È arrivato fin troppo presto, l'autunno di Luigi Di Maio. A cinque mesi esatti da quello "storico" giuramento al Quirinale, il capo politico dei Cinque Stelle deve prendere atto della dura realtà. Cioè del nemico più irriducibile, l'unico che si ostina a non vedere, tra i tanti che si costruisce ogni giorno. La dura realtà dice che Di Maio è ormai solo un taxi, che Matteo Salvini sta cinicamente sfruttando con la spregiudicata furbizia di chi sa dove andare. E dice che il Movimento è ormai una "struttura servente", che la Lega sta progressivamente svuotando con la bugiarda amicizia di chi sa quando tradire. L'Atlante di Ilvo Diamanti uscito ieri su "Repubblica" è la certificazione aritmetica di una capitolazione politica.
In soli 150 giorni di governo i rapporti di forza tra i due "gemelli del deficit" si sono capovolti. Salvini è (o appare, ormai fa lo stesso) l'uom…
In soli 150 giorni di governo i rapporti di forza tra i due "gemelli del deficit" si sono capovolti. Salvini è (o appare, ormai fa lo stesso) l'uom…
È arrivato fin troppo presto, l'autunno di Luigi Di Maio. A cinque mesi esatti da quello "storico" giuramento al Quirinale, il capo politico dei Cinque Stelle deve prendere atto della dura realtà. Cioè del nemico più irriducibile, l'unico che si ostina a non vedere, tra i tanti che si costruisce ogni giorno. La dura realtà dice che Di Maio è ormai solo un taxi, che Matteo Salvini sta cinicamente sfruttando con la spregiudicata furbizia di chi sa dove andare. E dice che il Movimento è ormai una "struttura servente", che la Lega sta progressivamente svuotando con la bugiarda amicizia di chi sa quando tradire. L'Atlante di Ilvo Diamanti uscito ieri su "Repubblica" è la certificazione aritmetica di una capitolazione politica.
In soli 150 giorni di governo i rapporti di forza tra i due "gemelli del deficit" si sono capovolti. Salvini è (o appare, ormai fa lo stesso) l'uomo forte. Spaccia al Paese la merce che il Paese reclama: protezione. Protezione dalla crisi economica e dalla disoccupazione, protezione dall'insicurezza sociale e dall'immigrazione. Finora non ha portato a casa uno straccio di risultato concreto, chiudendo porti e minacciando ruspe: una ventina di respingimenti, zero ricollocamenti nel resto d'Europa, zero accordi di rimpatrio con i Paesi del Corno d'Africa. Ma la sua narrazione social-xenofoba, da estrema destra di governo, continua a funzionare. Risponde allo Spirito del Tempo, in questa Italia come nell'Ungheria di Orban, nella Russia di Putin come nell'America di Trump. Sta nell'onda nera sovranista, che monta e non conosce risacca.
Di Maio in questa onda è sommerso, e alla fine anche perso. Il patto scellerato con la Lega, nascosto dietro alla ridicola coperta di Linus del "contratto di governo", sta definitivamente snaturando un Movimento che era già mimetico di suo (per l'assoluta eterogeneità e trasversalità della sua costituency elettorale) ma che ormai non è più niente. Non è più il partito dell'onestà, perché nel connubio diabolico con Salvini ha dovuto scambiare il reddito di cittadinanza con ben dieci condoni fiscali, contributivi, edilizi. Non è più il partito dell'uguaglianza, perché nell'impatto contro il muro dei numeri ha dovuto rinviare a data da destinarsi il nebuloso e costoso sussidio universale. Non è più il partito della decrescita felice, perché nel cozzo violento tra il sogno e la veglia ha dovuto dire sì all'esecratissimo Tap e agli aiuti alle odiatissime banche, e forse anche alla partecipazione di Autostrade alla ricostruzione del Ponte Morandi e magari addirittura alla Tav.
