Il Pd non vada in fondo al centro
Luca Bottura , di LUCA BOTTURAAl netto delle aspirazioni ideali c'è un dato: si cercano i voti al Centro, ma il Centro non esiste più. Plasticamente. Dove sedeva la Dc, giace la Destra regressista della Casaleggio Associati. Alla loro sinistra, poggia le terga la Destra postfascista, che lavora per un Paese in ginocchio, dal quale spremere il consenso della disperazione
Nell'attuale contingenza Pd, un mondo fatato in cui l'analisi dei disastri elettorali è affidata alternativamente a un immobilismo nichilista o a uno storytelling che insegue David Letterman ma assomiglia a Malattie Imbarazzanti, un solo punto sembra unire tutte le fazioni: la reconquista comincia al Centro. Il blocco sociale che ha abbandonato i democratici - il succo - va recuperato parlandone il linguaggio e cavalcandone le aspirazioni. "Abbiamo perso perché non siamo andati tra la gente", si dice. E allora ecco le passerelle a incassare pernacchie. Ecco i deputati che usano i social per rinfacciare al governo di non mantenere le promesse: "Dove sono i 600.000 rimpatri?". Ecco la subalternità che porta a infortuni come il voto sulla legittima difesa. Che infortunio non è: rappresenta il culmine - si spera - di un percorso coerente e precisissimo.
Al netto delle aspirazioni ideali (la politica dovrebbe possedere uno stigma di …
Al netto delle aspirazioni ideali (la politica dovrebbe possedere uno stigma di …
Nell'attuale contingenza Pd, un mondo fatato in cui l'analisi dei disastri elettorali è affidata alternativamente a un immobilismo nichilista o a uno storytelling che insegue David Letterman ma assomiglia a Malattie Imbarazzanti, un solo punto sembra unire tutte le fazioni: la reconquista comincia al Centro. Il blocco sociale che ha abbandonato i democratici - il succo - va recuperato parlandone il linguaggio e cavalcandone le aspirazioni. "Abbiamo perso perché non siamo andati tra la gente", si dice. E allora ecco le passerelle a incassare pernacchie. Ecco i deputati che usano i social per rinfacciare al governo di non mantenere le promesse: "Dove sono i 600.000 rimpatri?". Ecco la subalternità che porta a infortuni come il voto sulla legittima difesa. Che infortunio non è: rappresenta il culmine - si spera - di un percorso coerente e precisissimo.
Al netto delle aspirazioni ideali (la politica dovrebbe possedere uno stigma di originalità, rendere popolare quel che al momento sembra non esserlo: altrimenti saremmo ancora al terrapiattismo) c'è un dato: si cercano i voti al Centro, ma il Centro non esiste più. Plasticamente. Dove sedeva la Dc, giace la Destra regressista della Casaleggio Associati. Alla loro sinistra, poggia le terga la Destra postfascista, che lavora per un Paese in ginocchio, dal quale spremere il consenso della disperazione che fa da concime (organico) alle svolte autoritarie.
Lega e Cinquestelle raccolgono i frutti della diffidenza verso il domani che vent'anni di berlusconismo, dei suoi media, la loro rappresentazione terroristica del Paese, la creazione di modelli impossibili da raggiungere, il lavorio perché ciò non accadesse e le classi restassero tali, impermeabili, l'invidia sociale che ne deriva, hanno instillato in parte del corpo elettorale.
E non perché il 60 per cento degli italiani sia composto da minus habens. Al contrario. È una scelta difensiva. Ché se non ci fossero i diversi su cui stornare il disastro (la zecca rossa, il negro, il Soros di turno) dovremmo chiederci come sia possibile accettare intere regioni in mano alle mafie, il familismo amorale che inquina in primis il mondo del lavoro, il ladrocinio quotidiano dell'evasione fiscale.
Dovremmo fare i conti con noi stessi. Tutti. Ma è molto più facile applaudire uno che urla "ruspa" piuttosto che guardarsi allo specchio. Il Pd di oggi, quel che ne resta, non può sperare di chiedere subito il voto a questa Italia della quale è (siamo) corresponsabile. Prima, occorre una specie di pride. Perché ci troviamo, da questa parte del mondo, davanti a una gigantesca tv che rimanda la scena di "Aprile" in cui Nanni Moretti si rivolgeva a D'Alema. Vorremmo sentire, se non una cosa di sinistra, qualcosa di civiltà. O anche solo qualcosa. Il successo dei Cinque Stelle, e della Lega, è sovrapponibile a quello di Trump negli Usa: hanno ridato dignità a chi manco votava. Al loro, di popolo. Ma al corpo elettorale (fu) democratico non manca, oggi, un Trump. Mancano un progetto alternativo chiaro e il coraggio di enunciarlo.
