Quell’odore del cielo sopra Milano
Piero Colaprico , di PIERO COLAPRICOLa città dove si corre sempre da qualche giorno s'è fermata ad annusare l'aria. E sotto questa cappa, anche chi aveva girato alla larga da ogni informazione ha saputo dell'incendio attraverso le narici
Milano, la città dove si corre sempre, da qualche giorno s'è fermata ad annusare l'aria. Soprattutto le mamme puntano le narici verso il cielo grigio. Da due giorni sta dilagando nei quartieri bene della Fiera, ma anche laggiù al Giambellino, dove il Cerutti Gino della canzone di Giorgio Gaber è stato sostituito da Marcelo e Mohammed, una non metaforica "puzza di bruciato".
L'incendio alla Bovisasca c'è stato, ce n'è stato uno a Novate. Le fiamme sono andate in diretta, le luci gialle dei pompieri lampeggiavano sugli schermi dei computer, gli idranti e gli schiumogeni hanno spento i roghi. Sembrava finito? Non è così: la bassa pressione e il caldo dell'ottobrata hanno creato una specie di "tappo", l'assenza di vento sposta lentamente le nuvole cariche di fumi oscuri e, siccome sotto la cenere qualcosa brucia ancora, si aggiunge filo di fumo e filo di fumo.
C'è un …
L'incendio alla Bovisasca c'è stato, ce n'è stato uno a Novate. Le fiamme sono andate in diretta, le luci gialle dei pompieri lampeggiavano sugli schermi dei computer, gli idranti e gli schiumogeni hanno spento i roghi. Sembrava finito? Non è così: la bassa pressione e il caldo dell'ottobrata hanno creato una specie di "tappo", l'assenza di vento sposta lentamente le nuvole cariche di fumi oscuri e, siccome sotto la cenere qualcosa brucia ancora, si aggiunge filo di fumo e filo di fumo.
C'è un …
Milano, la città dove si corre sempre, da qualche giorno s'è fermata ad annusare l'aria. Soprattutto le mamme puntano le narici verso il cielo grigio. Da due giorni sta dilagando nei quartieri bene della Fiera, ma anche laggiù al Giambellino, dove il Cerutti Gino della canzone di Giorgio Gaber è stato sostituito da Marcelo e Mohammed, una non metaforica "puzza di bruciato".
L'incendio alla Bovisasca c'è stato, ce n'è stato uno a Novate. Le fiamme sono andate in diretta, le luci gialle dei pompieri lampeggiavano sugli schermi dei computer, gli idranti e gli schiumogeni hanno spento i roghi. Sembrava finito? Non è così: la bassa pressione e il caldo dell'ottobrata hanno creato una specie di "tappo", l'assenza di vento sposta lentamente le nuvole cariche di fumi oscuri e, siccome sotto la cenere qualcosa brucia ancora, si aggiunge filo di fumo e filo di fumo.
C'è un assessore serio, come Marco Granelli, che dice "per ora i controlli non danno preoccupazione, ma è chiaro che la plastica quando brucia produce diossina". Ben prima che lui parlasse, le mamme iper-protettive, che a Milano rappresentano una categoria influente, che produce chat all'infinito su WhatsApp, come sanno bene direttrici di asilo e direttori scolastici, avevano acquistato per i bimbi le preoccupanti mascherine da ospedale. In una sola farmacia, ieri ne sono state vendute cinquanta. Queste mascherine sono abbastanza utili per i microbi: per la diossina, se fosse diossina, no, non servirebbero, bisognerebbe andare in giro come gli astronauti. Ma fa niente, non importa, almeno il piccolo non avverte gli odori sgradevoli.
Quanto al consiglio dell'Arpa, agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, di tenere le finestre ben chiuse, il milanese medio non sgarra, anzi c'è abituato, la convivenza con le anidridi solforose e le particelle sottili del traffico ha imposto alcune cautele decennali: persiane, tapparelle e vetri si spalancano al mattino, prima di andare a lavorare, per cambiare aria. E poi di sera, quando fuori c'è silenzio: di giorno le aprono ormai solo i fumatori.
Sotto questa cappa, anche chi aveva girato alla larga da ogni informazione ha saputo dell'incendio attraverso le narici. Dai bar ai ristoranti, sembra non si parli d'altro, nel senso che i discorsi sulla riapertura dei Navigli, sul boom del turismo, sulle code ordinate dopo l'Expo, sono stati sostituiti dalla "puzza". E forse, al di là di diossine, appelli e consigli, c'è un piccolo cambiamento "dell'incendio percepito". Nel senso che a Milano è facile parlare di tutto. Ma non di mafia.
