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 Papa Paolo VI 

Montini santo, un segnale all'Europa

Papa Francesco non canonizza il Paolo VI della settimana nera del concilio o del piano per dividere i gesuiti ma il pontefice di Evangelii nuntiandi, del viaggio in India e della riforma liturgica, del dialogo 
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Quando papa Pacelli proclamò santo Pio X, ruppe una tradizione millenaria, coeva alla istituzione del “processo di canonizzazione” che dà cornice giuridica all’atto con cui il pontefice impersona l’infallibilità del popolo di Dio. Quel che contava nella chiesa del secondo millennio era che il “Santo Padre” fosse tale da vivo: per pochissimi la decantazione del tempo avrebbe aperto la via agli altari. Nel 1954, invece, Pio XII decideva di canonizzare un Papa che aveva conosciuto da giovane e che con l'ossessione per i “modernisti”, forniva un modello di repressione al quale Pacelli voleva ispirarsi.

Grazie a quel precedente Paolo VI avrebbe potuto assecondare la proposta di canonizzare Giovanni XXIII, in concilio, senza processo, e dare alla riforma del papato e della chiesa il suo santo: ma non volle e aprì una causa ordinaria fatta per non finire mai. 

Mai avrebbe immaginato che un suo successore &…
Quando papa Pacelli proclamò santo Pio X, ruppe una tradizione millenaria, coeva alla istituzione del “processo di canonizzazione” che dà cornice giuridica all’atto con cui il pontefice impersona l’infallibilità del popolo di Dio. Quel che contava nella chiesa del secondo millennio era che il “Santo Padre” fosse tale da vivo: per pochissimi la decantazione del tempo avrebbe aperto la via agli altari. Nel 1954, invece, Pio XII decideva di canonizzare un Papa che aveva conosciuto da giovane e che con l'ossessione per i “modernisti”, forniva un modello di repressione al quale Pacelli voleva ispirarsi.

Grazie a quel precedente Paolo VI avrebbe potuto assecondare la proposta di canonizzare Giovanni XXIII, in concilio, senza processo, e dare alla riforma del papato e della chiesa il suo santo: ma non volle e aprì una causa ordinaria fatta per non finire mai. 

Mai avrebbe immaginato che un suo successore — Giovanni Paolo II — avrebbe fatto saltare tutte queste prudenze e riscritto la grammatica della canonizzazione: non più rari casi in cui la devozione popolare viene filtrata dal potere che eterna una figura, ma espressione di una onnicomprensiva devozione del potere che consegna al popolo figure da consumare in tempo. Così che le sole canonizzazioni importanti sono quelle che Wojtyla non fece: come quelle di monsignor Romero, o di don Diana, o di don Puglisi. 

In questa santità inflazionata varie cause dei Papi si sono risolte: Roncalli santo, Pio IX beato aprendo la via ad una esondazione di santità papale. Ratzinger ha beatificato il predecessore poi canonizzato e ha firmato l’eroicità delle virtù di Pio XII. Francesco ha dato il via libera per Giovanni Paolo I, e ora canonizza Paolo VI.
Bergoglio, come Pio XII nel 1954, canonizza il Papa della sua giovinezza e il modello del suo papato. Sul piano del processo molto, moltissimo, è dovuto al lavoro invisibile e preziosissimo di padre Leonardo Sapienza, che è diventato “il Capovilla di Montini” e con una serie di piccole opere ed edizioni di fonti ha smagato l’immagine del Papa incerto, umanizzandone le angosce e gli slanci. Ma la decisione di Francesco non è tecnica ma di immedesimazione. Francesco non canonizza il Paolo VI della settimana nera del concilio, della rimozione di Lercaro, del piano per dividere i gesuiti, della Lex ecclesia fundamentalis. Canonizza il Papa di Evangelii nuntiandi, del viaggio in India, del bacio ai piedi di Melitone, della esclusione degli ottantenni ultraconservatori, della riforma liturgica, del dialogo. Canonizza il Papa che i Burke degli anni Sessanta chiamavano “usurpatore, “antipapa”, “anticristo”. 

Eppure la canonizzazione ha un valore politico. Paolo VI non gode di una ostilità come quella italiana per Pio IX, il decapitatore di patrioti. Ma al cattolicesimo dell’Europa politica dice qualcosa di rilevante. “Papa democristiano”, secondo una definizione irriverente ed esatta, Montini è stato l’unico Papa con una coscienza politica democratica matura. L’unico a chiedersi, dalla costituente ai giorni di Moro, non come i cattolici potevano usare la democrazia dove erano maggioranza, ma come i cattolici dovevano costruire la democrazia in una fedeltà ai principi di libertà che il giovane traduttore di Maritain aveva appreso e insegnato quando la chiesa formava le coscienze e quando a cena con La Pira, Dossetti e Fanfani parlava di costituzione. Alla viglia del grande assalto populista al Partito popolare europeo e all’Europa, fatto ungendo con “valori” cristiani nostalgie fasciste, far santo Montini è un segnale preciso.