Sinodo: se la Chiesa scommette sui vescovi
Alberto MelloniPapa Francesco punta ancora una volta sui monsignori. A loro non chiede una unità disciplinare, estrinseca e impossibile, ma "sinodale"
All'indomani del sinodo del 2015 sulla famiglia iniziò la campagna con cui la destra reazionaria americana (per sé evangelicale) ed europea (per sé atea) cercava di annettersi il tradizionalismo cattolico aggredendo il Papa come eretico e in lui la Chiesa: aggressione che ieri Francesco ha denunciato con parole di fuoco, che non avevano certo di mira né le vittime degli abusi, né la stampa, né la giustizia, ma quella operazione e i suoi pupari politici.
Il sinodo sui giovani chiuso ieri era più facile (negli anni Settanta la comunità di Taizé aveva pensato a un concilio dei giovani...) e il documento finale lo prova. Le parti coraggiose (la formula sulla coscienza, il rispetto per l'orientamento sessuale, la delicatezza sull'aborto), rafforzano tendenze già viste; le molte parti prevedibili, sui social, le vocazioni, i disabili, sono al Dimenticatoio Pontificio ad una velocità che dipenderà…
Il sinodo sui giovani chiuso ieri era più facile (negli anni Settanta la comunità di Taizé aveva pensato a un concilio dei giovani...) e il documento finale lo prova. Le parti coraggiose (la formula sulla coscienza, il rispetto per l'orientamento sessuale, la delicatezza sull'aborto), rafforzano tendenze già viste; le molte parti prevedibili, sui social, le vocazioni, i disabili, sono al Dimenticatoio Pontificio ad una velocità che dipenderà…
All'indomani del sinodo del 2015 sulla famiglia iniziò la campagna con cui la destra reazionaria americana (per sé evangelicale) ed europea (per sé atea) cercava di annettersi il tradizionalismo cattolico aggredendo il Papa come eretico e in lui la Chiesa: aggressione che ieri Francesco ha denunciato con parole di fuoco, che non avevano certo di mira né le vittime degli abusi, né la stampa, né la giustizia, ma quella operazione e i suoi pupari politici.
Il sinodo sui giovani chiuso ieri era più facile (negli anni Settanta la comunità di Taizé aveva pensato a un concilio dei giovani...) e il documento finale lo prova. Le parti coraggiose (la formula sulla coscienza, il rispetto per l'orientamento sessuale, la delicatezza sull'aborto), rafforzano tendenze già viste; le molte parti prevedibili, sui social, le vocazioni, i disabili, sono al Dimenticatoio Pontificio ad una velocità che dipenderà dall'agenda del Papa per questa Europa dove abita e dalle tappe del viaggio in Asia del prossimo anno.
Sbaglierebbe, però, chi pensasse che il sinodo si riduca a questo mix, nato da un dibattito inutilmente oscurato da una segretezza che ad esempio il concilio Vaticano II non usò mai. Ciò che lascia è di altra portata, e segnerà il futuro della Chiesa, giacché da Luciani in poi tutti i papi sono stati al sinodo e sarà così anche domani. Per prima cosa l'esperienza sinodale fatta dai vescovi, in un organo che fino al 2013 di sinodale aveva solo il nome. Francesco è riuscito a instaurare una pedagogia della sinodalità e far capire che cosa vuol dire l'espressione "Chiesa sinodale". Discutendo, deliberando, ascoltando, hanno chiarito a se stessi la differenza fra collegialità dei vescovi e sinodalità della Chiesa. Perché la collegialità definisce la potestà "piena e suprema" dei vescovi in comunione con Pietro. La sinodalità è invece la scoperta che a tutti i livelli - universali, continentali, nazionali, diocesani, parrocchiali - solo la comunione può produrre analisi, scelte, decisioni, governo che non devono scimmiottare il parlamentarismo, ma esprimere l'obbedienza alla parola evangelica che, come diceva Gregorio Magno, "cresce con chi la legge".
