorare il saldo strutturale di 0,8 punti percentuali.
Era dunque inevitabile che la Commissione scrivesse al ministro dell'Economia per segnalargli il pericolo di sforamento. Tempo poche ore e sono arrivate le repliche indignate del governo.
Luigi Di Maio ha subito detto che si aspettava che la legge di bilancio non sarebbe piaciuta all'Ue. "Questa Europa è finita", ha aggiunto minaccioso il leader del Movimento 5 Stelle. Identici i toni di Matteo Salvini: per il ministro dell'Interno fra sei mesi "l'Europa dei banchieri" verrà licenziata dagli elettori - un chiaro riferimento alle elezioni europee di primavera, dove è prevista un'avanzata dei partiti sovranisti.
Questa retorica è tanto muscolare quanto irrilevante. Il vero problema è se la cosiddetta "manovra del popolo" piacerà all'economia italiana e ai creditori che finanziano i nostri oltre 2300 miliardi di debito pubblico. E qui ci sono due questioni che i vicepremier farebbero bene a spiegare - agli italiani, e non a Bruxelles. La prima è come la manovra risponda alle loro promesse di dare uno shock all'economia, "abolire la povertà" e cambiare il paradigma dell'austerity. Il contratto di governo prevedeva misure per un costo totale di circa 125 miliardi di euro, tra cui, ad esempio un sistema fiscale a due aliquote (15% e 20%). Cosa è rimasto di tanta gloria? L'eredità della mitologica "flat tax" è uno sgravio fiscale, soltanto per i lavoratori autonomi, del valore di un paio di miliardi.
Ai sussidi alla povertà verranno destinati forse 8-10 miliardi, la metà di quanto promesso nel contratto, limitando fortemente la platea di beneficiari. E visto che il deficit non potrà superare il 2,4%, Lega e 5 Stelle dovranno trovare comunque tagli alla spesa e aumenti delle tasse se vorranno completare questo già minimo programma. La rivoluzione giallo-verde si è fermata ancora prima di iniziare.
Il secondo problema è che anche questi piccoli passi hanno la capacità di fare danni enormi. I rendimenti dei titoli di stato italiani a 10 anni hanno superato il 3,4%, e sono ai massimi dal marzo del 2014. Quel che è peggio, la credibilità del governo davanti ai mercati è ai minimi: la decisione di questa settimana di abbassare il target di deficit per il 2020 e 2021, da 2,4% per due anni a 2,1% e 1,8% non ha prodotto nessun effetto benefico per i Btp.
A pesare sono previsioni di crescita troppo ottimistiche e l'assenza di un piano credibile di contenimento della spesa futura. La conseguenza sarà un aumento della spesa per interessi, che sottrarrà risorse al funzionamento della macchina pubblica, e del costo di finanziamento per le banche, che rischia di far salire il costo dei prestiti alle aziende e alle famiglie. Lega e 5 Stelle stanno dunque riuscendo in una doppia impresa: tradire il contratto di governo e porre l'Italia in una situazione di enorme vulnerabilità. L'economia rischia di non arrivare integra al voto europeo di maggio. Anche se lo facesse, il nuovo parlamento europeo non sarà certo più disposto dell'attuale a aiutare l'Italia. Purtroppo per Di Maio e per Salvini, le sceneggiate con Bruxelles non bastano a cancellare la realtà.
Il problema della politica economica giallo-verde non è infatti la disapprovazione dell'Europa. È che si tratta di un'accozzaglia di misure mediocri, che abbandonano la strada della prudenza senza imboccare quella della crescita. L'ennesimo esempio, insomma, di come il governo faccia danni senza fare praticamente nulla.
La manovra economica allo studio del governo porterà il deficit pubblico al 2,4% del prodotto interno lordo nel 2019, dall'1,8% di quest'anno. Le regole europee, concordate anche dall'Italia, chiedono al nostro paese una correzione in termini strutturali (ovvero al netto di provvedimenti una tantum e del ciclo economico) di 0,6 punti percentuali di Pil. Le misure previste faranno invece peggiorare il saldo strutturale di 0,8 punti percentuali.
Era dunque inevitabile che la Commissione scrivesse al ministro dell'Economia per segnalargli il pericolo di sforamento. Tempo poche ore e sono arrivate le repliche indignate del governo.
Luigi Di Maio ha subito detto che si aspettava che la legge di bilancio non sarebbe piaciuta all'Ue. "Questa Europa è finita", ha aggiunto minaccioso il leader del Movimento 5 Stelle. Identici i toni di Matteo Salvini: per il ministro dell'Interno fra sei mesi "l'Europa dei banchieri" verrà licenziata dagli elettori - un chiaro riferimento alle elezioni europee di primavera, dove è prevista un'avanzata dei partiti sovranisti.
Questa retorica è tanto muscolare quanto irrilevante. Il vero problema è se la cosiddetta "manovra del popolo" piacerà all'economia italiana e ai creditori che finanziano i nostri oltre 2300 miliardi di debito pubblico. E qui ci sono due questioni che i vicepremier farebbero bene a spiegare - agli italiani, e non a Bruxelles. La prima è come la manovra risponda alle loro promesse di dare uno shock all'economia, "abolire la povertà" e cambiare il paradigma dell'austerity. Il contratto di governo prevedeva misure per un costo totale di circa 125 miliardi di euro, tra cui, ad esempio un sistema fiscale a due aliquote (15% e 20%). Cosa è rimasto di tanta gloria? L'eredità della mitologica "flat tax" è uno sgravio fiscale, soltanto per i lavoratori autonomi, del valore di un paio di miliardi.
Ai sussidi alla povertà verranno destinati forse 8-10 miliardi, la metà di quanto promesso nel contratto, limitando fortemente la platea di beneficiari. E visto che il deficit non potrà superare il 2,4%, Lega e 5 Stelle dovranno trovare comunque tagli alla spesa e aumenti delle tasse se vorranno completare questo già minimo programma. La rivoluzione giallo-verde si è fermata ancora prima di iniziare.
Il secondo problema è che anche questi piccoli passi hanno la capacità di fare danni enormi. I rendimenti dei titoli di stato italiani a 10 anni hanno superato il 3,4%, e sono ai massimi dal marzo del 2014. Quel che è peggio, la credibilità del governo davanti ai mercati è ai minimi: la decisione di questa settimana di abbassare il target di deficit per il 2020 e 2021, da 2,4% per due anni a 2,1% e 1,8% non ha prodotto nessun effetto benefico per i Btp.
A pesare sono previsioni di crescita troppo ottimistiche e l'assenza di un piano credibile di contenimento della spesa futura. La conseguenza sarà un aumento della spesa per interessi, che sottrarrà risorse al funzionamento della macchina pubblica, e del costo di finanziamento per le banche, che rischia di far salire il costo dei prestiti alle aziende e alle famiglie. Lega e 5 Stelle stanno dunque riuscendo in una doppia impresa: tradire il contratto di governo e porre l'Italia in una situazione di enorme vulnerabilità. L'economia rischia di non arrivare integra al voto europeo di maggio. Anche se lo facesse, il nuovo parlamento europeo non sarà certo più disposto dell'attuale a aiutare l'Italia. Purtroppo per Di Maio e per Salvini, le sceneggiate con Bruxelles non bastano a cancellare la realtà.