Diceva Luigi Di Maio il 14 giugno scorso: "Penso che aver avuto un italiano a capo della Bce abbia aiutato sicuramente l'Italia in questi anni". Quattro mesi dopo, eccolo invece attaccare a testa bassa Mario Draghi: "Vedo da alcuni ministri di altri Paesi, come quelli tedeschi, molto più rispetto per quello che stiamo facendo che dal capo della Banca centrale europea il quale viene a dire che il clima di tensione in Italia è un problema. Mi meraviglia che un italiano si metta ad avvelenare il clima ulteriormente".
Il curioso e repentino rovesciamento di prospettiva suscita una domanda: conosce Di Maio le regole e i meccanismi più elementari di funzionamento delle istituzioni europee, almeno come competerebbe a un ministro e vicepremier di un importante Paese membro dell'Unione? In caso affermativo, dovrebbe allora sapere che il presidente della Banca centrale europea, come il presidente della Commissione e tutti i commissari, non…
Il curioso e repentino rovesciamento di prospettiva suscita una domanda: conosce Di Maio le regole e i meccanismi più elementari di funzionamento delle istituzioni europee, almeno come competerebbe a un ministro e vicepremier di un importante Paese membro dell'Unione? In caso affermativo, dovrebbe allora sapere che il presidente della Banca centrale europea, come il presidente della Commissione e tutti i commissari, non…
Diceva Luigi Di Maio il 14 giugno scorso: "Penso che aver avuto un italiano a capo della Bce abbia aiutato sicuramente l'Italia in questi anni". Quattro mesi dopo, eccolo invece attaccare a testa bassa Mario Draghi: "Vedo da alcuni ministri di altri Paesi, come quelli tedeschi, molto più rispetto per quello che stiamo facendo che dal capo della Banca centrale europea il quale viene a dire che il clima di tensione in Italia è un problema. Mi meraviglia che un italiano si metta ad avvelenare il clima ulteriormente".
Il curioso e repentino rovesciamento di prospettiva suscita una domanda: conosce Di Maio le regole e i meccanismi più elementari di funzionamento delle istituzioni europee, almeno come competerebbe a un ministro e vicepremier di un importante Paese membro dell'Unione? In caso affermativo, dovrebbe allora sapere che il presidente della Banca centrale europea, come il presidente della Commissione e tutti i commissari, non è lì per curare gli interessi della nazione di provenienza. Bensì quelli dell'Unione. La risolutezza della sua affermazione fa purtroppo immaginare il contrario. Il che è oggettivamente un bel problema: per lui, ma soprattutto per noi.
Nella battaglia contro l'Europa, il nemico pubblico numero uno della formazione gialloverde insieme alle agenzie di rating, alle banche e ai Soros di turno, il governo combatte come un guerriero bendato che mena fendenti in ogni direzione. Ma senza neppure sapere bene che cosa colpire. L'importante è menare, confidando che ogni colpo, anche se andato a vuoto, porti ancora più consensi. Il che non succede sempre.
Nella prima bozza del contratto di governo c'era la richiesta alla Bce di ridurre di 250 miliardi il nostro debito pubblico: ignorando che gli acquisti del Quantitative easing da parte della Banca centrale avevano già sterilizzato non 250, ma ben 350 miliardi di Btp.
La lista delle castronerie proseguiva con l'accusa al sistema del bail in bancario (la regola secondo cui il crac di un istituto di credito può gravare fino a 100 mila euro su ogni singolo correntista) di aver "provocato la destabilizzazione del credito in Italia con conseguenze negative per le famiglie, che si sono viste espropriare i propri risparmi che supponevano essere investiti in attività sicure": ignorando che non c'è mai stato, in Italia, un caso in cui il famigerato bail in sia stato innescato. Per inciso, la castroneria è rimasta anche nel testo definitivo del contratto.
