✕
(ansa)

La protesta in Campidoglio, il paradigma romano

Ascolta l'audio

La capitale diventa il sunto della peggior scena nazionale: quella in cui tutti gli altri guardano altrove
2 minuti di lettura
Sembra rimasta chiusa nel Novecento la convinzione - o la certezza - che dalla protesta di piazza passino i cambiamenti. Non è il segno di quest'epoca la comunità in rivolta, non a queste latitudini: quando accade, quasi ci coglie di sorpresa. Migliaia di persone ieri a Roma, in piazza del Campidoglio, hanno manifestato contro l'amministrazione della città, contro le scelte, o non-scelte, della giunta Raggi dopo ventotto mesi di mandato. 

La parola dominante - in una folla a maggioranza over 40 - è stata "basta": come a marcare il superamento di una soglia di sopportazione.

Ecco, parlerei di un'esplosione del malessere, più che di un autentico slancio politico. Nelle stesse ore del raduno al Campidoglio, un presidio - con cortei contrapposti Anpi/Forza Nuova - nel quartiere San Lorenzo ribadiva lo sconcerto e la rabbia dopo la morte di Desirée. Viste insieme, le manifestazioni davano anzitutto una temperatura, il s…
Sembra rimasta chiusa nel Novecento la convinzione - o la certezza - che dalla protesta di piazza passino i cambiamenti. Non è il segno di quest'epoca la comunità in rivolta, non a queste latitudini: quando accade, quasi ci coglie di sorpresa. Migliaia di persone ieri a Roma, in piazza del Campidoglio, hanno manifestato contro l'amministrazione della città, contro le scelte, o non-scelte, della giunta Raggi dopo ventotto mesi di mandato. 

La parola dominante - in una folla a maggioranza over 40 - è stata "basta": come a marcare il superamento di una soglia di sopportazione.

Ecco, parlerei di un'esplosione del malessere, più che di un autentico slancio politico. Nelle stesse ore del raduno al Campidoglio, un presidio - con cortei contrapposti Anpi/Forza Nuova - nel quartiere San Lorenzo ribadiva lo sconcerto e la rabbia dopo la morte di Desirée. Viste insieme, le manifestazioni davano anzitutto una temperatura, il segno di uno stato d'animo esasperato. 

Al fondo, c'è una sensazione di peggioramento - radicata, trasversale, diffusissima - della qualità della vita a Roma. L'unica fra le capitali dell'Unione europea in cui, secondo tutti gli indicatori, la situazione è nel complesso deteriorata. L'inerzia e l'opacità gestionale di chi, eletto a larghissima maggioranza, non ha saputo finora dare risposte davvero significative, complica parecchio il quadro. 

È una città in affanno, non da ieri, disorientata, quasi arresa; sempre meno in grado di progettare e di fare, del maestoso passato che la ingombra, qualcosa di utile e di redditizio. Così, se ne sta schiacciata fra le sue rovine remote e presenti, paralizzata dal mugugno dei cittadini e, per paradosso, anche degli amministratori, che si appellano all'ingovernabilità strutturale e la brandiscono come un'arma. Sui numerosi problemi irrisolti di Roma, pesa come un macigno la sensazione che siano irrisolvibili. Sugli autobus, per la strada, nei bar, almeno una volta al giorno sento ripetere - come un mantra autolesionista - espressioni come "tanto stamo a Roma". Il sottotesto è: niente può cambiare, tutto resterà com'è o volgerà ulteriormente al peggio. 

I mezzi di trasporto, che funzionano poco e malissimo, il caos per le strade, il centro storico ridotto a mercatino e a pista di spericolati pullman turistici, il senso di abbandono di molte aree da cui il centro è oltretutto irraggiungibile e percepito indifferente e latitante, e i topi, i gabbiani rapaci, la monnezza, tutto così per sempre. 

Tutto così per sempre? Proviamo a cambiare verso al pensiero. A pretendere una responsabilità da altri, dopo essercela assunta noi. Quel basta, detto a una giunta in carica, è troppo poco. No, non basta dire basta: occorre chiederci e capire cosa facciamo dopo, cosa può ricominciare da lì. Altrimenti, Roma diventa un immenso alibi per tutti, anche per i meglio intenzionati. 

L'opposizione politica in Comune - il centrosinistra e il centrodestra, per essere chiari - dove sono stati in questi due anni e mezzo? Dove sono? Un silenzio prolungato e assordante. Hanno un progetto, un disegno, una visione alternativa da offrire? O sono arrivati a convincersi, silenziosamente, di non poterla avere, perché tanto "stamo a Roma", e Roma è - per definizione - ingovernabile? La capitale diventa così, più che una metafora, un sunto, un Bignami della peggior scena nazionale: quella in cui - mentre un presunto governo del cambiamento non riesce a mantenere ciò che ha promesso - gli altri, tutti gli altri, guardano altrove. Fischiettando o, per l'appunto, mugugnando. E quei cittadini scesi in piazza per dire basta? Finiscono per accorgersi che dietro alle finestre del palazzo non c'è più nessuno. Ma nemmeno al loro fianco.