La Juve sa cosa deve fare, dopo la beffa di Champions, e lo fa. Vince a San Siro. Presentata come una sfida tra CR7 e l’ex Higuain. In realtà c’erano in campo una squadra forte e una meno forte e ancor più indebolita dalle tante assenze. Milan dignitoso, condannato a 10’ dalla fine da CR7, facile facile il 2-0 a porta vuota, primo gol suo a San Siro. Bakayoko, Zapata, Kessié chiudono gli spazi, Rodriguez no e il Milan va subito sotto. Può pareggiare su rigore, ma Szczecny, gran parata, devia sul palo il rigore calciato da Higuain. Era già pronto a tirare Kessié. La svolta è qui. Anche nella testa di Higuain, che si sbatte ma non segna e quando, sullo 0-2, Mazzoleni lo ammonisce perde il controllo dei nervi. Espulso, lo trattengono in cinque o sei tra compagni e avversari e gli impediscono di peggiorare la situazione. Esce piangendo. Il danno è fatto. Senza troppi squilli, con molta spinta di Cancelo e Alex Sandr…
La Juve sa cosa deve fare, dopo la beffa di Champions, e lo fa. Vince a San Siro. Presentata come una sfida tra CR7 e l’ex Higuain. In realtà c’erano in campo una squadra forte e una meno forte e ancor più indebolita dalle tante assenze. Milan dignitoso, condannato a 10’ dalla fine da CR7, facile facile il 2-0 a porta vuota, primo gol suo a San Siro. Bakayoko, Zapata, Kessié chiudono gli spazi, Rodriguez no e il Milan va subito sotto. Può pareggiare su rigore, ma Szczecny, gran parata, devia sul palo il rigore calciato da Higuain. Era già pronto a tirare Kessié. La svolta è qui. Anche nella testa di Higuain, che si sbatte ma non segna e quando, sullo 0-2, Mazzoleni lo ammonisce perde il controllo dei nervi. Espulso, lo trattengono in cinque o sei tra compagni e avversari e gli impediscono di peggiorare la situazione. Esce piangendo. Il danno è fatto. Senza troppi squilli, con molta spinta di Cancelo e Alex Sandro sui lati (dai loro piedi partono i due gol) , la Juve gestisce i tempi. Qualche difficoltà nelle uscite difensive in palleggio: Bonucci è in panchina e ci resta anche se Benatia zoppica un po’. Perché? Era meglio che riposasse, ha detto Allegri. Che abbia voluto risparmiargli una forte dose di fischi? Che Bonucci abbia detto qualcosa di sbagliato dopo il Manchester? Ognuno la pensi come vuole.
Intanto la Juve aggiorna i suoi record. Il Napoli resta a 6 punti, l’Inter scivola a 9, primo pareggio per la Lazio, nella Roma si sblocca Schick e fa un gol da cineteca El Shaarawy. Le notizie clamorose di ieri sono due: il naufragio totale dell’Inter a Bergamo e le dimissioni di Ventura dopo quattro partite appena sulla panchina del Chievo. L’Inter non è nuova agli improvvisi e poco prevedibili cali di rendimento. Aveva vinto le ultime 7 gare, aveva la miglior difesa: 6 gol subìti, coi 4 incassati a Bergamo non l’ha più. Sembrava si fosse ritrovata. Sembrava, mai avere certezze con l’Inter, squadra pazza anche per i suoi tifosi. Certo , di fronte aveva l’Atalanta, che sta risalendo la corrente dopo un avvio stentato e condizionato dall’amarezza per l’eliminazione dall’Europa (ma può tornarci). Poi, bisogna ripetersi sui nerazzurri di casa: abilità nello scovare giocatori di bassa notorietà e alto rendimento, un allenatore bravo nel dare un gioco aggressivo e nell’evitare, per quanto possibile, i cali di tensione.
Osso duro, l’Atalanta. Anche troppo per l’Inter, che due gol li ha beccati negli ultimi minuti ma prima era stata presa a pallate come nemmeno col Barça. Handanovic l’ha tenuta in partita finché ha potuto, senza le sue grandi parate i gol potevano essere il doppio. Quando una squadra gioca così male, non è facile individuare una sola causa. Stanchezza? Presunzione? Formazione sbagliata? Un po’ tutto. Il centrocampo con Vecino, Gagliardini e Brozovic poco portato a costruire ma anche a distruggere. Stranamente ignorato Joao Mario, riportato in prima squadra dopo mesi di purgatorio, non ancora pronto Nainggolan. Non è con un paio di uomini che si spiega un crollo del genere. L’Inter non ha vinto un duello individuale. Il rigore di Icardi , su regalo del portiere, è l’unico vero tiro in porta di tutta la partita. L’Atalanta ne aveva fatti 16 solo nel primo tempo: record positivo per Gasperini, negativo per Spalletti. I numeri non sono tutto, ma 16 conclusioni lasciate in 45’ agli avversari sottolinea un’inferiorità ai confini della nullaggine.
