Brasile, l’enigma di Bolsonaro
Thomas Piketty , di THOMAS PIKETTYLa probabile elezione a presidente della Repubblica del deputato militarista e omofobo di Rio rischia di trascinare il Paese sudamericano verso un pauroso arretramento
È solo dalla metà degli anni Sessanta che gli ex schiavi hanno ottenuto il diritto di sedersi negli stessi autobus dei bianchi e di frequentare le stesse scuole, e in quel contesto hanno infine potuto accedere al diritto di voto. In Brasile i poveri sono stati ammessi a votare solo dalla Costituzione del 1988, a qualche anno appena dalle prime elezioni multirazziali in Sudafrica, nel 1994.
Il confronto potrebbe sorprendere, anche perché in Brasile il meticciato è ben più diffuso che nei due Paesi sopra citati. All'ultimo censimento, nel 2010, in base alle loro dichiarazioni i "bianchi" erano il 48 per cento degli abitanti, i "meticci" il 43 per cento, i "neri" l'8 per cento e gli "asiatici" o "indigeni" l'1 per cento; ma in realtà i brasiliani di origine mista sono più del 90 per cento. Resta comunque il fatto che il divario sociale e quello razziale sono strettamente legati …
Il confronto potrebbe sorprendere, anche perché in Brasile il meticciato è ben più diffuso che nei due Paesi sopra citati. All'ultimo censimento, nel 2010, in base alle loro dichiarazioni i "bianchi" erano il 48 per cento degli abitanti, i "meticci" il 43 per cento, i "neri" l'8 per cento e gli "asiatici" o "indigeni" l'1 per cento; ma in realtà i brasiliani di origine mista sono più del 90 per cento. Resta comunque il fatto che il divario sociale e quello razziale sono strettamente legati …
È solo dalla metà degli anni Sessanta che gli ex schiavi hanno ottenuto il diritto di sedersi negli stessi autobus dei bianchi e di frequentare le stesse scuole, e in quel contesto hanno infine potuto accedere al diritto di voto. In Brasile i poveri sono stati ammessi a votare solo dalla Costituzione del 1988, a qualche anno appena dalle prime elezioni multirazziali in Sudafrica, nel 1994.
Il confronto potrebbe sorprendere, anche perché in Brasile il meticciato è ben più diffuso che nei due Paesi sopra citati. All'ultimo censimento, nel 2010, in base alle loro dichiarazioni i "bianchi" erano il 48 per cento degli abitanti, i "meticci" il 43 per cento, i "neri" l'8 per cento e gli "asiatici" o "indigeni" l'1 per cento; ma in realtà i brasiliani di origine mista sono più del 90 per cento. Resta comunque il fatto che il divario sociale e quello razziale sono strettamente legati tra loro. È il Paese del "razzismo cordiale", si dice a volte, dato che non si può definirlo un Paese senza più razze. Qui la democrazia è recente e fragile, e sta attraversando una gravissima crisi.
Il Brasile ha abolito la schiavitù nel 1988, quando in talune province, in particolare nelle regioni produttrici di zucchero del Nord-Est, gli schiavi rappresentavano ancora il 30 per cento della popolazione. Ma anche al di là del caso estremo della schiavitù, in questo Paese i rapporti di lavoro sono stati a lungo durissimi, in particolare tra proprietari terrieri e braccianti, o contadini senza terra. Sul piano politico, nella Costituzione del 1891 si ha avuto cura di stabilire l'esclusione dal diritto di voto dei non alfabetizzati, poi ribadita nelle Costituzioni del 1934 e 1946. In tal modo, negli anni 1890 si eliminava in partenza dal processo elettorale il 70 per cento della popolazione adulta, passato poi nel 1959 a più del 50 per cento, per scendere al 20 circa nel 1980. In pratica, per tutto un secolo non solo gli ex schiavi, ma più in generale i poveri sono stati esclusi dal gioco politico. Al confronto, colpisce il fatto che l'India non abbia esitato a istituire fin dal 1947 un suffragio veramente universale, nonostante gli enormi divari sociali e statutari ereditati dal passato e l'estrema povertà del Paese.
In Brasile, a fronte dell'esclusione politica dei non alfabetizzati, è mancata una politica di scolarizzazione. Se le disuguaglianze sono tuttora così profonde, è soprattutto perché le classi possidenti non hanno mai tentato veramente di invertire la pesante eredità storica del Paese. La qualità dei servizi pubblici e delle scuole aperte alla grande maggioranza, rimasta a lungo deplorevole, è tuttora insufficiente.
