Il fascismo non può diventare un gioco
Paolo Di Paolo, di Paolo Di PaoloDopo il dialogo tra le scrittrici Murgia e Janeczek, il dibattito sui social si accende. Ecco perché dobbiamo tornare a Gobetti
Il dialogo fra le scrittrici Michela Murgia e Helena Janeczek, ospitato su questo giornale - titolo: Attenti al fascista che è in noi - entra nell'"agorà virtuale", come l'ha definita l'autrice Premio Strega 2018. La filosofa Donatella Di Cesare muove un'obiezione sul fatto che il fascismo possa essere definito "un metodo": è un fenomeno storico, "non può essere confuso con la semplice violenza e in me non c'è nessun fascista". A Pierluigi Battista non piace il provocatorio test incluso nel libro di Murgia Istruzioni per diventare fascisti (Einaudi): "Con il "Fascistometro" siamo alla disfatta culturale e alla parodia del pensiero critico". Il dibattito si accende sulla legittimità del termine "fascista" per inquadrare le tendenze autoritarie e sovraniste in atto.
C'è chi teme che, a furia di allargare la definizione, si rischi di spoliticizzarla, e che…
C'è chi teme che, a furia di allargare la definizione, si rischi di spoliticizzarla, e che…
Il dialogo fra le scrittrici Michela Murgia e Helena Janeczek, ospitato su questo giornale - titolo: Attenti al fascista che è in noi - entra nell'"agorà virtuale", come l'ha definita l'autrice Premio Strega 2018. La filosofa Donatella Di Cesare muove un'obiezione sul fatto che il fascismo possa essere definito "un metodo": è un fenomeno storico, "non può essere confuso con la semplice violenza e in me non c'è nessun fascista". A Pierluigi Battista non piace il provocatorio test incluso nel libro di Murgia Istruzioni per diventare fascisti (Einaudi): "Con il "Fascistometro" siamo alla disfatta culturale e alla parodia del pensiero critico". Il dibattito si accende sulla legittimità del termine "fascista" per inquadrare le tendenze autoritarie e sovraniste in atto.
C'è chi teme che, a furia di allargare la definizione, si rischi di spoliticizzarla, e che continuare a insistere su fascismo sì/fascismo no aiuti poco a trovare il bandolo della matassa attuale. Di sicuro, non troveremo risposte affidandoci a un gioco ("Tu quanto sei fascista?"). Ed è curioso, quando non patetico, il cortocircuito per cui - in una gara a chi si sente più democratico - si finisce per essere tutti intolleranti. Un metodo a cui rifarsi - nel buio politico che stiamo attraversando - potrebbe essere quello di cui parlava un Gobetti diciottenne: "Si sono enunciate le formule e poi si sono cercati gli uomini capaci di difenderle. Ma le formule e gli uomini che le difendono devono nascere insieme". Nella sua "rivistina liceale" Energie Nove - era il maggio del '19 - manifestava preoccupazione intorno al "problema dell'azione", al lavoro a lunga scadenza di "un intero rivolgimento morale", alla complessità dei problemi. Non possiamo limitarci "a uno sforzo teorico", a cristallizzazioni, a schematismi. Nello slancio dell'adolescente, Gobetti non perde di vista il mondo della concretezza. "Sostituiamo agli ultimi resti della verità rivelata la verità che si conquista giorno per giorno col lavoro di ciascuno. Alle astrazioni generiche l'esame accurato, senza preconcetti, del piccolo e del grande problema che sorge". Le derive razziste, la semplificazione demagogica, la concezione del popolo come "entità monolitica che esprime la Volontà Comune" (parole di Umberto Eco) - che siano "autobiografia della nazione" o "fascismo eterno" - richiedono in fretta, prima ancora che un nome, un argine politico.
C'è chi teme che, a furia di allargare la definizione, si rischi di spoliticizzarla, e che continuare a insistere su fascismo sì/fascismo no aiuti poco a trovare il bandolo della matassa attuale. Di sicuro, non troveremo risposte affidandoci a un gioco ("Tu quanto sei fascista?"). Ed è curioso, quando non patetico, il cortocircuito per cui - in una gara a chi si sente più democratico - si finisce per essere tutti intolleranti. Un metodo a cui rifarsi - nel buio politico che stiamo attraversando - potrebbe essere quello di cui parlava un Gobetti diciottenne: "Si sono enunciate le formule e poi si sono cercati gli uomini capaci di difenderle. Ma le formule e gli uomini che le difendono devono nascere insieme". Nella sua "rivistina liceale" Energie Nove - era il maggio del '19 - manifestava preoccupazione intorno al "problema dell'azione", al lavoro a lunga scadenza di "un intero rivolgimento morale", alla complessità dei problemi. Non possiamo limitarci "a uno sforzo teorico", a cristallizzazioni, a schematismi. Nello slancio dell'adolescente, Gobetti non perde di vista il mondo della concretezza. "Sostituiamo agli ultimi resti della verità rivelata la verità che si conquista giorno per giorno col lavoro di ciascuno. Alle astrazioni generiche l'esame accurato, senza preconcetti, del piccolo e del grande problema che sorge". Le derive razziste, la semplificazione demagogica, la concezione del popolo come "entità monolitica che esprime la Volontà Comune" (parole di Umberto Eco) - che siano "autobiografia della nazione" o "fascismo eterno" - richiedono in fretta, prima ancora che un nome, un argine politico.