(ap)
Il mondo a mano ri-armata
Federico Rampini , di FEDERICO RAMPINILa decisione di Trump di uscire dal Trattato sui missili è un favore a Putin, perché stracciare l'accordo manda il segnale "liberi tutti", mentre bisognerebbe incalzarlo sul rispetto dei patti
Com'è lontano il 1987, quando Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov firmavano uno degli accordi sul disarmo nucleare che preludevano alla fine della guerra fredda. Oggi torna d'attualità il suo rovescio, il riarmo nucleare è all'ordine del giorno. Donald Trump, guidato dal consigliere più "falco" che è John Bolton, si prepara a ritirare gli Stati Uniti dal trattato che limitava gli arsenali nucleari di portata intermedia. Il gesto è gravido di conseguenze, anche se è la reazione a un riarmo già in atto sia da parte della Russia che della Cina.
Per la verità già Barack Obama denunciò più di quattro anni fa le ripetute violazioni da parte di Mosca, che sviluppa nuove armi nucleari ben oltre le possibilità consentite dal trattato. In quanto alla Cina, la crescita annua delle sue spese militari è impressionante, e Pechino non conosce vincoli di sorta: i trattati dell'&e…
Per la verità già Barack Obama denunciò più di quattro anni fa le ripetute violazioni da parte di Mosca, che sviluppa nuove armi nucleari ben oltre le possibilità consentite dal trattato. In quanto alla Cina, la crescita annua delle sue spese militari è impressionante, e Pechino non conosce vincoli di sorta: i trattati dell'&e…
Com'è lontano il 1987, quando Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov firmavano uno degli accordi sul disarmo nucleare che preludevano alla fine della guerra fredda. Oggi torna d'attualità il suo rovescio, il riarmo nucleare è all'ordine del giorno. Donald Trump, guidato dal consigliere più "falco" che è John Bolton, si prepara a ritirare gli Stati Uniti dal trattato che limitava gli arsenali nucleari di portata intermedia. Il gesto è gravido di conseguenze, anche se è la reazione a un riarmo già in atto sia da parte della Russia che della Cina.
Per la verità già Barack Obama denunciò più di quattro anni fa le ripetute violazioni da parte di Mosca, che sviluppa nuove armi nucleari ben oltre le possibilità consentite dal trattato. In quanto alla Cina, la crescita annua delle sue spese militari è impressionante, e Pechino non conosce vincoli di sorta: i trattati dell'èra Reagan-Gorbaciov nacquero bilaterali perché allora di superpotenze ce n'erano due, nessuno poteva immaginare la formidabile traiettoria della Repubblica Popolare. Dunque non è il caso di addossare ogni colpa a Trump; si rischia di ripetere lo stesso errore dei pacifisti "a senso unico" che negli anni Settanta manifestavano contro gli euromissili americani, ignorando gli SS-20 sovietici già installati minacciosamente al confine est-europeo e puntati contro di noi.
Resta inquietante il cambiamento di clima. Aggiungiamoci i continui "duelli virtuali" nei mari e sui cieli dell'Estremo Oriente, dove le forze armate cinesi e le flotte americane si punzecchiano in una gara di provocazioni che potrebbero sfuggire di mano. Aggiungiamoci i continui sconfinamenti di aerei russi sui cieli scandinavi, dove il timore dell'espansionismo di Putin sta spingendo perfino svedesi e finlandesi a riesaminare la loro tradizionale neutralità. Passare dai tamburi di guerra ai conflitti veri è più facile di quanto si creda, come ricordano le ricostruzioni storiche sui "leader sonnambuli" che camminarono verso i due conflitti mondiali senza quasi accorgersene.
Trump e Bolton hanno ragione sul fatto che il riarmo è stato già avviato da tempo e dagli altri. Il problema è se la reazione americana sia efficace per frenare il militarismo di chi sta al potere a Mosca e Pechino. L'esperto di geopolitica Fred Kaplan ha pubblicato su Slate una delle più lucide e documentate confutazioni della risposta americana. La sua conclusione: è un favore a Putin, perché stracciare il trattato manda il segnale "liberi tutti", mentre bisognerebbe incalzarlo sul rispetto degli accordi. D'altronde la risposta degli Stati Uniti rientra nel credo unilateralista di un'Amministrazione che non vuole più farsi legare le mani da patti internazionali. Trump può perfino attribuirsi un'affinità con Reagan: il quale, prima di sedersi al tavolo dei negoziati con Gorbaciov, portò l'Urss al collasso stremandola in una corsa agli armamenti che era al di sopra delle sue forze.