I lividi rilanci del vicepremier sono solo patetici spari nel buio di un cielo pentastellato che non brilla più. A chi giova l'affondo rancoroso contro Draghi, o quello vergognoso contro i giornali? A che servono l'affaccio dal balcone o il blocco della prescrizione, la terra ai contadini o il terzo figlio alla patria? Sono mosse disparate e disperate di un leader che non riesce ad esprimere nulla, e vaga nella terra incognita in cui pascolano un populismo descamisado alla Nicolas Maduro e un "fascismo eterno" alla Umberto Eco. L'assalto al cielo, la conquista di Palazzo Chigi, il capolavoro di una forza politica che otto anni fa non esisteva, e che oggi è nelle mani di un trentaduenne catapultato dallo stadio di Napoli alla stanza dei bottoni: sono belle pagine della "poesia popolare" scandita in azienda da Gianroberto Casaleggio e narrata in piazza da Beppe Grillo. Ma diventano prosa volgare, se poi tutto si riduce al taglio dei vitalizi, ai rospi da ingoiare per "vincolo di coalizione", ai "vertici di maggioranza", alle "cabine di regia" per gli investimenti. Insomma, a tutto l'armamentario di formule tipiche del vecchio galleggiamento doroteo.
Galleggeranno, infatti. Almeno fino alle europee, perché nonostante i siluri della Commissione Ue e i marosi sui mercati a questo governo non c'è alternativa (meno che mai quella del Pd, purtroppo sempre più impercorribile, rissosa e fantasmatica). Ma a quale prezzo, oltre quello già pagato fino adesso? Quanto crescerà ancora Salvini, che prepara la marcia su Roma sulle spoglie di Raggi e lucra altri voti con la video-propaganda sui tetti del Viminale o con le tele-comparsate sui luoghi del delitto? Quanto scivolerà ancora Di Maio, scolorato mestamente in un Forlani giovane, scavalcato nella classifica della fiducia persino dal grigio avvocato Conte, sovrastato dall'ombra guevariana del "Che" Dibba, già a cavallo della sua "Poderosa" in vista del ritorno natalizio nella Capitale? Ruocco e Lannutti che dicono "questa manovra non rispecchia i valori del Movimento".
De Falco e Nugnes che ripetono "questo decreto sicurezza è invotabile". Elena Fattori che avverte "Salvini ci vuole sostituire con Meloni". Queste non sono le solite "fake news della stampa di regime", ma le autentiche "voci di dentro" di una truppa parlamentare che ha perso tutte le coordinate. Questo malessere pesa molto di più della rabbia che schiuma dalla Rete, dove le urla selvagge dei tanti Napalm 51 a difesa degli "accampamenti" sono direttamente proporzionali alla paura che vi regna. A tutti Di Maio dovrebbe dare risposte serie e razionali. Arginando con fermezza l'egemonia fascistoide della Lega, e girando in positivo i cambiamenti di linea imposti dai dati di fatto, dunque da accettare come prove di maturità di una forza capace di passare dal Vaffa al Potere.
Invece Di Maio fa l'opposto. Difende l'indifendibile, negando l'evidente strapotere salviniano e rivendicando la verginità di un Movimento che invece l'ha persa da un pezzo. Come il Gladiatore, chiede ai suoi di combattere "a testuggine". Ma il suo grido di battaglia, ogni giorno che passa, suona sempre meno credibile. Ricorda Gassman, nel capolavoro di Dino Risi: o Roma, o Orte.
In soli 150 giorni di governo i rapporti di forza tra i due "gemelli del deficit" si sono capovolti. Salvini è (o appare, ormai fa lo stesso) l'uomo forte. Spaccia al Paese la merce che il Paese reclama: protezione. Protezione dalla crisi economica e dalla disoccupazione, protezione dall'insicurezza sociale e dall'immigrazione. Finora non ha portato a casa uno straccio di risultato concreto, chiudendo porti e minacciando ruspe: una ventina di respingimenti, zero ricollocamenti nel resto d'Europa, zero accordi di rimpatrio con i Paesi del Corno d'Africa. Ma la sua narrazione social-xenofoba, da estrema destra di governo, continua a funzionare. Risponde allo Spirito del Tempo, in questa Italia come nell'Ungheria di Orban, nella Russia di Putin come nell'America di Trump. Sta nell'onda nera sovranista, che monta e non conosce risacca.
