Benvenuti al mercatino dei diritti. Ne vendi uno, ne compri due. Ma attenzione ai saldi di fine stagione, potrebbero rivelarsi un bell'imbroglio. Nel frattempo, ai quattro angoli del suq, i mercanti orchestrano il baratto: diritti sociali in cambio delle antiche libertà.
Le prove? Mentre l'assistenza pubblica si trasforma in sinecura (con il reddito di cittadinanza promesso urbi et orbi), mentre il diritto alla pensione si gonfia come un otre (via la legge Fornero, pace all'anima sua), dimagrisce al contempo il diritto di parola, preziosa eredità del secolo dei Lumi. Che a sua volta protegge l'opinione dissenziente, quella di chi canta fuori dal coro, non certo il pensiero dominante, non certo il conformismo perennemente in voga alle nostre latitudini. E che s'estende alle espressioni più licenziose o radicali, tanto che la Corte suprema americana - nel 1989 - stabilì che è lecito perfino bruciare la bandiera per manifestare oppo…
Le prove? Mentre l'assistenza pubblica si trasforma in sinecura (con il reddito di cittadinanza promesso urbi et orbi), mentre il diritto alla pensione si gonfia come un otre (via la legge Fornero, pace all'anima sua), dimagrisce al contempo il diritto di parola, preziosa eredità del secolo dei Lumi. Che a sua volta protegge l'opinione dissenziente, quella di chi canta fuori dal coro, non certo il pensiero dominante, non certo il conformismo perennemente in voga alle nostre latitudini. E che s'estende alle espressioni più licenziose o radicali, tanto che la Corte suprema americana - nel 1989 - stabilì che è lecito perfino bruciare la bandiera per manifestare oppo…
Benvenuti al mercatino dei diritti. Ne vendi uno, ne compri due. Ma attenzione ai saldi di fine stagione, potrebbero rivelarsi un bell'imbroglio. Nel frattempo, ai quattro angoli del suq, i mercanti orchestrano il baratto: diritti sociali in cambio delle antiche libertà.
Le prove? Mentre l'assistenza pubblica si trasforma in sinecura (con il reddito di cittadinanza promesso urbi et orbi), mentre il diritto alla pensione si gonfia come un otre (via la legge Fornero, pace all'anima sua), dimagrisce al contempo il diritto di parola, preziosa eredità del secolo dei Lumi. Che a sua volta protegge l'opinione dissenziente, quella di chi canta fuori dal coro, non certo il pensiero dominante, non certo il conformismo perennemente in voga alle nostre latitudini. E che s'estende alle espressioni più licenziose o radicali, tanto che la Corte suprema americana - nel 1989 - stabilì che è lecito perfino bruciare la bandiera per manifestare opposizione alle politiche governative.
Succede viceversa che Umberto Bossi (77 anni) riceva dalla Cassazione una condanna, ormai definitiva, a un anno e 15 giorni di galera per vilipendio del presidente della Repubblica: nel 2011 aveva dato a Napolitano del "terùn", non proprio un'ingiuria sanguinosa, sia detto da un terùn. Succede altresì che la stessa Cassazione confermi il licenziamento di cinque operai di Pomigliano, rei d'avere inscenato (nel 2014) un finto funerale di Marchionne, dopo il suicidio di alcuni cassintegrati; per i nostri giudici, difatti, l'obbligo di fedeltà verso l'azienda prevale sul diritto di critica. Insomma, il bastone della legge picchia duro sulle parole in libertà degli italiani, ossia sulla loro libertà di mettere in fila le parole.
Ma tutto questo accade perché ha attecchito un nuovo clima, un'atmosfera intransigente e intollerante. E il meteorologo, come sempre, è la politica, ormai dispensatrice di censure, dall'altolà dei 5 Stelle contro la stampa nemica alla fatwa della Lega contro Cristina Parodi, che andrebbe cacciata dalla Rai per aver offeso Salvini.
In quest'inverno dei diritti rinsecchiscono pure le altre libertà costituzionali. Il diritto d'asilo, svuotato dal decreto sicurezza nonché dalla robusta sforbiciata ai fondi per l'immigrazione (da 35 a 25 euro per ogni migrante). Il diritto alla giustizia, su cui pesa un arretrato di 3,6 milioni di processi civili, mentre ogni anno 130 mila processi penali vanno in fumo per la prescrizione. Perfino il diritto alla vita, quando s'inaugurerà il far west promesso dai 5 disegni di legge all'esame del Senato. E perfino le nuove libertà civili che avevamo conquistato nei tormentati anni Settanta.
Il divorzio, dato che il ddl Pillon cancella l'assegno di mantenimento per i figli, lasciando a secco il coniuge più debole (in genere è la donna), e dissuadendolo perciò dal divorziare. L'aborto, reso sempre più impervio dall'obiezione di coscienza (tocca il 70% fra i ginecologi italiani), dal boicottaggio della pillola abortiva (in Lombardia gli aborti con Ru486 sono appena l'8,2% del totale), dalle mozioni antiabortiste sbandierate nei consigli comunali (dopo Verona, anche Ferrara). Nonché l'ultima creatura: le nozze gay, introdotte dalla legge sulle unioni civili del 2016. E deprecate (of course) da Santa Romana Chiesa, ostacolate da un esercito di sindaci (il primo fu il sindaco leghista di Prevalle), cannoneggiate a giorni alterni dal neoministro della Famiglia, Lorenzo Fontana.
