La democrazia in marcia contro Brexit
Timothy Garton Ash , di TIMOTHY GARTON ASHLa manifestazione di Londra a favore di un nuovo referendum potrebbe segnare un punto di svolta, l'inizio della fine dell'uscita del Regno Unito dalla Ue
Finché avrò vita non dimenticherò mai lo spettacolo della folla che sventola sotto il sole la bandiera europea attorno alla residenza del Duca di Wellington a Hyde Park Corner, a Londra. La strabiliante manifestazione di sabato a favore del referendum potrebbe segnare un punto di svolta, l'inizio della fine della Brexit. In ogni caso, è stata una straordinaria espressione di democrazia.
In momenti come questi le persone si esprimono nel modo più diretto e immediato immaginabile, intonando cori spontanei e mostrando cartelli artigianali dolenti ("Mio nonno è morto per l'Unione europea") e ironici ("Fromage not Farage" - Meglio il formaggio di Farage; "Theresa May Not" - Theresa anche no). Mi è piaciuto lo slogan "Mica male l'Ue", molto contenuto, nel tipico stile britannico (guai a esagerare). "L'accordo lo trovo migliore da Waitrose" (una catena di negozi di generi alime…
In momenti come questi le persone si esprimono nel modo più diretto e immediato immaginabile, intonando cori spontanei e mostrando cartelli artigianali dolenti ("Mio nonno è morto per l'Unione europea") e ironici ("Fromage not Farage" - Meglio il formaggio di Farage; "Theresa May Not" - Theresa anche no). Mi è piaciuto lo slogan "Mica male l'Ue", molto contenuto, nel tipico stile britannico (guai a esagerare). "L'accordo lo trovo migliore da Waitrose" (una catena di negozi di generi alime…
Finché avrò vita non dimenticherò mai lo spettacolo della folla che sventola sotto il sole la bandiera europea attorno alla residenza del Duca di Wellington a Hyde Park Corner, a Londra. La strabiliante manifestazione di sabato a favore del referendum potrebbe segnare un punto di svolta, l'inizio della fine della Brexit. In ogni caso, è stata una straordinaria espressione di democrazia.
In momenti come questi le persone si esprimono nel modo più diretto e immediato immaginabile, intonando cori spontanei e mostrando cartelli artigianali dolenti ("Mio nonno è morto per l'Unione europea") e ironici ("Fromage not Farage" - Meglio il formaggio di Farage; "Theresa May Not" - Theresa anche no). Mi è piaciuto lo slogan "Mica male l'Ue", molto contenuto, nel tipico stile britannico (guai a esagerare). "L'accordo lo trovo migliore da Waitrose" (una catena di negozi di generi alimentari di qualità superiore ndt) tradisce forse l'appartenenza dei dimostranti alla classe media inglese, ma ho visto anche un enorme striscione con la scritta "Come può un paese rispettabile tradire un accordo di pace? No al confine controllato in Irlanda". Mi ha commosso soprattutto la scritta a mano, su un cartone non più grande di una scatola di cereali, "Libertà non rinuncerò a Ue" parafrasi di "libertà non rinuncerò a te". In Polonia, Spagna o Ucraina è normale associare l'Europa alla libertà, ma che avvenga qui, nel cuore dell'Inghilterra, è quasi sconvolgente.
Ho sfilato con folle enormi in nome della libertà e dell'Europa a Varsavia, Belgrado, Praga o Berlino, ma non avevo mai partecipato a una manifestazione simile nel mio Paese. Ai tempi della rivoluzione arancione in Ucraina una studentessa mi disse che l'unico modo che aveva di dare il suo contributo era la presenza fisica sulla Maidan, la piazza centrale di Kiev. Uno dei principi originari e rivoluzionari della democrazia è l'eguaglianza dei cittadini e sabato in strada eravamo tutti uguali. Il neurochirurgo, lo studente, l'idraulico e il pensionato si esprimevano tutti attraverso un fatto elementare, la presenza fisica, un corpo in più in piazza. Ciascuno di noi contava come singola, pari unità, niente di più, niente di meno. Davvero non importa se eravamo 700.000, come sostengono gli organizzatori, oppure 600.000, o anche soltanto (ma vi pare poco?) mezzo milione. Dalle immagini aeree si vede che la manifestazione era immensa, proprio come sembrava a noi da terra, senza dubbio la più grande mai tenuta a Londra dopo quella contro la guerra in Iraq.
Sotto l'aspetto della creatività dei cartelli scritti a mano e della basilare parità corporea, la manifestazione di Londra ricorda quelle dell'Europa dell'Est, ma con due fondamentali differenze. Innanzitutto noi dimostranti non avevamo nulla da temere da parte della polizia o delle forze di sicurezza. In secondo luogo, mentre nell'Est il potere popolare è stato usato per passare dalla dittatura alla democrazia, la nostra manifestazione fa parte del naturale funzionamento di una democrazia - e, come ci ricordavano le statue attorno alla piazza del Parlamento, non una democrazia qualsiasi, ma tra le più antiche del mondo.
Il messaggio della manifestazione, espresso proprio di fronte al Big Ben intrappolato dalle impalcature (una metafora visiva?) era che i nostri parlamentari devono bocciare il pessimo o mancato accordo che Theresa May porterà a casa e lasciare che sia di nuovo il popolo a decidere. Il prossimo passo da compiere da parte di noi europei britannici, presenti o meno in piazza sabato, è scrivere ai nostri rappresentanti in Parlamento - nessuno ci avrebbe mai pensato a Kiev, Belgrado o Praga. Qui non si tratta di opporre il potere popolare a quello parlamentare, ma di coniugare democrazia diretta e rappresentativa, rafforzandole vicendevolmente.