Il campionato si ferma per gli impegni della Nazionale e l’ex ct Ventura saluta il Chievo e se ne va dopo il 2-2 col Bologna, quasi fosse questa partita l’ultimo treno per risalire, l’ultima speranza. La prossima, col Napoli di Insigne. Non è un bel segnale per la squadra: 3 punti in 12 partite, è già B al 99%. Non è un bel segnale nemmeno per Ventura, che l’opinione pubblica ritiene il solo colpevole della mancata qualificazione ai Mondiali. Non lo è, ma così vanno le cose del pallone. Il Chievo, per quanto malmesso, per quanto penalizzato (chiesti 15 punti, dati 3 ma la sentenza definitiva deve ancora arrivare), era per Ventura anche la provincia tranquilla in cui si può lavorare bene, era un rimettersi in discussione dopo mesi di amari calici. Il calcio racconta favole che durano a lungo o, come questa, pochissimo. I risvolti umani, più di quelli sportivi, inducono a fermarsi qui.
Intanto la Juve aggiorna i suoi record. Il Napoli resta a 6 punti, l’Inter scivola a 9, primo pareggio per la Lazio, nella Roma si sblocca Schick e fa un gol da cineteca El Shaarawy. Le notizie clamorose di ieri sono due: il naufragio totale dell’Inter a Bergamo e le dimissioni di Ventura dopo quattro partite appena sulla panchina del Chievo. L’Inter non è nuova agli improvvisi e poco prevedibili cali di rendimento. Aveva vinto le ultime 7 gare, aveva la miglior difesa: 6 gol subìti, coi 4 incassati a Bergamo non l’ha più. Sembrava si fosse ritrovata. Sembrava, mai avere certezze con l’Inter, squadra pazza anche per i suoi tifosi. Certo , di fronte aveva l’Atalanta, che sta risalendo la corrente dopo un avvio stentato e condizionato dall’amarezza per l’eliminazione dall’Europa (ma può tornarci). Poi, bisogna ripetersi sui nerazzurri di casa: abilità nello scovare giocatori di bassa notorietà e alto rendimento, un allenatore bravo nel dare un gioco aggressivo e nell’evitare, per quanto possibile, i cali di tensione.
Osso duro, l’Atalanta. Anche troppo per l’Inter, che due gol li ha beccati negli ultimi minuti ma prima era stata presa a pallate come nemmeno col Barça. Handanovic l’ha tenuta in partita finché ha potuto, senza le sue grandi parate i gol potevano essere il doppio. Quando una squadra gioca così male, non è facile individuare una sola causa. Stanchezza? Presunzione? Formazione sbagliata? Un po’ tutto. Il centrocampo con Vecino, Gagliardini e Brozovic poco portato a costruire ma anche a distruggere. Stranamente ignorato Joao Mario, riportato in prima squadra dopo mesi di purgatorio, non ancora pronto Nainggolan. Non è con un paio di uomini che si spiega un crollo del genere. L’Inter non ha vinto un duello individuale. Il rigore di Icardi , su regalo del portiere, è l’unico vero tiro in porta di tutta la partita. L’Atalanta ne aveva fatti 16 solo nel primo tempo: record positivo per Gasperini, negativo per Spalletti. I numeri non sono tutto, ma 16 conclusioni lasciate in 45’ agli avversari sottolinea un’inferiorità ai confini della nullaggine.
Il campionato si ferma per gli impegni della Nazionale e l’ex ct Ventura saluta il Chievo e se ne va dopo il 2-2 col Bologna, quasi fosse questa partita l’ultimo treno per risalire, l’ultima speranza. La prossima, col Napoli di Insigne. Non è un bel segnale per la squadra: 3 punti in 12 partite, è già B al 99%. Non è un bel segnale nemmeno per Ventura, che l’opinione pubblica ritiene il solo colpevole della mancata qualificazione ai Mondiali. Non lo è, ma così vanno le cose del pallone. Il Chievo, per quanto malmesso, per quanto penalizzato (chiesti 15 punti, dati 3 ma la sentenza definitiva deve ancora arrivare), era per Ventura anche la provincia tranquilla in cui si può lavorare bene, era un rimettersi in discussione dopo mesi di amari calici. Il calcio racconta favole che durano a lungo o, come questa, pochissimo. I risvolti umani, più di quelli sportivi, inducono a fermarsi qui.