Proprio quest'ultima analogia, però, è difficilmente riproponibile un trentennio dopo. Se Trump pensa di rifare "quel" Reagan, con un prolungato braccio di ferro per vedere chi ha più risorse da investire nel riarmo, rischia di sbagliare epoca. La Russia resta un nano economico come l'Urss, Putin ha fallito il decollo verso la modernizzazione, però lui è un gigante nella geostrategia: padroneggia le nuove guerre "asimmetriche" come la pirateria digitale o la manipolazione dei social media; sa espandere la propria rete di alleanze fin dentro il cortile della Nato (vedi in Turchia). In quanto alla Cina, la sua stazza economica è mastodontica, nulla a che vedere con l'Urss o la Russia di oggi. Il suo regime autoritario può mobilitare risorse enormi sia per gli armamenti classici, sia per gli arsenali nucleari, sia per le nuove frontiere della sfida all'America che sono la ri-conquista dello spazio o l'intelligenza artificiale. Proprio perché non bisogna farsi illusioni sulle intenzioni di Mosca e Pechino, bisognerebbe cercare di legargli le mani con degli accordi nuovi. L'aria che tira non è questa. E intanto lo scenario di un idillio Trump-Putin appare anch'esso allontanarsi rapidamente.
Per la verità già Barack Obama denunciò più di quattro anni fa le ripetute violazioni da parte di Mosca, che sviluppa nuove armi nucleari ben oltre le possibilità consentite dal trattato. In quanto alla Cina, la crescita annua delle sue spese militari è impressionante, e Pechino non conosce vincoli di sorta: i trattati dell'èra Reagan-Gorbaciov nacquero bilaterali perché allora di superpotenze ce n'erano due, nessuno poteva immaginare la formidabile traiettoria della Repubblica Popolare. Dunque non è il caso di addossare ogni colpa a Trump; si rischia di ripetere lo stesso errore dei pacifisti "a senso unico" che negli anni Settanta manifestavano contro gli euromissili americani, ignorando gli SS-20 sovietici già installati minacciosamente al confine est-europeo e puntati contro di noi.
Resta inquietante il cambiamento di clima. Aggiungiamoci i continui "duelli virtuali" nei mari e sui cieli dell'Estremo Oriente, dove le forze armate cinesi e le flotte americane si punzecchiano in una gara di provocazioni che potrebbero sfuggire di mano. Aggiungiamoci i continui sconfinamenti di aerei russi sui cieli scandinavi, dove il timore dell'espansionismo di Putin sta spingendo perfino svedesi e finlandesi a riesaminare la loro tradizionale neutralità. Passare dai tamburi di guerra ai conflitti veri è più facile di quanto si creda, come ricordano le ricostruzioni storiche sui "leader sonnambuli" che camminarono verso i due conflitti mondiali senza quasi accorgersene.
Trump e Bolton hanno ragione sul fatto che il riarmo è stato già avviato da tempo e dagli altri. Il problema è se la reazione americana sia efficace per frenare il militarismo di chi sta al potere a Mosca e Pechino. L'esperto di geopolitica Fred Kaplan ha pubblicato su Slate una delle più lucide e documentate confutazioni della risposta americana. La sua conclusione: è un favore a Putin, perché stracciare il trattato manda il segnale "liberi tutti", mentre bisognerebbe incalzarlo sul rispetto degli accordi. D'altronde la risposta degli Stati Uniti rientra nel credo unilateralista di un'Amministrazione che non vuole più farsi legare le mani da patti internazionali. Trump può perfino attribuirsi un'affinità con Reagan: il quale, prima di sedersi al tavolo dei negoziati con Gorbaciov, portò l'Urss al collasso stremandola in una corsa agli armamenti che era al di sopra delle sue forze.
Proprio quest'ultima analogia, però, è difficilmente riproponibile un trentennio dopo. Se Trump pensa di rifare "quel" Reagan, con un prolungato braccio di ferro per vedere chi ha più risorse da investire nel riarmo, rischia di sbagliare epoca. La Russia resta un nano economico come l'Urss, Putin ha fallito il decollo verso la modernizzazione, però lui è un gigante nella geostrategia: padroneggia le nuove guerre "asimmetriche" come la pirateria digitale o la manipolazione dei social media; sa espandere la propria rete di alleanze fin dentro il cortile della Nato (vedi in Turchia). In quanto alla Cina, la sua stazza economica è mastodontica, nulla a che vedere con l'Urss o la Russia di oggi. Il suo regime autoritario può mobilitare risorse enormi sia per gli armamenti classici, sia per gli arsenali nucleari, sia per le nuove frontiere della sfida all'America che sono la ri-conquista dello spazio o l'intelligenza artificiale. Proprio perché non bisogna farsi illusioni sulle intenzioni di Mosca e Pechino, bisognerebbe cercare di legargli le mani con degli accordi nuovi. L'aria che tira non è questa. E intanto lo scenario di un idillio Trump-Putin appare anch'esso allontanarsi rapidamente.