✕
Il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco (ansa)

Il risveglio delle élite

Ascolta l'audio

Imprenditori, banchieri e finanzieri hanno ritrovato la parola. E ora avvertono che con questa manovra del governo gialloverde stiamo marciando verso il baratro
2 minuti di lettura
Le élite economiche e finanziarie hanno ritrovato la parola. Finite al tappeto dopo il voto del 4 marzo erano state colpite da afasia. Perché la vittoria dei populisti è stata in parte anche la loro sconfitta. Ci hanno messo otto mesi per riprendersi. E ora, imprenditori, banchieri, finanzieri, quelli che un tempo avremmo chiamato "poteri forti", parlano per dire che stiamo marciando dritti verso il baratro spinti da una politica economica sconclusionata, volutamente antieuropeista, costruita su previsioni di crescita economica dalle fondamenta fragili. Lo hanno detto chiaro ieri il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, uomo delle istituzioni non certo delle polemiche, e il presidente delle Fondazioni bancarie, Giuseppe Guzzetti, democristiano di lunghissimo corso, uomo di cerniera tra la finanza e la politica, e soprattutto di grande cautela. Lo stanno dicendo da qualche settimana dopo essere inciampati in un imbarazzante corteggiamento a…
Le élite economiche e finanziarie hanno ritrovato la parola. Finite al tappeto dopo il voto del 4 marzo erano state colpite da afasia. Perché la vittoria dei populisti è stata in parte anche la loro sconfitta. Ci hanno messo otto mesi per riprendersi. E ora, imprenditori, banchieri, finanzieri, quelli che un tempo avremmo chiamato "poteri forti", parlano per dire che stiamo marciando dritti verso il baratro spinti da una politica economica sconclusionata, volutamente antieuropeista, costruita su previsioni di crescita economica dalle fondamenta fragili. Lo hanno detto chiaro ieri il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, uomo delle istituzioni non certo delle polemiche, e il presidente delle Fondazioni bancarie, Giuseppe Guzzetti, democristiano di lunghissimo corso, uomo di cerniera tra la finanza e la politica, e soprattutto di grande cautela. Lo stanno dicendo da qualche settimana dopo essere inciampati in un imbarazzante corteggiamento alla Lega di Salvini, gli imprenditori confindustriali che già percepiscono l'incertezza legata alla frenata dell'economia globale.

Nelle nuove guerre dei commerci l'Italia è solo una vittima. Ebbene la legge di Bilancio presentata - finalmente - in Parlamento non risolve alcuno dei problemi endemici dell'economia italiana: il Pil anemico, la bassissima produttività, l'inefficienza della macchina amministrativa, l'insufficiente livello del tasso di occupazione, in particolare tra le donne e i giovani, l'affanno del sistema formativo nel tenere il passo delle innovazioni tecnologiche. Doveva essere la manovra che attraverso il reddito di cittadinanza avrebbe dovuto rilanciare i consumi che, a loro volta, avrebbero contribuito alla risalita del prodotto nazionale fino al picco dell'1,5 per cento il prossimo anno, ma le premesse ci stanno portando in direzione opposta: stiamo precipitando (i soli tra tutti i paesi europei) in area stagnazione.

Chiuderemo l'anno con una crescita intorno all'1 per cento e per il 2019 tutti gli organismi internazionali stimano un rallentamento. Solo il governo giallo-verde vede (o racconta) un prossimo mini-boom. Per di più il reddito di cittadinanza nella versione grillina e la controriforma delle pensioni ("quota cento") non fanno parte della legge di Bilancio. Non è ancora chiaro quale strumento legislativo verrà utilizzato per la loro approvazione, e anche questo è più che un segnale della confusione che regna. Né la loro esclusione dal testo della manovra può rassicurare i mercati e l'Europa visto che comunque è prevista una posta di bilancio. Il deficit andrà al 2,4% (ormai un numero feticcio) e forse più, Bruxelles ci punirà. Pagheremo tutti, non solo le élite.

Dunque la prima legge di Bilancio Salvini-Di Maio fa male all'economia. E le élite hanno deciso di cominciare a dirlo. Anche questo è il compito delle classi dirigenti. Certo, l'apparente inarrestabile ondata populista è anche colpa loro. Colpa delle loro miopie, dei loro egoismi e opportunismi. La grande crisi è nata nella finanza aggressiva e ha attraversato come uno tsunami il sistema produttivo, falcidiando imprese e posti di lavoro. La diseguaglianze si sono allargate, alimentando il rancore e il desiderio di rivalsa sociale. Sono arrivati così i populisti a palazzo Chigi. Ma alla prima prova il governo del popolo ha mancato l'obiettivo. Guzzetti: "Quanto al risparmio, è innanzitutto responsabilità del governo di non mettere a rischio il risparmio degli italiani.

Questo risparmio nelle ultime settimane è già stato significativamente ridotto. Il risparmio privato - e non solo - non può venire sacrificato sull'altare del debito pubblico". E poi: "L'avversario non deve essere un nemico; la diversa opinione non va demonizzata. La dialettica è utile e necessaria per una positiva prospettiva di cambiamento e i problemi del Paese non vanno imputati a ipotetici poteri forti". Visco ha usato parole non diverse per spiegare il danno dello scontro istituzionale a livello europeo. E ha aggiunto i numeri. Lo spread che viaggia intorno ai 300 punti contro una media di circa 130 nei primi mesi dell'anno e che se non rientrerà provocherà un aumento della spesa per interessi di oltre cinque miliardi già dal prossimo anno. La fuga degli investitori esteri: da maggio ad agosto hanno venduto titoli italiani per 82 miliardi, di cui 67 relativi a titoli pubblici. Il valore di Borsa che è calato complessivamente di circa il 20 per cento. Ha detto Visco: "La difesa del risparmio, come la lotta alla povertà, richiede il ritorno dell'economia su un sentiero di crescita duratura".

Il primo passo le élite l'hanno compiuto, smontando l'accrocco della manovra giallo verde. Ora spetta loro un altro compito: abbandonare le ricette che hanno largamente fallito nei decenni passati e avanzare nuove proposte nelle quali le persone arrivino prima dei dividendi. Non sarà facile.