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 Luigi Di Maio (lapresse)

Il colpo di spugna a sua insaputa

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I sospetti di congiura di Di Maio nascondono la verità che i grillini si sono accorti troppo tardi di aver firmato un condono
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Eccolo qua, l’ultimo colpo di teatro: il condono “a sua insaputa”. Mancava solo questo, alla tragicomica Opera Buffa inscenata da Luigi Di Maio. Non si sa più se ridere o piangere, di fronte all’ultima uscita del vicepremier grillino. Tormentato dai rimorsi per aver sacrificato  il principio di legalità sull’altare della governabilità, assediato da una base pentastellata furente per il cedimento ai truci animal spirit del piccolo capitalismo leghista.

Il capo del Movimento aggiunge un altro pirotecnico capitolo all’inesauribile “saga dei complotti” tanto cara ai Cinque Stelle.  Un’ignota “manina” avrebbe stravolto il testo della manovra varata due giorni fa a Palazzo Chigi e l’avrebbe poi recapitata così agli uffici del Quirinale, irrimediabilmente manomessa nella parte politicamente più sensibile: quella sulla meravigliosa “pace fiscale“, trasformata …
Eccolo qua, l’ultimo colpo di teatro: il condono “a sua insaputa”. Mancava solo questo, alla tragicomica Opera Buffa inscenata da Luigi Di Maio. Non si sa più se ridere o piangere, di fronte all’ultima uscita del vicepremier grillino. Tormentato dai rimorsi per aver sacrificato  il principio di legalità sull’altare della governabilità, assediato da una base pentastellata furente per il cedimento ai truci animal spirit del piccolo capitalismo leghista.

Il capo del Movimento aggiunge un altro pirotecnico capitolo all’inesauribile “saga dei complotti” tanto cara ai Cinque Stelle.  Un’ignota “manina” avrebbe stravolto il testo della manovra varata due giorni fa a Palazzo Chigi e l’avrebbe poi recapitata così agli uffici del Quirinale, irrimediabilmente manomessa nella parte politicamente più sensibile: quella sulla meravigliosa “pace fiscale“, trasformata nottetempo in odioso “condono tombale” dallo sconosciuto manipolatore, naturalmente contro la virginea volontà dei probi M5S. Un apparente “intrigo istituzionale”, derubricato subito da una secca precisazione della Presidenza della Repubblica in imbarazzante “gialletto da appendice”. Se oggi Di Maio si presentasse davvero in procura a raccontarlo ai magistrati ci sarebbe da divertirsi, se solo non ci fossero in gioco i risparmi degli italiani. 

Dietro ai soliti deliri psichedelici sulle cospirazioni ministeriali o sulle congiure tecnocratiche, si nasconde una verità più banale e insieme più ferale. I pentastellati al potere si sono accorti troppo tardi di aver messo la firma su un provvedimento che fa la pace con chi evade le tasse e dichiara guerra a chi le paga. Soprattutto nell’ultima versione, che va infinitamente al di là del famoso “saldo e stralcio” delle cartelle esattoriali lasciate inevase dai poveri padri di famiglia che non hanno versato per necessità, per trasformarsi in corposo salvacondotto per i ricchi ladri che non hanno versato per scelta. 

Secondo questa bozza, la punibilità per chi accede al condono sarebbe esclusa non solo in tutti i casi di dichiarazione infedele e omesso versamento delle ritenute e/o dell’Iva, ma addirittura nell’ipotesi in cui queste tre fattispecie di reato fossero collegate a fenomeni di riciclaggio o impiego di proventi illeciti. In questo modo il piccolo Caudillo di Pomigliano autorizzerebbe non solo il “chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto” per tutte le liti sotto ai mille euro, multe automobilistiche comprese. Accorderebbe non solo il suo “scurdammoce ‘o passato” al modico prezzo del 20 per cento a chi non ha dichiarato il dovuto fino a 100 mila euro. Ma concederebbe la sanatoria penale addirittura ai riciclatori di denaro sporco. Troppo, persino per un leader ormai uso alla realpolitik come lui. Di qui, verosimilmente, la surreale e scajoliana denuncia del ”condono a sua insaputa”.

Ma ormai, insieme alla beffa, si è consumato anche il danno. Ci si poteva aspettare di tutto da un Movimento che nasce gridando “Vaffa” a tutte le Caste e urlando “onestà” in tutte le piazze. Ci si poteva aspettare una legge di bilancio che, fatta in deficit per ben tre quinti del suo valore, porta l’Italia alla rottura con l’Europa e all’impostura sui mercati. Ci si poteva aspettare una “manovra del popolo” che, sulle spalle del popolo, spreca 37 miliardi per generare una miserabile crescita dello 0,6 per cento del Pil. Ci si poteva aspettare una Grillonomics posticcia e penitenziale, che in nome dell’ideologismo “di classe” punisce tutto quello che luccica, vero o falso che sia: dai caveau delle banche alle polizze auto, dal “business dei migranti” alle “pensioni d’oro”. 

Ma quello che proprio non ci si poteva aspettare è che i moderni Robespierre pentastellati, dopo aver nutrito per anni le masse reali e digitali a “pane, gogna e ghigliottina”, avrebbero accettato un condono del genere. Nel silenzio spaesato del premier, il Conte Zio che nulla sa, nulla vede, nulla sente. E nel silenzio interessato di Salvini, che al Cremlino dall’amico Putin incassa un altro dividendo elettorale. Comunque vada a finire questa commedia, la falsa “pace fiscale” marca il primo strappo politico, culturale e identitario tra la costituency leghista (che guarda allo Stato come un “nemico da fregare”), e quella grillina (che pensa allo Stato Etico di Hegel, sia pure senza sapere chi sia). Lo ricuciranno, questo è chiaro. Ma resta il fatto che un premio ai disonesti così scandaloso (anche al netto dell’eventuale salvagente per i riciclatori) avrebbe fatto vergognare persino Berlusconi, padre di tutti i colpi di spugna tentati riusciti e falliti.