I brasiliani hanno dovuto attendere la fine della dittatura militare (1964-1985) e la Costituzione del 1988 per un diritto di voto esteso a tutti, indipendentemente dal grado di istruzione. Le prime elezioni presidenziali a suffragio universale si sono svolte nel 1989, e fin da allora l'ex tornitore Lula è arrivato al secondo turno col 47 per cento dei voti. Il trionfo riportato nel 2002, col 61 per cento al secondo turno, e poi la sua rielezione con la stessa percentuale di consensi - in barba ai sarcasmi sulla sua scarsa istruzione e agli attacchi di chi sosteneva che non avrebbe rappresentato degnamente il Paese all'estero - segna l'ingresso simbolico del Brasile nell'era del suffragio universale.
Ora però l'elezione di Bolsonaro il 28 ottobre rischia di trascinare il Paese verso un pauroso arretramento, ben al di là di una normale alternanza, dopo le vittorie strappate dal Partito dei lavoratori (Pt) e da Dilma Roussef (56 per cento nel 2010, 52 per cento nel 2014), con un elettorato sempre più caratterizzato da enormi divari sociali, razziali e geografici. Militarista, maschilista, omofobo, il deputato di Rio è anche antisociale e ostile ai poveri, come dimostra il suo programma economico ultraliberista. Per di più cavalca la nostalgia dell'ordine dell'uomo bianco, in un Paese in cui i bianchi non sono più maggioritari (al censimento del 2000 raggiungevano ancora il 54 per cento). Date le condizioni discutibili della destituzione di Roussef nel 2016 e dell'esclusione di Lula nel 2018, queste elezioni rischiano di lasciare tracce terribili.
Eppure al Partito dei lavoratori non si possono imputare demeriti nel periodo in cui è stato al potere. Grazie all'aumento del salario minimo e al nuovo sistema di assegni famigliari (Bolsa familia) la crescita è avvenuta di pari passo con un'inedita riduzione della povertà. Inoltre il partito ha istituito un meccanismo di accesso preferenziale all'università per i ceti popolari, i neri e i meticci. Ma non avendo attuato una riforma del sistema elettorale, il Partito dei lavoratori non è mai riuscito a porre mano a una regressività fiscale che è strutturale nel Paese (le imposte indirette sulle bollette dell'elettricità ammontano al 30 per cento, a fronte di una tassa di successione sui grandi patrimoni del 4 per cento). Anche per questo la riduzione delle disuguaglianze è avvenuta a discapito dei ceti medi, e non di quelli più abbienti.
Se il campo progressista è riuscito a ridurre le disuguaglianze nel XX secolo è perché ha lottato per un programma egualitario ambizioso, fondato su riforme politiche oltre che fiscali e sociali. Negli Stati Uniti si è dovuta attendere la Costituzione del 1913 per istituire un'imposta federale sui redditi e le successioni, divenuta la più progressiva della storia, che ha consentito di finanziare il New Deal. Senza l'abolizione del veto dei Lord nel Regno Unito, e di quello del Senato in Francia, le riforme sociali del 1945 non avrebbero mai potuto vedere la luce. Oggi il campo progressista rifugge da un dibattito ambizioso sulla democratizzazione delle istituzioni americane, brasiliane o europee. Ma non è lasciando il monopolio della rottura ai nativisti e ai reazionari che si salva l'uguaglianza e la democrazia.
Traduzione di Elisabetta Horvat
Il confronto potrebbe sorprendere, anche perché in Brasile il meticciato è ben più diffuso che nei due Paesi sopra citati. All'ultimo censimento, nel 2010, in base alle loro dichiarazioni i "bianchi" erano il 48 per cento degli abitanti, i "meticci" il 43 per cento, i "neri" l'8 per cento e gli "asiatici" o "indigeni" l'1 per cento; ma in realtà i brasiliani di origine mista sono più del 90 per cento. Resta comunque il fatto che il divario sociale e quello razziale sono strettamente legati tra loro. È il Paese del "razzismo cordiale", si dice a volte, dato che non si può definirlo un Paese senza più razze. Qui la democrazia è recente e fragile, e sta attraversando una gravissima crisi.