Di Maio in questa onda è sommerso, e alla fine anche perso. Il patto scellerato con la Lega, nascosto dietro alla ridicola coperta di Linus del "contratto di governo", sta definitivamente snaturando un Movimento che era già mimetico di suo (per l'assoluta eterogeneità e trasversalità della sua costituency elettorale) ma che ormai non è più niente. Non è più il partito dell'onestà, perché nel connubio diabolico con Salvini ha dovuto scambiare il reddito di cittadinanza con ben dieci condoni fiscali, contributivi, edilizi. Non è più il partito dell'uguaglianza, perché nell'impatto contro il muro dei numeri ha dovuto rinviare a data da destinarsi il nebuloso e costoso sussidio universale. Non è più il partito della decrescita felice, perché nel cozzo violento tra il sogno e la veglia ha dovuto dire sì all'esecratissimo Tap e agli aiuti alle odiatissime banche, e forse anche alla partecipazione di Autostrade alla ricostruzione del Ponte Morandi e magari addirittura alla Tav.
I lividi rilanci del vicepremier sono solo patetici spari nel buio di un cielo pentastellato che non brilla più. A chi giova l'affondo rancoroso contro Draghi, o quello vergognoso contro i giornali? A che servono l'affaccio dal balcone o il blocco della prescrizione, la terra ai contadini o il terzo figlio alla patria? Sono mosse disparate e disperate di un leader che non riesce ad esprimere nulla, e vaga nella terra incognita in cui pascolano un populismo descamisado alla Nicolas Maduro e un "fascismo eterno" alla Umberto Eco. L'assalto al cielo, la conquista di Palazzo Chigi, il capolavoro di una forza politica che otto anni fa non esisteva, e che oggi è nelle mani di un trentaduenne catapultato dallo stadio di Napoli alla stanza dei bottoni: sono belle pagine della "poesia popolare" scandita in azienda da Gianroberto Casaleggio e narrata in piazza da Beppe Grillo. Ma diventano prosa volgare, se poi tutto si riduce al taglio dei vitalizi, ai rospi da ingoiare per "vincolo di coalizione", ai "vertici di maggioranza", alle "cabine di regia" per gli investimenti. Insomma, a tutto l'armamentario di formule tipiche del vecchio galleggiamento doroteo.
Galleggeranno, infatti. Almeno fino alle europee, perché nonostante i siluri della Commissione Ue e i marosi sui mercati a questo governo non c'è alternativa (meno che mai quella del Pd, purtroppo sempre più impercorribile, rissosa e fantasmatica). Ma a quale prezzo, oltre quello già pagato fino adesso? Quanto crescerà ancora Salvini, che prepara la marcia su Roma sulle spoglie di Raggi e lucra altri voti con la video-propaganda sui tetti del Viminale o con le tele-comparsate sui luoghi del delitto? Quanto scivolerà ancora Di Maio, scolorato mestamente in un Forlani giovane, scavalcato nella classifica della fiducia persino dal grigio avvocato Conte, sovrastato dall'ombra guevariana del "Che" Dibba, già a cavallo della sua "Poderosa" in vista del ritorno natalizio nella Capitale? Ruocco e Lannutti che dicono "questa manovra non rispecchia i valori del Movimento".
De Falco e Nugnes che ripetono "questo decreto sicurezza è invotabile". Elena Fattori che avverte "Salvini ci vuole sostituire con Meloni". Queste non sono le solite "fake news della stampa di regime", ma le autentiche "voci di dentro" di una truppa parlamentare che ha perso tutte le coordinate. Questo malessere pesa molto di più della rabbia che schiuma dalla Rete, dove le urla selvagge dei tanti Napalm 51 a difesa degli "accampamenti" sono direttamente proporzionali alla paura che vi regna. A tutti Di Maio dovrebbe dare risposte serie e razionali. Arginando con fermezza l'egemonia fascistoide della Lega, e girando in positivo i cambiamenti di linea imposti dai dati di fatto, dunque da accettare come prove di maturità di una forza capace di passare dal Vaffa al Potere.
Invece Di Maio fa l'opposto. Difende l'indifendibile, negando l'evidente strapotere salviniano e rivendicando la verginità di un Movimento che invece l'ha persa da un pezzo. Come il Gladiatore, chiede ai suoi di combattere "a testuggine". Ma il suo grido di battaglia, ogni giorno che passa, suona sempre meno credibile. Ricorda Gassman, nel capolavoro di Dino Risi: o Roma, o Orte.