Senza Merkel, un’Europa più divisa
Angelo Bolaffi , di ANGELO BOLAFFIl suo addio alla Cdu segna il tramonto della Grande Coalizione e apre la strada ai paesi della democrazia illiberale
Aveva avuto il giusto presentimento ma senso del dovere e gusto del potere avevano prevalso: per questo, sia pure con molta riluttanza, Angela Merkel lo scorso dicembre aveva deciso di candidarsi ancora una volta alla presidenza della Cdu per guidare il suo partito alle elezioni politiche di fine settembre 2018. Ieri, dopo l'ennesima sconfitta elettorale, è stata costretta ad annunciare quello che aveva giurato a se stessa e alla politica tedesca mai avrebbe accettato di fare: restare Cancelliera dimettendosi però dalla carica di presidente del suo partito. Di ripetere cioè l'errore capitale, così lo aveva sempre definito, commesso dal suo predecessore Gerhard Schröder, l'ultimo Kanzler socialdemocratico, che dimessosi dalla carica di capo della Spd, poco dopo perdette le elezioni e la guida del governo.
Oggi è difficile prevedere quanto a lungo Angela Merkel resterà ancora alla guida della Germania: ma è certo c…
Oggi è difficile prevedere quanto a lungo Angela Merkel resterà ancora alla guida della Germania: ma è certo c…
Aveva avuto il giusto presentimento ma senso del dovere e gusto del potere avevano prevalso: per questo, sia pure con molta riluttanza, Angela Merkel lo scorso dicembre aveva deciso di candidarsi ancora una volta alla presidenza della Cdu per guidare il suo partito alle elezioni politiche di fine settembre 2018. Ieri, dopo l'ennesima sconfitta elettorale, è stata costretta ad annunciare quello che aveva giurato a se stessa e alla politica tedesca mai avrebbe accettato di fare: restare Cancelliera dimettendosi però dalla carica di presidente del suo partito. Di ripetere cioè l'errore capitale, così lo aveva sempre definito, commesso dal suo predecessore Gerhard Schröder, l'ultimo Kanzler socialdemocratico, che dimessosi dalla carica di capo della Spd, poco dopo perdette le elezioni e la guida del governo.
Oggi è difficile prevedere quanto a lungo Angela Merkel resterà ancora alla guida della Germania: ma è certo che il messaggio mandato a Berlino dagli elettori due settimane prima dalla Baviera e domenica scorsa dell'Assia (e da Francoforte che è la "vera" capitale d'Europa) non lascia dubbi. Il modello della grosse Koalition, l'alleanza di governo tra Unione democristiana e socialdemocrazia che aveva funzionato da freno d'emergenza democratico nei momenti più difficili della vicenda politica tedesca del secondo dopoguerra, non ha più legittimità politica. E Angela Merkel, la Cancelliera elogiata come "europeista imprescindibile" o addirittura come ultimo baluardo dell'Occidente atlantista, oggetto di ammirazione per la sua inarrivabile capacità di mediazione ma proprio per questo anche di radicale sospetto, si è scoperta motivo di polarizzazione e di divisione della società tedesca.
Lei che aveva elevato a principio strategico la "smobilitazione asimmetrica" dei propri avversari politici - a tal proposito quel grande sociologo che è stato Ulrich Beck aveva coniato il neologismo merkiavelli - è diventata, come era capitato a Hillary Clinton, bersaglio di quella "rabbia contro la politica" che caratterizza ampi settori della opinione pubblica occidentale. I giorni futuri ci diranno se questo passo indietro annunciato dalla Merkel segnerà la "fine della narcosi democratica" della vita politica in Germania, come auspicato da Wolfgang Streeck, che della Merkel è stato il critico più feroce, oppure se, come ha affermato l'Observer domenica scorsa, l'uscita di scena di colei che era stata per quasi due decenni simbolo di affidabilità, sicurezza e continuità sarà motivo di rimpianto per un'Europa che si avvia ad affrontare quella che è forse la sua peggiore crisi politica dagli anni Trenta del secolo scorso.
