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Il governo del soliloquio

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Molti settori della società civile e dell'economia accusano l'esecutivo di non saper ascoltare critiche e suggerimenti
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Il dialogo che non c'è. Non è solo sul blocco delle opere pubbliche che il governo, con i Cinque Stelle in testa, viene accusato da diversi settori dell'economia e della società civile di non sapere ascoltare critiche, suggerimenti, obiezioni. È come se non avesse bisogno di confrontarsi con i corpi intermedi e rappresentativi della società, ma gli bastasse il rapporto diretto e unidirezionale con la gente.

A sentirsi inascoltati sono i costruttori che rischiano di vedersi chiudere cantieri faticosamente aperti, e i loro lavoratori che potrebbero essere licenziati. Ma sono anche le imprese che facendosi due conti hanno capito che la manovra le tasserà più di quanto le aiuta. Sono i commercialisti che prefigurano un preoccupante buco nel gettito fiscale, prodotto dai "nove condoni in uno" decisi dall'esecutivo. Sono gli assessori regionali che tentano inutilmente di convincere Di Maio su come sia impossibile fare i…
Il dialogo che non c'è. Non è solo sul blocco delle opere pubbliche che il governo, con i Cinque Stelle in testa, viene accusato da diversi settori dell'economia e della società civile di non sapere ascoltare critiche, suggerimenti, obiezioni. È come se non avesse bisogno di confrontarsi con i corpi intermedi e rappresentativi della società, ma gli bastasse il rapporto diretto e unidirezionale con la gente.

A sentirsi inascoltati sono i costruttori che rischiano di vedersi chiudere cantieri faticosamente aperti, e i loro lavoratori che potrebbero essere licenziati. Ma sono anche le imprese che facendosi due conti hanno capito che la manovra le tasserà più di quanto le aiuta. Sono i commercialisti che prefigurano un preoccupante buco nel gettito fiscale, prodotto dai "nove condoni in uno" decisi dall'esecutivo. Sono gli assessori regionali che tentano inutilmente di convincere Di Maio su come sia impossibile fare in pochi mesi la riforma dei centri per l'impiego per il reddito di cittadinanza. Sono infine i sindacati, preoccupati perché dipendenti pubblici e pensionati non hanno avuto nulla dalla manovra, e perché il cosiddetto "decreto dignità" non sta affatto creando più lavoro.

Nell'immenso impasse infrastrutturale, la Tav, l'alta velocità ferroviaria Torino-Lione, è sospesa (così come altri grandi lavori), in attesa di un'analisi costi-benefici dalla quale dipenderà il futuro del progetto, già bocciato preventivamente dal sindaco di Torino. Solo che quel progetto è già stato in gran parte realizzato. "Tra noi imprenditori l'atmosfera è da marcia dei 40 mila", confessa il presidente dei costruttori edili di Torino, Antonio Mattio.

C'è un'aperta insofferenza verso l'invalicabile muro di veti e rinunce. Tra smantellamento delle opere già realizzate e penali da pagare, lo Stato finirebbe per versare circa 2 miliardi per non fare la Tav. A pochi chilometri, Genova (ferita dalla tragedia del ponte Morandi) prova a fare conti sull'occasione persa del passante autostradale della Gronda, avversato da sempre dai grillini, mentre i lavoratori del Terzo Valico Genova-Tortona scendono in piazza contro il blocco dei fondi deciso dal ministro Toninelli. Solo il gasdotto Tap passa alla fine: la valutazione ambientale era corretta, troppo alto il costo della rinuncia.
Ma c'è un altro terreno su cui sta naufragando quella che sembrava all'inizio una possibile luna di miele tra industriali e governo. Questa volta non sono i Cinque Stelle ad essere chiamati in causa, ma la Lega di Salvini. Il nuovo terreno di scontro si chiama "fisco".

Una volta compreso che il governo non avrebbe ridotto il cuneo fiscale, le imprese si aspettavano quanto meno che fossero confermati gli sgravi degli ultimi anni: quelli di Industria 4.0 che le avevano spinte a investire, e quelli che le avevano aiutate a ripatrimonializzarsi (Ace e Iri). L'esecutivo invece ha dimezzato i primi e cancellato i secondi, limitandosi a estendere il forfait per gli autonomi, con la sorpresa finale di un aumento delle tasse di quasi 5 miliardi nel 2019. Inascoltate e deluse le imprese, ma anche i commercialisti, che vedono nel condono una pratica "mortificante" e foriera di inevitabili ammanchi fiscali.

Dal fisco al lavoro. A nulla è servito il pressing dei sindacati che spingevano per incentivare le assunzioni stabili: il "decreto dignità" è rimasto fermo nell'illusione che si possano creare contratti a tempo indeterminato semplicemente penalizzando quelli a termine. Con il risultato che ora stanno frenando sia gli uni sia gli altri. Infine, in un incontro di qualche giorno fa, gli assessori regionali al Lavoro di tutta Italia hanno inutilmente cercato di far capire a Di Maio che i loro centri per l'impiego non potranno affatto essere pronti per i primi mesi del 2019 e che la loro riforma richiederà qualche anno. Come dire che quando il reddito di cittadinanza comincerà a essere distribuito, nessuno sarà in grado di offrire lavori o di controllare se il beneficiario del reddito avrà trovato un impiego. Avremo cioè per molto tempo i 780 euro a testa slegati dall'occupazione. In altre parole, puro assistenzialismo.