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(afp)

Libia, Il pugno di Macron spegne Palermo

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Alla conferenza sul futuro dell'ex colonia italiana non parteciperanno grandi leader internazionali. Ma è inutile intrepretare la lista dei presenti, alla fine conterà quello che avranno costruito Italia e Francia insieme a Stati Uniti e Russia
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Le ultime conferme sulle presenze internazionali alla Conferenza di Palermo per la Libia parlano di una riunione che non vedrà schierati i leader internazionali che il governo italiano sperava di mobilitare. Non sarebbe stato un grave problema se non fossero stati proprio il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Enzo Moavero a trasformare l’evento quasi in una sorta di appuntamento diplomatico-mondano. Sembrava più importante sapere «chi ci sarà» invece di «a cosa serve».

Alla fine l’unico vero risultato da valutare sarà verificare la qualità dell’interazione fra i quattro capi libici più importanti invitati a Palermo, ovvero il presidente Serraj, il generale Haftar, il presidente del Consiglio di Stato Mishri e quello del Parlamento Agila. Dietro di loro continuano ad essere poco conciliabili le posizioni di molti degli attori regionali. L’Egitto ci sarà, ma aveva chiesto il …
Le ultime conferme sulle presenze internazionali alla Conferenza di Palermo per la Libia parlano di una riunione che non vedrà schierati i leader internazionali che il governo italiano sperava di mobilitare. Non sarebbe stato un grave problema se non fossero stati proprio il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Enzo Moavero a trasformare l’evento quasi in una sorta di appuntamento diplomatico-mondano. Sembrava più importante sapere «chi ci sarà» invece di «a cosa serve».

Alla fine l’unico vero risultato da valutare sarà verificare la qualità dell’interazione fra i quattro capi libici più importanti invitati a Palermo, ovvero il presidente Serraj, il generale Haftar, il presidente del Consiglio di Stato Mishri e quello del Parlamento Agila. Dietro di loro continuano ad essere poco conciliabili le posizioni di molti degli attori regionali. L’Egitto ci sarà, ma aveva chiesto il veto alla presenza della Turchia. Il Qatar ci sarà, ma l’Arabia Saudita lo voleva fuori da Palermo. Anche Italia e Francia continuano ad incrociare i fioretti senza fare un passo concreto verso una vera collaborazione. Ieri fonti dell’Eliseo hanno fatto una minaccia chiara: «Siamo pronti a non sostenere la dichiarazione finale di Palermo».

Nonostante le rassicurazioni da Parigi sulla collaborazione con la diplomazia italiana, l’entourage di Emmanuel Macron ipotizza una sua contestazione se a Palermo non verrà fissato un impegno per nuove elezioni in Libia. La data del 10 dicembre, fortemente voluta da Macron nel vertice organizzato a Parigi nel maggio scorso, è ovviamente tramontata, archiviata anche nel piano presentato giovedì dall’inviato dell’Onu, Ghassan Salamé che ha rimandato l’ipotesi di voto alla prossima primavera.

La Francia, che sarà rappresentata a Palermo dal ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian, vuole invece che l’appuntamento italiano serva a impegnare i leader libici su una data «precisa e vincolante». Una posizione che apre un ennesimo braccio di ferro. Palazzo Chigi e la Farnesina, assieme alle Nazioni Unite, hanno espresso la loro intenzione di seguire un percorso che porti il voto a primavera del 2019. L’approccio francese presenta le elezioni come un passaggio necessario per dare legittimità a istituzioni oggi transitorie e per riconciliare i vari protagonisti della crisi libica. Quindi da accelerare al prima possibile.

Sui tempi, sulle cautele del percorso verso il voto, fino ad oggi l’Italia ha trovato il sostegno forte degli Stati Uniti: ma qui ritorna il parametro del «chi ci sarà» a Palermo. Conte aveva invitato Trump, sperava nel Segretario di Stato Pompeo, si ritroverà invece l’assistente sottosegretario addetto alla Libia, David Satterfield. Un segnale di distanza? Inutile interpretare la lista dei presenti: alla fine conterà sapere che cosa avranno contribuito a costruire Italia e Francia, con Stati Uniti e Russia: ieri il presidente del Consiglio una cosa giusta l’ha detta. Invece di parlare di inviti o di contare le teste coronate, ha dato l’unica interpretazione possibile di Palermo: «È l’inizio di un percorso, una tappa iniziale». Sembra banale, ma fino ad oggi Palermo sembrava solo un tentativo di esibizione.