Dunque lo scambio è questo: pane in cambio di diritti. Ovvero più assistenza pubblica, meno libertà privata. Sennonché la storia dei diritti ha sempre proceduto per addizioni, per stratificazioni progressive. Come la storia dei mezzi di comunicazione, né più né meno. Dove la tv si è sommata alla radio, e poi il web alla tv, senza mai azzerarli. Così, la prima generazione di diritti coincise con le rivoluzioni francese e americana, che ci recarono in dote le libertà civili (di religione, di parola, di domicilio, di commercio) tutt'oggi elencate nei primi articoli della Costituzione italiana.
Dopo di che, con la Carta di Weimar del 1919, con il New Deal di Roosevelt durante gli anni Trenta, fece esordio il Welfare State, elargendoci i diritti di seconda generazione, quelli sociali (la salute, la previdenza, l'assistenza). La terza generazione è più recente: scaturisce dai pericoli della tecnologia, contro i quali forgia un nuovo arsenale di diritti, dalla privacy all'ambiente. Ma la quarta non potrà mai sorgere radendo al suolo la prima generazione: se crollano le fondamenta, crolla tutto l'edificio.
Le prove? Mentre l'assistenza pubblica si trasforma in sinecura (con il reddito di cittadinanza promesso urbi et orbi), mentre il diritto alla pensione si gonfia come un otre (via la legge Fornero, pace all'anima sua), dimagrisce al contempo il diritto di parola, preziosa eredità del secolo dei Lumi. Che a sua volta protegge l'opinione dissenziente, quella di chi canta fuori dal coro, non certo il pensiero dominante, non certo il conformismo perennemente in voga alle nostre latitudini. E che s'estende alle espressioni più licenziose o radicali, tanto che la Corte suprema americana - nel 1989 - stabilì che è lecito perfino bruciare la bandiera per manifestare opposizione alle politiche governative.
Succede viceversa che Umberto Bossi (77 anni) riceva dalla Cassazione una condanna, ormai definitiva, a un anno e 15 giorni di galera per vilipendio del presidente della Repubblica: nel 2011 aveva dato a Napolitano del "terùn", non proprio un'ingiuria sanguinosa, sia detto da un terùn. Succede altresì che la stessa Cassazione confermi il licenziamento di cinque operai di Pomigliano, rei d'avere inscenato (nel 2014) un finto funerale di Marchionne, dopo il suicidio di alcuni cassintegrati; per i nostri giudici, difatti, l'obbligo di fedeltà verso l'azienda prevale sul diritto di critica. Insomma, il bastone della legge picchia duro sulle parole in libertà degli italiani, ossia sulla loro libertà di mettere in fila le parole.
Ma tutto questo accade perché ha attecchito un nuovo clima, un'atmosfera intransigente e intollerante. E il meteorologo, come sempre, è la politica, ormai dispensatrice di censure, dall'altolà dei 5 Stelle contro la stampa nemica alla fatwa della Lega contro Cristina Parodi, che andrebbe cacciata dalla Rai per aver offeso Salvini.
In quest'inverno dei diritti rinsecchiscono pure le altre libertà costituzionali. Il diritto d'asilo, svuotato dal decreto sicurezza nonché dalla robusta sforbiciata ai fondi per l'immigrazione (da 35 a 25 euro per ogni migrante). Il diritto alla giustizia, su cui pesa un arretrato di 3,6 milioni di processi civili, mentre ogni anno 130 mila processi penali vanno in fumo per la prescrizione. Perfino il diritto alla vita, quando s'inaugurerà il far west promesso dai 5 disegni di legge all'esame del Senato. E perfino le nuove libertà civili che avevamo conquistato nei tormentati anni Settanta.
Il divorzio, dato che il ddl Pillon cancella l'assegno di mantenimento per i figli, lasciando a secco il coniuge più debole (in genere è la donna), e dissuadendolo perciò dal divorziare. L'aborto, reso sempre più impervio dall'obiezione di coscienza (tocca il 70% fra i ginecologi italiani), dal boicottaggio della pillola abortiva (in Lombardia gli aborti con Ru486 sono appena l'8,2% del totale), dalle mozioni antiabortiste sbandierate nei consigli comunali (dopo Verona, anche Ferrara). Nonché l'ultima creatura: le nozze gay, introdotte dalla legge sulle unioni civili del 2016. E deprecate (of course) da Santa Romana Chiesa, ostacolate da un esercito di sindaci (il primo fu il sindaco leghista di Prevalle), cannoneggiate a giorni alterni dal neoministro della Famiglia, Lorenzo Fontana.
Dunque lo scambio è questo: pane in cambio di diritti. Ovvero più assistenza pubblica, meno libertà privata. Sennonché la storia dei diritti ha sempre proceduto per addizioni, per stratificazioni progressive. Come la storia dei mezzi di comunicazione, né più né meno. Dove la tv si è sommata alla radio, e poi il web alla tv, senza mai azzerarli. Così, la prima generazione di diritti coincise con le rivoluzioni francese e americana, che ci recarono in dote le libertà civili (di religione, di parola, di domicilio, di commercio) tutt'oggi elencate nei primi articoli della Costituzione italiana.
Dopo di che, con la Carta di Weimar del 1919, con il New Deal di Roosevelt durante gli anni Trenta, fece esordio il Welfare State, elargendoci i diritti di seconda generazione, quelli sociali (la salute, la previdenza, l'assistenza). La terza generazione è più recente: scaturisce dai pericoli della tecnologia, contro i quali forgia un nuovo arsenale di diritti, dalla privacy all'ambiente. Ma la quarta non potrà mai sorgere radendo al suolo la prima generazione: se crollano le fondamenta, crolla tutto l'edificio.