Un importante esponente del Movimento 5 stelle, il commercialista Stefano Buffagni, vicinissimo a Di Maio, è arrivato quindi a qualificare come un "ottimo segnale" per l'economia italiana l'esito di un'asta di btp che aveva registrato una forte impennata dei rendimenti. Quando persino gli studenti al primo anno di economia sanno che l'aumento dei tassi, se dev'essere interpretato come un segnale dei mercati, ebbene è un segnale preoccupante.
Non padroneggiare a sufficienza la materia rischia pure di contribuire a disastri inenarrabili solo per l'uso sconsiderato delle parole. Capita così che mentre Di Maio si affanna a garantire che "non c'è alcun proposito di uscire dall'Ue o dalla moneta unica" (magari sperando di far dimenticare non soltanto le sue intemerate contro la moneta unica ma anche di aver organizzato addirittura la raccolta delle firme per uscire dall'euro), il suo Movimento 5 stelle pubblichi un post su Facebook cannoneggiando senza pietà il commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici. Con un contestuale (e si suppone involontario) riverbero sullo spread, del quale tuttavia si indica come responsabile il medesimo Moscovici.
Presunzione e abissale mancanza di conoscenze sono dunque una miscela esplosiva che può causare danni letali. Soprattutto se chi la agita si sente sempre autorizzato a dare fiato alle trombe infischiandosene delle conseguenze. Poi, quando i guai succedono, mette la croce sulle spalle del nemico di turno. Come le agenzie di rating, il cui giudizio ci può mandare all'inferno: potrà non piacere e quel sistema è sicuramente discutibile sotto diversi aspetti, purtroppo però funziona così ovunque. Ed è forte il sospetto che il disprezzo con il quale si tratta una materia così sensibile nasconda una desolante e arrogante carenza cognitiva.
"Non me ne frega niente", esterna Di Maio, "se c'è un'agenzia di rating che dice che il reddito di cittadinanza è inopportuno". Anzi, tanto di guadagnato se quegli arnesi al soldo della speculazione attaccano il Paese. "Quando vedo che si scomoda qualche agenzia di rating facendo comunicati dico che siamo sulla strada giusta", s'inorgoglisce. E quando poi arriva la bastonata, la regola è fare spallucce. Il declassamento del debito? "Lo accolgo con un grande sorriso, ce lo aspettavamo", commenta il ministro dello Sviluppo.
La strada maestra, del resto, l'ha tracciata il fondatore, Beppe Grillo in persona. Che a valle della bocciatura inflittaci da Moody's e qualche giorno prima del giudizio di Standard & Poor's ha dedicato loro, e non solo, alcune carinerie: "Non ci possono fare paura tre o quattro agenzie di rating che sono sotto inchiesta a Trani" ma neppure "quei vecchietti in Europa, come Juncker e Schroeder il cui futuro è in una clinica. Vanno messi lì tranquilli. Noi ci liberiamo, siamo liberi psicologicamente, non cadete in queste trappole". E poi, la scenetta irridente con Di Maio: "Non avrei mai pensato che Luigi in pubblico dicesse di essere contento perché l'outlook è stabile.... Ma non ci rompere 'u cazzu, Luigi!".
Il curioso e repentino rovesciamento di prospettiva suscita una domanda: conosce Di Maio le regole e i meccanismi più elementari di funzionamento delle istituzioni europee, almeno come competerebbe a un ministro e vicepremier di un importante Paese membro dell'Unione? In caso affermativo, dovrebbe allora sapere che il presidente della Banca centrale europea, come il presidente della Commissione e tutti i commissari, non è lì per curare gli interessi della nazione di provenienza. Bensì quelli dell'Unione. La risolutezza della sua affermazione fa purtroppo immaginare il contrario. Il che è oggettivamente un bel problema: per lui, ma soprattutto per noi.
Nella battaglia contro l'Europa, il nemico pubblico numero uno della formazione gialloverde insieme alle agenzie di rating, alle banche e ai Soros di turno, il governo combatte come un guerriero bendato che mena fendenti in ogni direzione. Ma senza neppure sapere bene che cosa colpire. L'importante è menare, confidando che ogni colpo, anche se andato a vuoto, porti ancora più consensi. Il che non succede sempre.