Mentre, tornato a Oxford, arrancavo sfinito su per le scale della stazione, una donna coi capelli rossi che scendeva la rampa mi ha guardato esclamando "il volere del popolo è cambiato... bene!". Dopo un attimo di scombussolamento ho capito che stava commentando il cartello di un tizio davanti a me, di ritorno anche lui dalla manifestazione.
In termini realistici c'è ancora una montagna da scalare per arrivare a quel punto. Restano poche settimane per persuadere qualche parlamentare in più ad anteporre il Paese al partito, l'interesse nazionale a quello personale, egoistico. Ma dopo la straordinaria manifestazione di potere popolare di sabato sono più che mai convinto che una possibilità c'è.
È stata una giornata positiva anche per il resto d'Europa, perché dimostra che nel momento in cui le persone hanno la sensazione che tutti i vantaggi storicamente derivati dall'adesione all'Unione europea sono realmente a rischio si mobilitano per difenderli. Ebbene sì, vale anche per gli inglesi.
(Traduzione di Emilia Benghi)
In momenti come questi le persone si esprimono nel modo più diretto e immediato immaginabile, intonando cori spontanei e mostrando cartelli artigianali dolenti ("Mio nonno è morto per l'Unione europea") e ironici ("Fromage not Farage" - Meglio il formaggio di Farage; "Theresa May Not" - Theresa anche no). Mi è piaciuto lo slogan "Mica male l'Ue", molto contenuto, nel tipico stile britannico (guai a esagerare). "L'accordo lo trovo migliore da Waitrose" (una catena di negozi di generi alimentari di qualità superiore ndt) tradisce forse l'appartenenza dei dimostranti alla classe media inglese, ma ho visto anche un enorme striscione con la scritta "Come può un paese rispettabile tradire un accordo di pace? No al confine controllato in Irlanda". Mi ha commosso soprattutto la scritta a mano, su un cartone non più grande di una scatola di cereali, "Libertà non rinuncerò a Ue" parafrasi di "libertà non rinuncerò a te". In Polonia, Spagna o Ucraina è normale associare l'Europa alla libertà, ma che avvenga qui, nel cuore dell'Inghilterra, è quasi sconvolgente.
Ho sfilato con folle enormi in nome della libertà e dell'Europa a Varsavia, Belgrado, Praga o Berlino, ma non avevo mai partecipato a una manifestazione simile nel mio Paese. Ai tempi della rivoluzione arancione in Ucraina una studentessa mi disse che l'unico modo che aveva di dare il suo contributo era la presenza fisica sulla Maidan, la piazza centrale di Kiev. Uno dei principi originari e rivoluzionari della democrazia è l'eguaglianza dei cittadini e sabato in strada eravamo tutti uguali. Il neurochirurgo, lo studente, l'idraulico e il pensionato si esprimevano tutti attraverso un fatto elementare, la presenza fisica, un corpo in più in piazza. Ciascuno di noi contava come singola, pari unità, niente di più, niente di meno. Davvero non importa se eravamo 700.000, come sostengono gli organizzatori, oppure 600.000, o anche soltanto (ma vi pare poco?) mezzo milione. Dalle immagini aeree si vede che la manifestazione era immensa, proprio come sembrava a noi da terra, senza dubbio la più grande mai tenuta a Londra dopo quella contro la guerra in Iraq.
Sotto l'aspetto della creatività dei cartelli scritti a mano e della basilare parità corporea, la manifestazione di Londra ricorda quelle dell'Europa dell'Est, ma con due fondamentali differenze. Innanzitutto noi dimostranti non avevamo nulla da temere da parte della polizia o delle forze di sicurezza. In secondo luogo, mentre nell'Est il potere popolare è stato usato per passare dalla dittatura alla democrazia, la nostra manifestazione fa parte del naturale funzionamento di una democrazia - e, come ci ricordavano le statue attorno alla piazza del Parlamento, non una democrazia qualsiasi, ma tra le più antiche del mondo.
Il messaggio della manifestazione, espresso proprio di fronte al Big Ben intrappolato dalle impalcature (una metafora visiva?) era che i nostri parlamentari devono bocciare il pessimo o mancato accordo che Theresa May porterà a casa e lasciare che sia di nuovo il popolo a decidere. Il prossimo passo da compiere da parte di noi europei britannici, presenti o meno in piazza sabato, è scrivere ai nostri rappresentanti in Parlamento - nessuno ci avrebbe mai pensato a Kiev, Belgrado o Praga. Qui non si tratta di opporre il potere popolare a quello parlamentare, ma di coniugare democrazia diretta e rappresentativa, rafforzandole vicendevolmente.
Mentre, tornato a Oxford, arrancavo sfinito su per le scale della stazione, una donna coi capelli rossi che scendeva la rampa mi ha guardato esclamando "il volere del popolo è cambiato... bene!". Dopo un attimo di scombussolamento ho capito che stava commentando il cartello di un tizio davanti a me, di ritorno anche lui dalla manifestazione.
In termini realistici c'è ancora una montagna da scalare per arrivare a quel punto. Restano poche settimane per persuadere qualche parlamentare in più ad anteporre il Paese al partito, l'interesse nazionale a quello personale, egoistico. Ma dopo la straordinaria manifestazione di potere popolare di sabato sono più che mai convinto che una possibilità c'è.
È stata una giornata positiva anche per il resto d'Europa, perché dimostra che nel momento in cui le persone hanno la sensazione che tutti i vantaggi storicamente derivati dall'adesione all'Unione europea sono realmente a rischio si mobilitano per difenderli. Ebbene sì, vale anche per gli inglesi.
(Traduzione di Emilia Benghi)