Due manovre in una: una per il nord, una per il sud. La manovra economica della Lega salviniana e quella del Movimento Cinque Stelle. L’una contro l’altra, nel decreto fiscale che dovrebbe essere approvato oggi dal Consiglio dei ministri e poi, nella replica, della legge di Bilancio. Senza un disegno, un progetto organico, un’idea di sviluppo. Senza una visione comune, perché in comune Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che agli elettori si erano infatti presentati separati, hanno tanti no e un solo nemico: l’establishment con i suoi addentellati, nazionali ed europei. Anche se il conto finale del debito arriverà, nel tempo, a tutti gli italiani e soprattutto — checché se ne pensi — a quelli che oggi stanno peggio.
Due manovre separate in casa. Che difficilmente riusciranno a ricomporsi: si farà la somma e si andrà allo scontro con Bruxelles. C’è il maxi condono fiscale per quel ceto medio del lavoro aut…
Due manovre separate in casa. Che difficilmente riusciranno a ricomporsi: si farà la somma e si andrà allo scontro con Bruxelles. C’è il maxi condono fiscale per quel ceto medio del lavoro aut…
Due manovre in una: una per il nord, una per il sud. La manovra economica della Lega salviniana e quella del Movimento Cinque Stelle. L’una contro l’altra, nel decreto fiscale che dovrebbe essere approvato oggi dal Consiglio dei ministri e poi, nella replica, della legge di Bilancio. Senza un disegno, un progetto organico, un’idea di sviluppo. Senza una visione comune, perché in comune Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che agli elettori si erano infatti presentati separati, hanno tanti no e un solo nemico: l’establishment con i suoi addentellati, nazionali ed europei. Anche se il conto finale del debito arriverà, nel tempo, a tutti gli italiani e soprattutto — checché se ne pensi — a quelli che oggi stanno peggio.
Due manovre separate in casa. Che difficilmente riusciranno a ricomporsi: si farà la somma e si andrà allo scontro con Bruxelles. C’è il maxi condono fiscale per quel ceto medio del lavoro autonomo allergico alle regole fiscali che ha alimentato tradizionalmente il voto della destra dove sta da sempre il Carroccio; c’è il cosiddetto reddito di cittadinanza che è diventato, suo malgrado, la bandiera dell’Italia sconfitta dai e nei processi di globalizzazione. In mezzo si consuma lo scontro, non più latente, tra gli interessi dei due elettorati con poste di bilancio che non sono sufficienti a soddisfare tutte le promesse. E allora Di Maio mette nel mirino quelle che considera pensioni d’oro (da 4.500 euro al mese, ma forse anche meno, in su) pensando di ricavarne addirittura un miliardo contro i 150 milioni che ha ipotizzato il presidente dell’Inps, Tito Boeri. Tanto i pensionati d’oro stanno perlopiù al nord. S’allarma la Lega e che vede nell’operazione reddito di cittadinanza una trasferimento senza precedenti di risorse pubbliche al sud. Nessuno che pensi alla crescita del prodotto interno lordo se non con stime scritte sulla sabbia, per effetto di investimenti che rimangono sulla carta. Non si fa lo sviluppo con i condoni e il reddito minimo. Non è questa la strada che porta alla creazione di occupazione.
Così le regioni del sud rischiano di trasformarsi in un gigantesco laboratorio del non lavoro, un revival su larga scala dei fallimentari lavori socialmente utili. Proprio quel che non serve al Mezzogiorno. Perché se è sacrosanto uno strumento (che peraltro già c’è) per contrastare la povertà , altro è rinunciare, di fatto, alla prospettiva del lavoro nell’area dell’Italia che ha ancora un tasso di occupazione inferiore di due punti percentuali a quello del 2008, quando iniziò la recessione. L’ultimo rapporto Svimez dice che nel 2065 le regioni meridionali saranno anagraficamente le più vecchie d’Italia con un’età media che salirà dagli attuali 43,3 anni a 51,6. Tutti prossimi alla pensione. Tanto ci aspetta la pensione di cittadinanza.
Due manovre separate in casa. Che difficilmente riusciranno a ricomporsi: si farà la somma e si andrà allo scontro con Bruxelles. C’è il maxi condono fiscale per quel ceto medio del lavoro autonomo allergico alle regole fiscali che ha alimentato tradizionalmente il voto della destra dove sta da sempre il Carroccio; c’è il cosiddetto reddito di cittadinanza che è diventato, suo malgrado, la bandiera dell’Italia sconfitta dai e nei processi di globalizzazione. In mezzo si consuma lo scontro, non più latente, tra gli interessi dei due elettorati con poste di bilancio che non sono sufficienti a soddisfare tutte le promesse. E allora Di Maio mette nel mirino quelle che considera pensioni d’oro (da 4.500 euro al mese, ma forse anche meno, in su) pensando di ricavarne addirittura un miliardo contro i 150 milioni che ha ipotizzato il presidente dell’Inps, Tito Boeri. Tanto i pensionati d’oro stanno perlopiù al nord. S’allarma la Lega e che vede nell’operazione reddito di cittadinanza una trasferimento senza precedenti di risorse pubbliche al sud. Nessuno che pensi alla crescita del prodotto interno lordo se non con stime scritte sulla sabbia, per effetto di investimenti che rimangono sulla carta. Non si fa lo sviluppo con i condoni e il reddito minimo. Non è questa la strada che porta alla creazione di occupazione.
Così le regioni del sud rischiano di trasformarsi in un gigantesco laboratorio del non lavoro, un revival su larga scala dei fallimentari lavori socialmente utili. Proprio quel che non serve al Mezzogiorno. Perché se è sacrosanto uno strumento (che peraltro già c’è) per contrastare la povertà , altro è rinunciare, di fatto, alla prospettiva del lavoro nell’area dell’Italia che ha ancora un tasso di occupazione inferiore di due punti percentuali a quello del 2008, quando iniziò la recessione. L’ultimo rapporto Svimez dice che nel 2065 le regioni meridionali saranno anagraficamente le più vecchie d’Italia con un’età media che salirà dagli attuali 43,3 anni a 51,6. Tutti prossimi alla pensione. Tanto ci aspetta la pensione di cittadinanza.