In secondo luogo, però, l'incubazione del sinodo prova che la lotta per fare diventare regola questa prassi non è finita. Proprio alla vigilia del sinodo Francesco aveva pubblicato Episcopalis communio, una costituzione apostolica che regola il sinodo. Il suo potente preambolo teologico fondava la sinodalità sul mistero stesso della chiesa locale, in cui il vescovo è "maestro" che annuncia la Parola, ma anche "discepolo" quando "sapendo che lo Spirito è elargito a ogni battezzato, si pone in ascolto della voce di Cristo che parla attraverso l'intero Popolo di Dio, rendendolo infallibile in credendo". Al contrario il suo articolato canonistico era molto immaturo se non rozzo: iniziava dicendo che il sinodo è "sottoposto direttamente" al papa, con un lessico (subiectus?) che definiva la posizione del reo confesso davanti al sant'Ufficio. Fra le due opzioni il documento finale non resta neutrale: indica la "chiesa sinodale" come il modo d'essere del cattolicesimo.
E dunque - ed è il terzo punto - il sinodo dice che Francesco scommette ancora sui vescovi. Ad essi non chiede una unità disciplinare, estrinseca e impossibile: ma sinodale. Se i vescovi tornati a casa faranno mille iniziative sui giovani, le porte del Dimenticatoio inghiottiranno tutto ciò che buono e di ovvio il sinodo ha prodotto. Se mostreranno di aver imparato che la sinodalità richiede la "umile risolutezza" che fece dire a papa Giovanni la parola concilio, sarà un'altra storia, chiesa sinodale.
Il sinodo sui giovani chiuso ieri era più facile (negli anni Settanta la comunità di Taizé aveva pensato a un concilio dei giovani...) e il documento finale lo prova. Le parti coraggiose (la formula sulla coscienza, il rispetto per l'orientamento sessuale, la delicatezza sull'aborto), rafforzano tendenze già viste; le molte parti prevedibili, sui social, le vocazioni, i disabili, sono al Dimenticatoio Pontificio ad una velocità che dipenderà dall'agenda del Papa per questa Europa dove abita e dalle tappe del viaggio in Asia del prossimo anno.
Sbaglierebbe, però, chi pensasse che il sinodo si riduca a questo mix, nato da un dibattito inutilmente oscurato da una segretezza che ad esempio il concilio Vaticano II non usò mai. Ciò che lascia è di altra portata, e segnerà il futuro della Chiesa, giacché da Luciani in poi tutti i papi sono stati al sinodo e sarà così anche domani. Per prima cosa l'esperienza sinodale fatta dai vescovi, in un organo che fino al 2013 di sinodale aveva solo il nome. Francesco è riuscito a instaurare una pedagogia della sinodalità e far capire che cosa vuol dire l'espressione "Chiesa sinodale". Discutendo, deliberando, ascoltando, hanno chiarito a se stessi la differenza fra collegialità dei vescovi e sinodalità della Chiesa. Perché la collegialità definisce la potestà "piena e suprema" dei vescovi in comunione con Pietro. La sinodalità è invece la scoperta che a tutti i livelli - universali, continentali, nazionali, diocesani, parrocchiali - solo la comunione può produrre analisi, scelte, decisioni, governo che non devono scimmiottare il parlamentarismo, ma esprimere l'obbedienza alla parola evangelica che, come diceva Gregorio Magno, "cresce con chi la legge".
In secondo luogo, però, l'incubazione del sinodo prova che la lotta per fare diventare regola questa prassi non è finita. Proprio alla vigilia del sinodo Francesco aveva pubblicato Episcopalis communio, una costituzione apostolica che regola il sinodo. Il suo potente preambolo teologico fondava la sinodalità sul mistero stesso della chiesa locale, in cui il vescovo è "maestro" che annuncia la Parola, ma anche "discepolo" quando "sapendo che lo Spirito è elargito a ogni battezzato, si pone in ascolto della voce di Cristo che parla attraverso l'intero Popolo di Dio, rendendolo infallibile in credendo". Al contrario il suo articolato canonistico era molto immaturo se non rozzo: iniziava dicendo che il sinodo è "sottoposto direttamente" al papa, con un lessico (subiectus?) che definiva la posizione del reo confesso davanti al sant'Ufficio. Fra le due opzioni il documento finale non resta neutrale: indica la "chiesa sinodale" come il modo d'essere del cattolicesimo.
E dunque - ed è il terzo punto - il sinodo dice che Francesco scommette ancora sui vescovi. Ad essi non chiede una unità disciplinare, estrinseca e impossibile: ma sinodale. Se i vescovi tornati a casa faranno mille iniziative sui giovani, le porte del Dimenticatoio inghiottiranno tutto ciò che buono e di ovvio il sinodo ha prodotto. Se mostreranno di aver imparato che la sinodalità richiede la "umile risolutezza" che fece dire a papa Giovanni la parola concilio, sarà un'altra storia, chiesa sinodale.