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(ansa)

Il passo fuori di Renzi

L'ex segretario lancia i Comitati civici, uno strumento per fare politica al di là del Partito democratico e per proporsi come nuova forza di centro. Una mossa che può giovare anche a un Pd targato Zingaretti
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Matteo Renzi ha rotto gli indugi e ha lanciato i Comitati civici, una struttura parallela al Pd che raccolga e mobiliti iscritti e non iscritti. L'obiettivo è evidente, al netto delle smentite di rito: dar vita ad uno strumento con il quale "fare politica" al di là del Partito democratico e nella esclusiva disponibilità dell'ex segretario, in sintonia con la sua inclinazione decisionista. Il passo fuori dal Pd è evidente perché in questo caso non si tratta di una corrente interna dei propri sostenitori - come è normale in tutti i partiti democratici - bensì di una organizzazione esterna al partito, svincolata da ogni obbligo nei confronti del partito stesso.

Il progetto presenta una chiara alterità rispetto alle posizioni ufficiali del Pd: lo dimostra esplicitamente il rifiuto ad aderire, in vista delle elezioni europee, alla candidatura a presidente della Commissione Ue ufficializzata dai partner socialisti, p…
Matteo Renzi ha rotto gli indugi e ha lanciato i Comitati civici, una struttura parallela al Pd che raccolga e mobiliti iscritti e non iscritti. L'obiettivo è evidente, al netto delle smentite di rito: dar vita ad uno strumento con il quale "fare politica" al di là del Partito democratico e nella esclusiva disponibilità dell'ex segretario, in sintonia con la sua inclinazione decisionista. Il passo fuori dal Pd è evidente perché in questo caso non si tratta di una corrente interna dei propri sostenitori - come è normale in tutti i partiti democratici - bensì di una organizzazione esterna al partito, svincolata da ogni obbligo nei confronti del partito stesso.

Il progetto presenta una chiara alterità rispetto alle posizioni ufficiali del Pd: lo dimostra esplicitamente il rifiuto ad aderire, in vista delle elezioni europee, alla candidatura a presidente della Commissione Ue ufficializzata dai partner socialisti, per creare invece un nuovo fronte di stampo "macroniano". Per quanto si possa simpatizzare con l'afflato europeo del presidente francese (un po' meno però con le sue iniziative concrete sul terreno comunitario) non altrettanto un partito di sinistra può consentire con le sue politiche economico-sociali. Se quindi il fronte europeo ispirato a Macron è il viatico per una analoga proposta sul piano nazionale, allora il Pd è giunto ad un punto di rottura: o meglio ad un chiarimento finale su quale strada prendere, e con chi.

Le posizioni sono ormai chiare. Da un lato Nicola Zingaretti si candida a ricentrare l'asse del partito su una linea classicamente socialdemocratica rinverdendo i temi classici di quella tradizione. In questi anni, convulsi e incerti, iniziati più di vent'anni fa, il Pd e i partiti che lo hanno fondato hanno progressivamente "perso senso" oscillando tra scoperte "liberali" (come dimenticare la rivoluzione liberale proclamata prima da Veltroni poi da D'Alema quando ancora guidavano i Ds) e fascinazioni infauste per il mercato dei capitani coraggiosi. Era nelle cose che poi arrivasse qualcuno, come Matteo Renzi, più esplicito e radicale nel promuovere quelle tendenze. E ora l'ex segretario riprende il cammino interrotto nel 2013 quando vinse le primarie e dovette mettere un po' di acqua nell'agenda leopoldesca. Per sua fortuna oggi il terreno è enormemente più propizio alla sua strategia perché la radicalizzazione salviniana qualche spazio moderato l'ha lasciato scoperto. Proporsi ora come un "centro riformatore" trova molta più audience di quanto non poteva avere, solo un anno fa, tutto un Pd spostato al centro.

La divaricazione interna di percorsi risponde al nuovo contesto post-4 marzo offrendo due strade alternative ma non confliggenti. In estrema sintesi: contrastare il salvinismo con posizioni moderate e tradizionali sul piano economico-sociale ma aperte e liberal su quello dei diritti; contrastare il grillismo con proposte aggressive e convincenti sul lavoro e sul welfare recuperando quei voti andati al M5S per disperazione e ora in via di ripensamento per le esibizioni al balcone, gli insulti a Mattarella, l'inettitudine a governare.

La separazione dei destini, per una volta, può essere profittevole per entrambi in quanto la componente liberal-renziana e quella socialdemocratica di Zingaretti offrono proposte diverse, e appetibili, a mercati elettorali diversi. È la fine del Pd? Per come è stato concepito sì, perché le culture politiche che lo avevano prefigurato non ci sono più, a incominciare dai cattolici democratici come il risultato del Trentino ha dimostrato. Inoltre è cambiato radicalmente il contesto politico e quindi nuove sfide esigono nuovi strumenti per combattere meglio: anche differenziando l'offerta politica.