Una uscita di scena che comunque, conviene sottolinearlo, sarà un problema in più per il nostro paese, anche se molti politici nostrani affetti da antigermanesimo di professione stentano a capirlo, perché indebolirà la posizione di Mario Draghi che in Angela Merkel ha avuto un alleato fondamentale nei giorni della crisi dell'euro. E soprattutto un appoggio nel far attuare alla Bce una politica monetaria "eretica" per sostenere con l'acquisto dei titoli di Stato le economie dei paesi più indebitati e in primis proprio dell'Italia.
L'annunzio della fine dell'epoca Merkel chiude l'età della cosiddetta "fine della storia" che era iniziata la sera del 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino e apre per la Germania un nuovo ciclo politico che avrà fondamentali conseguenze sul futuro d'Europa, a cominciare dalle prossime elezioni del maggio 2019. Quanto avverrà tra il Reno e l'Oder-Neisse deciderà se il futuro sarà quello di un'Europa sovrana, secondo la formula enunciata da Macron nel suo storico discorso alla Sorbonne, oppure di un'Europa divisa e litigiosa (e quindi impotente sulla scena della politica mondiale), dominata dal populismo di sovranismi locali e da un estremismo identitario e xenofobo.
In un appassionato articolo apparso sul New York Times intitolato The Tragedy of Angela Merkel, il famoso poeta e chansonnier Wolf Biermann, storico dissidente della ex Germania comunista, commentando la scelta - da lui definita un "errore giusto" - compiuta nel settembre 2015 dalla Cancelliera tedesca di aprire le frontiere all'esodo dei profughi provenienti via Balcani dal Medio Oriente, decisione che è stata la vera causa del suo declino politico, aveva affermato che "oggi nel ventunesimo secolo noi tedeschi siamo dinnanzi ad un altro bivio: tra una coraggiosa avanzata verso un'Europa liberale e cosmopolita e una codarda ritirata verso un nuovo nazionalismo".
I risultati di queste ultime elezioni in Germania, segnati da una clamorosa avanzata elettorale dei Grünen, sostenitori di una prospettiva universalistica e cosmopolita, ma dall'altra parte anche dal consolidamento, anche se non dallo sfondamento, del partito di estrema destra della Afd, dicono che in Germania il consenso europeista è ancora largamente maggioritario ma anche che l'intero sistema politico tedesco sta conoscendo una radicale metamorfosi. Una trasformazione che ha fatto della Spd, il più antico partito del socialismo europeo, una sorta di forza residuale e pone la Cdu, il partito che prima con Adenauer e poi con Kohl e Angela Merkel aveva fatto dell'europeismo la sua bandiera, dinnanzi a una esistenziale scelta di campo: quella di guidare le forze del moderatismo europeo contro quanti vorrebbero trasformare il Vecchio Continente in una fortezza su cui sventola la bandiera della democrazia illiberale.
Oggi è difficile prevedere quanto a lungo Angela Merkel resterà ancora alla guida della Germania: ma è certo che il messaggio mandato a Berlino dagli elettori due settimane prima dalla Baviera e domenica scorsa dell'Assia (e da Francoforte che è la "vera" capitale d'Europa) non lascia dubbi. Il modello della grosse Koalition, l'alleanza di governo tra Unione democristiana e socialdemocrazia che aveva funzionato da freno d'emergenza democratico nei momenti più difficili della vicenda politica tedesca del secondo dopoguerra, non ha più legittimità politica. E Angela Merkel, la Cancelliera elogiata come "europeista imprescindibile" o addirittura come ultimo baluardo dell'Occidente atlantista, oggetto di ammirazione per la sua inarrivabile capacità di mediazione ma proprio per questo anche di radicale sospetto, si è scoperta motivo di polarizzazione e di divisione della società tedesca.