Già alla fine degli anni Ottanta, la Milano della borghesia ci aveva messo molto tempo a digerire la cosiddetta "Duomo connection", quando si scoprirono, grazie alle indagini del magistrato Ilda Boccassini e del "capitano Ultimo" i narcotrafficanti e gli assassini di Cosa Nostra che pagavano mazzette alla politica con soldi che puzzavano.
E puzzavano letteralmente, perché tenuti nascosti in damigiane e sotterrati. Sembrava impossibile, ma oggi, anche nelle vie dove c'è "la puzza sotto il naso", arriva questa inedita puzza vera, tenace, appiccicosa, non da metropoli internazionale, ma da "paese dei roghi". E così ecomafie e gangster della monnezza, i ventuno incendi in Lombardia nel 2017 e i 18 di quest'anno, le indagini della Forestale e della procura diventano improvvisamente qualche cosa che se non si vede, si sente almeno con l'olfatto, ed è proprio qui, accanto a noi, che ne parliamo al bar. E chi l'avrebbe mai immaginato, prima delle lingue di fuoco nei capannoni della Bovisasca, di affrontare questi argomenti nella Milano che pensa alle Olimpiadi e aumenta i suoi studenti universitari a quota 200mila?
L'incendio alla Bovisasca c'è stato, ce n'è stato uno a Novate. Le fiamme sono andate in diretta, le luci gialle dei pompieri lampeggiavano sugli schermi dei computer, gli idranti e gli schiumogeni hanno spento i roghi. Sembrava finito? Non è così: la bassa pressione e il caldo dell'ottobrata hanno creato una specie di "tappo", l'assenza di vento sposta lentamente le nuvole cariche di fumi oscuri e, siccome sotto la cenere qualcosa brucia ancora, si aggiunge filo di fumo e filo di fumo.
C'è un assessore serio, come Marco Granelli, che dice "per ora i controlli non danno preoccupazione, ma è chiaro che la plastica quando brucia produce diossina". Ben prima che lui parlasse, le mamme iper-protettive, che a Milano rappresentano una categoria influente, che produce chat all'infinito su WhatsApp, come sanno bene direttrici di asilo e direttori scolastici, avevano acquistato per i bimbi le preoccupanti mascherine da ospedale. In una sola farmacia, ieri ne sono state vendute cinquanta. Queste mascherine sono abbastanza utili per i microbi: per la diossina, se fosse diossina, no, non servirebbero, bisognerebbe andare in giro come gli astronauti. Ma fa niente, non importa, almeno il piccolo non avverte gli odori sgradevoli.
Quanto al consiglio dell'Arpa, agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, di tenere le finestre ben chiuse, il milanese medio non sgarra, anzi c'è abituato, la convivenza con le anidridi solforose e le particelle sottili del traffico ha imposto alcune cautele decennali: persiane, tapparelle e vetri si spalancano al mattino, prima di andare a lavorare, per cambiare aria. E poi di sera, quando fuori c'è silenzio: di giorno le aprono ormai solo i fumatori.
Sotto questa cappa, anche chi aveva girato alla larga da ogni informazione ha saputo dell'incendio attraverso le narici. Dai bar ai ristoranti, sembra non si parli d'altro, nel senso che i discorsi sulla riapertura dei Navigli, sul boom del turismo, sulle code ordinate dopo l'Expo, sono stati sostituiti dalla "puzza". E forse, al di là di diossine, appelli e consigli, c'è un piccolo cambiamento "dell'incendio percepito". Nel senso che a Milano è facile parlare di tutto. Ma non di mafia.
Già alla fine degli anni Ottanta, la Milano della borghesia ci aveva messo molto tempo a digerire la cosiddetta "Duomo connection", quando si scoprirono, grazie alle indagini del magistrato Ilda Boccassini e del "capitano Ultimo" i narcotrafficanti e gli assassini di Cosa Nostra che pagavano mazzette alla politica con soldi che puzzavano.
E puzzavano letteralmente, perché tenuti nascosti in damigiane e sotterrati. Sembrava impossibile, ma oggi, anche nelle vie dove c'è "la puzza sotto il naso", arriva questa inedita puzza vera, tenace, appiccicosa, non da metropoli internazionale, ma da "paese dei roghi". E così ecomafie e gangster della monnezza, i ventuno incendi in Lombardia nel 2017 e i 18 di quest'anno, le indagini della Forestale e della procura diventano improvvisamente qualche cosa che se non si vede, si sente almeno con l'olfatto, ed è proprio qui, accanto a noi, che ne parliamo al bar. E chi l'avrebbe mai immaginato, prima delle lingue di fuoco nei capannoni della Bovisasca, di affrontare questi argomenti nella Milano che pensa alle Olimpiadi e aumenta i suoi studenti universitari a quota 200mila?