Nella prima bozza del contratto di governo c'era la richiesta alla Bce di ridurre di 250 miliardi il nostro debito pubblico: ignorando che gli acquisti del Quantitative easing da parte della Banca centrale avevano già sterilizzato non 250, ma ben 350 miliardi di Btp.
La lista delle castronerie proseguiva con l'accusa al sistema del bail in bancario (la regola secondo cui il crac di un istituto di credito può gravare fino a 100 mila euro su ogni singolo correntista) di aver "provocato la destabilizzazione del credito in Italia con conseguenze negative per le famiglie, che si sono viste espropriare i propri risparmi che supponevano essere investiti in attività sicure": ignorando che non c'è mai stato, in Italia, un caso in cui il famigerato bail in sia stato innescato. Per inciso, la castroneria è rimasta anche nel testo definitivo del contratto.
Un importante esponente del Movimento 5 stelle, il commercialista Stefano Buffagni, vicinissimo a Di Maio, è arrivato quindi a qualificare come un "ottimo segnale" per l'economia italiana l'esito di un'asta di btp che aveva registrato una forte impennata dei rendimenti. Quando persino gli studenti al primo anno di economia sanno che l'aumento dei tassi, se dev'essere interpretato come un segnale dei mercati, ebbene è un segnale preoccupante.
Non padroneggiare a sufficienza la materia rischia pure di contribuire a disastri inenarrabili solo per l'uso sconsiderato delle parole. Capita così che mentre Di Maio si affanna a garantire che "non c'è alcun proposito di uscire dall'Ue o dalla moneta unica" (magari sperando di far dimenticare non soltanto le sue intemerate contro la moneta unica ma anche di aver organizzato addirittura la raccolta delle firme per uscire dall'euro), il suo Movimento 5 stelle pubblichi un post su Facebook cannoneggiando senza pietà il commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici. Con un contestuale (e si suppone involontario) riverbero sullo spread, del quale tuttavia si indica come responsabile il medesimo Moscovici.
Presunzione e abissale mancanza di conoscenze sono dunque una miscela esplosiva che può causare danni letali. Soprattutto se chi la agita si sente sempre autorizzato a dare fiato alle trombe infischiandosene delle conseguenze. Poi, quando i guai succedono, mette la croce sulle spalle del nemico di turno. Come le agenzie di rating, il cui giudizio ci può mandare all'inferno: potrà non piacere e quel sistema è sicuramente discutibile sotto diversi aspetti, purtroppo però funziona così ovunque. Ed è forte il sospetto che il disprezzo con il quale si tratta una materia così sensibile nasconda una desolante e arrogante carenza cognitiva.
"Non me ne frega niente", esterna Di Maio, "se c'è un'agenzia di rating che dice che il reddito di cittadinanza è inopportuno". Anzi, tanto di guadagnato se quegli arnesi al soldo della speculazione attaccano il Paese. "Quando vedo che si scomoda qualche agenzia di rating facendo comunicati dico che siamo sulla strada giusta", s'inorgoglisce. E quando poi arriva la bastonata, la regola è fare spallucce. Il declassamento del debito? "Lo accolgo con un grande sorriso, ce lo aspettavamo", commenta il ministro dello Sviluppo.
La strada maestra, del resto, l'ha tracciata il fondatore, Beppe Grillo in persona. Che a valle della bocciatura inflittaci da Moody's e qualche giorno prima del giudizio di Standard & Poor's ha dedicato loro, e non solo, alcune carinerie: "Non ci possono fare paura tre o quattro agenzie di rating che sono sotto inchiesta a Trani" ma neppure "quei vecchietti in Europa, come Juncker e Schroeder il cui futuro è in una clinica. Vanno messi lì tranquilli. Noi ci liberiamo, siamo liberi psicologicamente, non cadete in queste trappole". E poi, la scenetta irridente con Di Maio: "Non avrei mai pensato che Luigi in pubblico dicesse di essere contento perché l'outlook è stabile.... Ma non ci rompere 'u cazzu, Luigi!".