Il Brasile ha abolito la schiavitù nel 1988, quando in talune province, in particolare nelle regioni produttrici di zucchero del Nord-Est, gli schiavi rappresentavano ancora il 30 per cento della popolazione. Ma anche al di là del caso estremo della schiavitù, in questo Paese i rapporti di lavoro sono stati a lungo durissimi, in particolare tra proprietari terrieri e braccianti, o contadini senza terra. Sul piano politico, nella Costituzione del 1891 si ha avuto cura di stabilire l'esclusione dal diritto di voto dei non alfabetizzati, poi ribadita nelle Costituzioni del 1934 e 1946. In tal modo, negli anni 1890 si eliminava in partenza dal processo elettorale il 70 per cento della popolazione adulta, passato poi nel 1959 a più del 50 per cento, per scendere al 20 circa nel 1980. In pratica, per tutto un secolo non solo gli ex schiavi, ma più in generale i poveri sono stati esclusi dal gioco politico. Al confronto, colpisce il fatto che l'India non abbia esitato a istituire fin dal 1947 un suffragio veramente universale, nonostante gli enormi divari sociali e statutari ereditati dal passato e l'estrema povertà del Paese.
In Brasile, a fronte dell'esclusione politica dei non alfabetizzati, è mancata una politica di scolarizzazione. Se le disuguaglianze sono tuttora così profonde, è soprattutto perché le classi possidenti non hanno mai tentato veramente di invertire la pesante eredità storica del Paese. La qualità dei servizi pubblici e delle scuole aperte alla grande maggioranza, rimasta a lungo deplorevole, è tuttora insufficiente.
I brasiliani hanno dovuto attendere la fine della dittatura militare (1964-1985) e la Costituzione del 1988 per un diritto di voto esteso a tutti, indipendentemente dal grado di istruzione. Le prime elezioni presidenziali a suffragio universale si sono svolte nel 1989, e fin da allora l'ex tornitore Lula è arrivato al secondo turno col 47 per cento dei voti. Il trionfo riportato nel 2002, col 61 per cento al secondo turno, e poi la sua rielezione con la stessa percentuale di consensi - in barba ai sarcasmi sulla sua scarsa istruzione e agli attacchi di chi sosteneva che non avrebbe rappresentato degnamente il Paese all'estero - segna l'ingresso simbolico del Brasile nell'era del suffragio universale.
Ora però l'elezione di Bolsonaro il 28 ottobre rischia di trascinare il Paese verso un pauroso arretramento, ben al di là di una normale alternanza, dopo le vittorie strappate dal Partito dei lavoratori (Pt) e da Dilma Roussef (56 per cento nel 2010, 52 per cento nel 2014), con un elettorato sempre più caratterizzato da enormi divari sociali, razziali e geografici. Militarista, maschilista, omofobo, il deputato di Rio è anche antisociale e ostile ai poveri, come dimostra il suo programma economico ultraliberista. Per di più cavalca la nostalgia dell'ordine dell'uomo bianco, in un Paese in cui i bianchi non sono più maggioritari (al censimento del 2000 raggiungevano ancora il 54 per cento). Date le condizioni discutibili della destituzione di Roussef nel 2016 e dell'esclusione di Lula nel 2018, queste elezioni rischiano di lasciare tracce terribili.
Eppure al Partito dei lavoratori non si possono imputare demeriti nel periodo in cui è stato al potere. Grazie all'aumento del salario minimo e al nuovo sistema di assegni famigliari (Bolsa familia) la crescita è avvenuta di pari passo con un'inedita riduzione della povertà. Inoltre il partito ha istituito un meccanismo di accesso preferenziale all'università per i ceti popolari, i neri e i meticci. Ma non avendo attuato una riforma del sistema elettorale, il Partito dei lavoratori non è mai riuscito a porre mano a una regressività fiscale che è strutturale nel Paese (le imposte indirette sulle bollette dell'elettricità ammontano al 30 per cento, a fronte di una tassa di successione sui grandi patrimoni del 4 per cento). Anche per questo la riduzione delle disuguaglianze è avvenuta a discapito dei ceti medi, e non di quelli più abbienti.
Se il campo progressista è riuscito a ridurre le disuguaglianze nel XX secolo è perché ha lottato per un programma egualitario ambizioso, fondato su riforme politiche oltre che fiscali e sociali. Negli Stati Uniti si è dovuta attendere la Costituzione del 1913 per istituire un'imposta federale sui redditi e le successioni, divenuta la più progressiva della storia, che ha consentito di finanziare il New Deal. Senza l'abolizione del veto dei Lord nel Regno Unito, e di quello del Senato in Francia, le riforme sociali del 1945 non avrebbero mai potuto vedere la luce. Oggi il campo progressista rifugge da un dibattito ambizioso sulla democratizzazione delle istituzioni americane, brasiliane o europee. Ma non è lasciando il monopolio della rottura ai nativisti e ai reazionari che si salva l'uguaglianza e la democrazia.
Traduzione di Elisabetta Horvat