Promulga, autorizza, emana. Sono i poteri che la Costituzione assegna al nostro presidente, rispetto all'attività normativa del governo: la promulgazione delle leggi, l'autorizzazione a presentare i disegni di legge in Parlamento, l'emanazione dei decreti. Poteri che per lo più s'esercitano in silenzio, giacché in un solo caso - il rifiuto di promulgazione - l'articolo 74 della Carta pretende un messaggio motivato alle due Camere. E che a prima vista non accettano soluzioni mediane: o sì o no, o il presidente firma oppure nega il proprio assenso, la mezza firma non è contemplata.
Un nuovo indirizzo, tuttavia, sta prendendo corpo negli interventi del presidente Mattarella. Sarà forse il segnale d'un cambio di passo rispetto ai costumi più appartati cui ci aveva abituato; o forse sarà che una stagione eccezionale reclama comportamenti eccezionali. Sta di fatto che sono almeno un paio gli episodi radicalment…
Un nuovo indirizzo, tuttavia, sta prendendo corpo negli interventi del presidente Mattarella. Sarà forse il segnale d'un cambio di passo rispetto ai costumi più appartati cui ci aveva abituato; o forse sarà che una stagione eccezionale reclama comportamenti eccezionali. Sta di fatto che sono almeno un paio gli episodi radicalment…
Promulga, autorizza, emana. Sono i poteri che la Costituzione assegna al nostro presidente, rispetto all'attività normativa del governo: la promulgazione delle leggi, l'autorizzazione a presentare i disegni di legge in Parlamento, l'emanazione dei decreti. Poteri che per lo più s'esercitano in silenzio, giacché in un solo caso - il rifiuto di promulgazione - l'articolo 74 della Carta pretende un messaggio motivato alle due Camere. E che a prima vista non accettano soluzioni mediane: o sì o no, o il presidente firma oppure nega il proprio assenso, la mezza firma non è contemplata.
Un nuovo indirizzo, tuttavia, sta prendendo corpo negli interventi del presidente Mattarella. Sarà forse il segnale d'un cambio di passo rispetto ai costumi più appartati cui ci aveva abituato; o forse sarà che una stagione eccezionale reclama comportamenti eccezionali. Sta di fatto che sono almeno un paio gli episodi radicalmente innovativi. Il più recente: la lettera inviata al premier Conte (1º novembre), insieme all'autorizzazione a presentare in Parlamento il disegno di legge di bilancio. Dove si richiama l'esigenza di difendere i risparmi degli italiani, e soprattutto si sollecita il governo "a sviluppare il confronto e un dialogo costruttivo con le istituzioni europee". Ma è altrettanto recente (4 ottobre) la firma di Mattarella sul decreto sicurezza, anch'essa accompagnata da una nota scritta al premier, anch'essa resa pubblica attraverso un comunicato del Quirinale. Con quali contenuti? Di nuovo, l'appello a rispettare "gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato", nella fattispecie circa le garanzie del diritto d'asilo ai rifugiati.
Insomma, in entrambi i casi Mattarella presidia il nostro fronte esterno, punta a rassicurare gli altri Stati - anzitutto quelli legati dal vincolo europeo - sull'affidabilità dello Stato italiano. In qualche misura deve farlo, perché è lui che ci rappresenta dinanzi agli altri popoli. E deve farlo per iscritto, se vuole che la sua voce risuoni oltre le stanze dei palazzi romani. D'altronde c'è pure un precedente più lontano. Ottobre 2017: il Parlamento approva il codice Antimafia. E Mattarella lo promulga, ma scrive al governo Gentiloni indicando talune criticità da rimuovere al più presto, per restare in linea con le direttive europee. Una "promulgazione con riserva", si disse in quella circostanza. Alimentando una prassi inaugurata già da Segni, che promulgava le leggi ma al contempo scriveva ai presidenti delle Camere lamentandone l'assenza di copertura finanziaria; e irrobustita poi da Pertini, da Ciampi, soprattutto da Napolitano.
È in linea con la Costituzione questa prassi? Probabilmente sì, giacché le regole costituzionali - anche quelle che scandiscono gli atti del capo dello Stato - hanno sempre un che d'elastico, un grado di flessibilità per adattarsi ai tempi e alle diverse circostanze. Del resto pure la Consulta, l'altro garante delle nostre istituzioni, ha abbandonato da decenni i binari sui quali avrebbe dovuto consumare la sua corsa. Nello schema dei costituenti c'era un'alternativa secca: sì o no, l'annullamento della legge impugnata ovvero il suo mantenimento. Invece la Corte costituzionale ha via via forgiato un arsenale di strumenti processuali, e fra questi le sentenze monitorie, che lasciano sopravvivere le leggi pur rivolgendo un monito al legislatore affinché rimedi agli errori. Come accade rispetto alla promulgazione con riserva del presidente della Repubblica, né più né meno.
