Stefano Cucchi, la verità che era sotto gli occhi di tutti. E ora Salvini chieda scusa
Carlo Bonini
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di CARLO BONINI
Adesso che c'è la confessione di uno degli imputati per la vicenda della morte del 31enne, il ministro dell'Interno dovrebbe avere la decenza di chiedere scusa a Ilaria Cucchi. L'aveva invitata vergognarsi per aver postato sui social la foto al mare di uno dei carabinieri carnefici di suo fratello
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Notte del 15 ottobre 2009, mattina dell'11 ottobre 2018. In una coincidenza temporale che è insieme raggelante e simbolica, a nove anni esatti dalla notte in cui venne pestato a sangue nella caserma dei carabinieri dove, dopo l'arresto, doveva essere fotosegnalato, Stefano Cucchi e il fantasma del suo corpo violato possono forse davvero riposare in pace. La confessione di uno dei suoi carnefici - il carabiniere Francesco Tedesco - riconcilia la verità processuale sul suo omicidio con quella dei fatti, delle evidenze, delle testimonianze che la resilienza di una famiglia, di un avvocato (Fabio Anselmo), di un perito anatomopatologo (Vittorio Fineschi), di un pubblico ministero ostinato, capace e integro (Giovanni Musarò), non si sono stancati di cercare e documentare. Che era sotto gli occhi di tutti, se soltanto tutti avessero voluta vederla quando, da subito, si era disvelata. Quando, era il 23 ottobre 2009, su un tavolo di marmo dell'Istituto di anat…
Notte del 15 ottobre 2009, mattina dell'11 ottobre 2018. In una coincidenza temporale che è insieme raggelante e simbolica, a nove anni esatti dalla notte in cui venne pestato a sangue nella caserma dei carabinieri dove, dopo l'arresto, doveva essere fotosegnalato, Stefano Cucchi e il fantasma del suo corpo violato possono forse davvero riposare in pace. La confessione di uno dei suoi carnefici - il carabiniere Francesco Tedesco - riconcilia la verità processuale sul suo omicidio con quella dei fatti, delle evidenze, delle testimonianze che la resilienza di una famiglia, di un avvocato (Fabio Anselmo), di un perito anatomopatologo (Vittorio Fineschi), di un pubblico ministero ostinato, capace e integro (Giovanni Musarò), non si sono stancati di cercare e documentare. Che era sotto gli occhi di tutti, se soltanto tutti avessero voluta vederla quando, da subito, si era disvelata. Quando, era il 23 ottobre 2009, su un tavolo di marmo dell'Istituto di anatomopatologia della Sapienza venne sollevato il sudario su un ragazzo di 31 anni perché una famiglia potesse riconoscere - si fa per dire - quello che era stato un figlio, un fratello.
Per questo, nel salutare "la caduta del muro dell'omertà", come ha detto Ilaria Cucchi, conviene dire e dirsi a chi parli oggi il carabiniere Tedesco, nel momento in cui ci consegna una volta per tutte la dinamica e la meccanica delle violenze che Stefano subì nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009. La sua confessione non interpella infatti tanto e soltanto la responsabilità penale dei suoi carnefici. Che è e resta personale e che, come vuole la Costituzione, sarà definitiva quando una sentenza passata in giudicato la renderà tale. Ma torna a illuminare il "contesto" di omertà, cinismo, calcolo, ferocia, che hanno intossicato questi nove anni di ricerca della verità, rendendola più difficile, tortuosa, divisiva agli occhi dell'opinione pubblica.
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Quel "contesto" ha dei nomi e cognomi. Tornando indietro nel tempo, si potrebbero ricordare il balbettio della scienza medica, incapace di accreditare "verità" soltanto per il timore che queste avrebbero potuto chiamare a risponderne lo Stato, i suoi servitori, in uniforme o camice bianco che fossero. O il florilegio del Palazzo della Politica. Dunque, lo sprezzo di un ex ministro come Carlo Giovanardi ("Cucchi era uno spacciatore abituato alle percosse tipiche dell'ambiente della droga") o l'ostinazione con cui, all'epoca dei fatti, l'allora ministro della Difesa di Alleanza Nazionale Ignazio La Russa escludeva di fronte al Parlamento qualsiasi responsabilità dell'Arma nella morte di Stefano. Ma per non andare troppo in là e restare nell'Italia giallo-verde degli "uomini nuovi" è utile fermarsi alle parole del ministro dell'Interno e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini. Intervistato da "la Zanzara", aveva invitato Ilaria Cucchi a "vergognarsi". Perché colpevole di aver postato sui social media la foto di uno dei carabinieri carnefici di suo fratello in costume da bagno al mare.
"La sorella di Cucchi - aveva detto Salvini avventurandosi in uno sgangherato quanto miserabile parallelismo con il linciaggio pubblico e l'omicidio del commissario Calabresi - si deve vergognare. La storia dovrebbe insegnare. Qualcuno nel passato fece un documento pubblico, erano intellettuali sdegnati contro un commissario di polizia che poi fu assassinato". "Capisco il dolore di una sorella che ha perso il fratello - aveva proseguito - ma io sto sempre e comunque con Polizia e Carabinieri. Se l'1% sbaglia deve pagare, anche il doppio. Però mi sembra difficile pensare che ci siano poliziotti o carabinieri che hanno pestato per il gusto di farlo. I carabinieri possono tranquillamente mettere una foto in costume da bagno sulla pagina di Facebook. O un carabiniere non può andare al mare? È assolutamente vergognoso. I legali fanno bene a querelare la signora e lei dovrebbe chiedere scusa".
Ignorante di tutto e per questo capace di tutto, cinico e spregiudicato nell'ingrassare il rancore e le paure del Paese, Matteo Salvini dava voce e conforto a quella parte di Italia e di apparati - su tutti il Sindacato autonomo di Polizia che negli anni ha aggredito sistematicamente la campagna di verità per Stefano Cucchi - che hanno pensato di trasformare il processo ai responsabili di questo omicidio in un processo tout-court alle forze di Polizia. Un'impostura che doveva coprire i carnefici di Stefano ma, ciò che è peggio, assolvere preventivamente e sdoganare una cultura d'ordine violenta, che, pur minoritaria, ancora si annida in caserme, commissariati, galere.
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Oggi, da ministro dell'Interno, Matteo Salvini dovrebbe chiedere formalmente e pubblicamente scusa a Ilaria Cucchi e alla sua famiglia. Magari con uno dei suoi tweet, o con una diretta Facebook. Dovrebbe chiedere scusa a quella parte di Paese che chiedeva verità e che ha offeso. Dovrebbe chiedere scusa alle migliaia di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria che, democraticamente, ogni giorno fanno il loro dovere e dietro i quali si nasconde la mano di chi viola il giuramento di lealtà repubblicana abusando del corpo degli inermi, di chi è in loro custodia. Quella a cui Salvini parla. La stessa in cui pesca consenso.
Abbia la decenza di farlo. Subito. E da ministro dell'Interno si impegni, insieme al suo Governo e al ministro della Difesa, a dare una risposta tempestiva sulle ragioni per le quali nell'Arma la verità su Stefano venne insabbiata. Provi a farsi spiegare dal Comando generale e poi spieghi al Paese come sia stato possibile che, per nove anni, la relazione di servizio che, dopo la morte di Stefano, il carabiniere Tedesco fece di ciò di cui era stato testimone, venne fatta sparire. E perché quello che per anni è stato il primo carabiniere ad aver rotto l'omertà del Corpo, Riccardo Casamassima, sia stato vittima di ogni possibile forma di mobbizzazione e intimidazione interna.