Non sono i raccoglitori di pomodori, il problema. È la camorra che li sfrutta. Sono anche le tasse, il problema. Ma gli stranieri non investono qui perché c'è la mafia. L'Europa va migliorata, ma senza Europa ci sparavamo addosso. I Mimmo Lucano devono rispettare le leggi. Però quel modello è il nostro modello: trasformare in risorsa concreta di ciò che gli altri chiamano "risorsa" solo per irridere Laura Boldrini. Ovvietà che non valgono il 40 per cento. Ma forse più del 15 sì. Da cui partire per rimuovere la patina di conformismo cattivista che attualmente amalgama il governo e i suoi entusiasti elettori. Quindi, il Paese. Che è perdente aspettare al Centro. Perché è finito in fondo a Destra.
Al netto delle aspirazioni ideali (la politica dovrebbe possedere uno stigma di originalità, rendere popolare quel che al momento sembra non esserlo: altrimenti saremmo ancora al terrapiattismo) c'è un dato: si cercano i voti al Centro, ma il Centro non esiste più. Plasticamente. Dove sedeva la Dc, giace la Destra regressista della Casaleggio Associati. Alla loro sinistra, poggia le terga la Destra postfascista, che lavora per un Paese in ginocchio, dal quale spremere il consenso della disperazione che fa da concime (organico) alle svolte autoritarie.
Lega e Cinquestelle raccolgono i frutti della diffidenza verso il domani che vent'anni di berlusconismo, dei suoi media, la loro rappresentazione terroristica del Paese, la creazione di modelli impossibili da raggiungere, il lavorio perché ciò non accadesse e le classi restassero tali, impermeabili, l'invidia sociale che ne deriva, hanno instillato in parte del corpo elettorale.
E non perché il 60 per cento degli italiani sia composto da minus habens. Al contrario. È una scelta difensiva. Ché se non ci fossero i diversi su cui stornare il disastro (la zecca rossa, il negro, il Soros di turno) dovremmo chiederci come sia possibile accettare intere regioni in mano alle mafie, il familismo amorale che inquina in primis il mondo del lavoro, il ladrocinio quotidiano dell'evasione fiscale.
Dovremmo fare i conti con noi stessi. Tutti. Ma è molto più facile applaudire uno che urla "ruspa" piuttosto che guardarsi allo specchio. Il Pd di oggi, quel che ne resta, non può sperare di chiedere subito il voto a questa Italia della quale è (siamo) corresponsabile. Prima, occorre una specie di pride. Perché ci troviamo, da questa parte del mondo, davanti a una gigantesca tv che rimanda la scena di "Aprile" in cui Nanni Moretti si rivolgeva a D'Alema. Vorremmo sentire, se non una cosa di sinistra, qualcosa di civiltà. O anche solo qualcosa. Il successo dei Cinque Stelle, e della Lega, è sovrapponibile a quello di Trump negli Usa: hanno ridato dignità a chi manco votava. Al loro, di popolo. Ma al corpo elettorale (fu) democratico non manca, oggi, un Trump. Mancano un progetto alternativo chiaro e il coraggio di enunciarlo.
Non sono i raccoglitori di pomodori, il problema. È la camorra che li sfrutta. Sono anche le tasse, il problema. Ma gli stranieri non investono qui perché c'è la mafia. L'Europa va migliorata, ma senza Europa ci sparavamo addosso. I Mimmo Lucano devono rispettare le leggi. Però quel modello è il nostro modello: trasformare in risorsa concreta di ciò che gli altri chiamano "risorsa" solo per irridere Laura Boldrini. Ovvietà che non valgono il 40 per cento. Ma forse più del 15 sì. Da cui partire per rimuovere la patina di conformismo cattivista che attualmente amalgama il governo e i suoi entusiasti elettori. Quindi, il Paese. Che è perdente aspettare al Centro. Perché è finito in fondo a Destra.