Lei che aveva elevato a principio strategico la "smobilitazione asimmetrica" dei propri avversari politici - a tal proposito quel grande sociologo che è stato Ulrich Beck aveva coniato il neologismo merkiavelli - è diventata, come era capitato a Hillary Clinton, bersaglio di quella "rabbia contro la politica" che caratterizza ampi settori della opinione pubblica occidentale. I giorni futuri ci diranno se questo passo indietro annunciato dalla Merkel segnerà la "fine della narcosi democratica" della vita politica in Germania, come auspicato da Wolfgang Streeck, che della Merkel è stato il critico più feroce, oppure se, come ha affermato l'Observer domenica scorsa, l'uscita di scena di colei che era stata per quasi due decenni simbolo di affidabilità, sicurezza e continuità sarà motivo di rimpianto per un'Europa che si avvia ad affrontare quella che è forse la sua peggiore crisi politica dagli anni Trenta del secolo scorso.
Una uscita di scena che comunque, conviene sottolinearlo, sarà un problema in più per il nostro paese, anche se molti politici nostrani affetti da antigermanesimo di professione stentano a capirlo, perché indebolirà la posizione di Mario Draghi che in Angela Merkel ha avuto un alleato fondamentale nei giorni della crisi dell'euro. E soprattutto un appoggio nel far attuare alla Bce una politica monetaria "eretica" per sostenere con l'acquisto dei titoli di Stato le economie dei paesi più indebitati e in primis proprio dell'Italia.
L'annunzio della fine dell'epoca Merkel chiude l'età della cosiddetta "fine della storia" che era iniziata la sera del 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino e apre per la Germania un nuovo ciclo politico che avrà fondamentali conseguenze sul futuro d'Europa, a cominciare dalle prossime elezioni del maggio 2019. Quanto avverrà tra il Reno e l'Oder-Neisse deciderà se il futuro sarà quello di un'Europa sovrana, secondo la formula enunciata da Macron nel suo storico discorso alla Sorbonne, oppure di un'Europa divisa e litigiosa (e quindi impotente sulla scena della politica mondiale), dominata dal populismo di sovranismi locali e da un estremismo identitario e xenofobo.
In un appassionato articolo apparso sul New York Times intitolato The Tragedy of Angela Merkel, il famoso poeta e chansonnier Wolf Biermann, storico dissidente della ex Germania comunista, commentando la scelta - da lui definita un "errore giusto" - compiuta nel settembre 2015 dalla Cancelliera tedesca di aprire le frontiere all'esodo dei profughi provenienti via Balcani dal Medio Oriente, decisione che è stata la vera causa del suo declino politico, aveva affermato che "oggi nel ventunesimo secolo noi tedeschi siamo dinnanzi ad un altro bivio: tra una coraggiosa avanzata verso un'Europa liberale e cosmopolita e una codarda ritirata verso un nuovo nazionalismo".
I risultati di queste ultime elezioni in Germania, segnati da una clamorosa avanzata elettorale dei Grünen, sostenitori di una prospettiva universalistica e cosmopolita, ma dall'altra parte anche dal consolidamento, anche se non dallo sfondamento, del partito di estrema destra della Afd, dicono che in Germania il consenso europeista è ancora largamente maggioritario ma anche che l'intero sistema politico tedesco sta conoscendo una radicale metamorfosi. Una trasformazione che ha fatto della Spd, il più antico partito del socialismo europeo, una sorta di forza residuale e pone la Cdu, il partito che prima con Adenauer e poi con Kohl e Angela Merkel aveva fatto dell'europeismo la sua bandiera, dinnanzi a una esistenziale scelta di campo: quella di guidare le forze del moderatismo europeo contro quanti vorrebbero trasformare il Vecchio Continente in una fortezza su cui sventola la bandiera della democrazia illiberale.