C'è tuttavia una differenza, e di non poco conto, fra questi tre episodi. Quando una legge viene promulgata il presidente esce di scena, non ha strumenti per far rispettare i propri moniti. Se invece autorizza un'iniziativa legislativa del governo, se emana un decreto, lui tornerà in campo quando la legge sarà stata approvata, quando il decreto verrà convertito dalle Camere. Perché a quel punto potrà negarne la promulgazione, e forse dovrà farlo, se il suo monito rimane inascoltato. È questa la differenza rispetto alla moral suasion che s'esercita in privato: ogni intervento pubblico mette in gioco l'autorità del presidente. E Mattarella ha deciso di mettersi in gioco, di fronte al rischio che vengano traditi i nostri impegni con l'Europa. È come se avesse scritto: non costringetemi a usare i miei poteri. Ecco, non costringetelo.
Un nuovo indirizzo, tuttavia, sta prendendo corpo negli interventi del presidente Mattarella. Sarà forse il segnale d'un cambio di passo rispetto ai costumi più appartati cui ci aveva abituato; o forse sarà che una stagione eccezionale reclama comportamenti eccezionali. Sta di fatto che sono almeno un paio gli episodi radicalmente innovativi. Il più recente: la lettera inviata al premier Conte (1º novembre), insieme all'autorizzazione a presentare in Parlamento il disegno di legge di bilancio. Dove si richiama l'esigenza di difendere i risparmi degli italiani, e soprattutto si sollecita il governo "a sviluppare il confronto e un dialogo costruttivo con le istituzioni europee". Ma è altrettanto recente (4 ottobre) la firma di Mattarella sul decreto sicurezza, anch'essa accompagnata da una nota scritta al premier, anch'essa resa pubblica attraverso un comunicato del Quirinale. Con quali contenuti? Di nuovo, l'appello a rispettare "gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato", nella fattispecie circa le garanzie del diritto d'asilo ai rifugiati.
Insomma, in entrambi i casi Mattarella presidia il nostro fronte esterno, punta a rassicurare gli altri Stati - anzitutto quelli legati dal vincolo europeo - sull'affidabilità dello Stato italiano. In qualche misura deve farlo, perché è lui che ci rappresenta dinanzi agli altri popoli. E deve farlo per iscritto, se vuole che la sua voce risuoni oltre le stanze dei palazzi romani. D'altronde c'è pure un precedente più lontano. Ottobre 2017: il Parlamento approva il codice Antimafia. E Mattarella lo promulga, ma scrive al governo Gentiloni indicando talune criticità da rimuovere al più presto, per restare in linea con le direttive europee. Una "promulgazione con riserva", si disse in quella circostanza. Alimentando una prassi inaugurata già da Segni, che promulgava le leggi ma al contempo scriveva ai presidenti delle Camere lamentandone l'assenza di copertura finanziaria; e irrobustita poi da Pertini, da Ciampi, soprattutto da Napolitano.
È in linea con la Costituzione questa prassi? Probabilmente sì, giacché le regole costituzionali - anche quelle che scandiscono gli atti del capo dello Stato - hanno sempre un che d'elastico, un grado di flessibilità per adattarsi ai tempi e alle diverse circostanze. Del resto pure la Consulta, l'altro garante delle nostre istituzioni, ha abbandonato da decenni i binari sui quali avrebbe dovuto consumare la sua corsa. Nello schema dei costituenti c'era un'alternativa secca: sì o no, l'annullamento della legge impugnata ovvero il suo mantenimento. Invece la Corte costituzionale ha via via forgiato un arsenale di strumenti processuali, e fra questi le sentenze monitorie, che lasciano sopravvivere le leggi pur rivolgendo un monito al legislatore affinché rimedi agli errori. Come accade rispetto alla promulgazione con riserva del presidente della Repubblica, né più né meno.
C'è tuttavia una differenza, e di non poco conto, fra questi tre episodi. Quando una legge viene promulgata il presidente esce di scena, non ha strumenti per far rispettare i propri moniti. Se invece autorizza un'iniziativa legislativa del governo, se emana un decreto, lui tornerà in campo quando la legge sarà stata approvata, quando il decreto verrà convertito dalle Camere. Perché a quel punto potrà negarne la promulgazione, e forse dovrà farlo, se il suo monito rimane inascoltato. È questa la differenza rispetto alla moral suasion che s'esercita in privato: ogni intervento pubblico mette in gioco l'autorità del presidente. E Mattarella ha deciso di mettersi in gioco, di fronte al rischio che vengano traditi i nostri impegni con l'Europa. È come se avesse scritto: non costringetemi a usare i miei poteri. Ecco, non costringetelo.