L’azzardo con le stime della crescita
Marcello Messori , di MARCELLO MESSORITria riduca l’ammontare del disavanzo per il 2019 e per gli anni successivi, ripensando il reddito di cittadinanza e la revisione della Fornero
Domani il governo italiano dovrà comunicare quali siano state le modifiche, apportate alla bozza della nostra legge di bilancio per recepire le critiche di fondo sollevate dalla Commissione europea. Tali critiche sono state specificate in due lettere, inviate - rispettivamente - al ministro Giovanni Tria e al direttore generale del Tesoro nelle scorse settimane, e sono state ulteriormente sostanziate dalle successive previsioni che correggono al ribasso i tassi di crescita del Pil italiano per i prossimi anni (1,2 per cento invece della previsione governativa dell'1,5 per cento per l'anno 2019).
E al rialzo i connessi rapporti deficit pubblico/Pil (2,9 per cento invece della previsione governativa del 2,4 sempre per il prossimo anno). Nelle due lettere la Commissione non si limita a sottolineare che i numeri del bilancio pubblico, fissati dal governo italiano, sono incompatibili con le regole europee disegnate dal 1992 in poi. Essa sottolinea come, per la prima volta d…
E al rialzo i connessi rapporti deficit pubblico/Pil (2,9 per cento invece della previsione governativa del 2,4 sempre per il prossimo anno). Nelle due lettere la Commissione non si limita a sottolineare che i numeri del bilancio pubblico, fissati dal governo italiano, sono incompatibili con le regole europee disegnate dal 1992 in poi. Essa sottolinea come, per la prima volta d…
Domani il governo italiano dovrà comunicare quali siano state le modifiche, apportate alla bozza della nostra legge di bilancio per recepire le critiche di fondo sollevate dalla Commissione europea. Tali critiche sono state specificate in due lettere, inviate - rispettivamente - al ministro Giovanni Tria e al direttore generale del Tesoro nelle scorse settimane, e sono state ulteriormente sostanziate dalle successive previsioni che correggono al ribasso i tassi di crescita del Pil italiano per i prossimi anni (1,2 per cento invece della previsione governativa dell'1,5 per cento per l'anno 2019).
E al rialzo i connessi rapporti deficit pubblico/Pil (2,9 per cento invece della previsione governativa del 2,4 sempre per il prossimo anno). Nelle due lettere la Commissione non si limita a sottolineare che i numeri del bilancio pubblico, fissati dal governo italiano, sono incompatibili con le regole europee disegnate dal 1992 in poi. Essa sottolinea come, per la prima volta dal varo di queste regole, uno Stato membro abbia deciso di divergere anziché convergere (pur se, spesso, a ritmi troppo blandi) rispetto ai suoi obiettivi di medio termine; ossia rispetto a quegli obiettivi che sono stati unanimemente approvati (a torto o a ragione) al fine di garantire una gestione sostenibile, anche se non necessariamente equilibrata, dei debiti pubblici nazionali e di rassicurare, così, gli altri Stati membri riguardo alla stabilità economica dell'Unione e - poi - dell'euro area. La ragione del contendere non riguarda, quindi, pochi decimali (pur rilevanti) di deficit pubblico, ma i principi di fondo che stanno alla base del coordinamento europeo delle politiche fiscali nazionali.
A riprova di quanto detto, si consideri che lo specifico obiettivo di medio termine di un dato paese tiene conto della fase ciclica attraversata ed esclude le spese pubbliche imputabili, per esempio, a interventi straordinari per calamità naturali. È perciò paradossale che, per rispondere alle preoccupazioni europee e alle stime della Commissione, molti esponenti del governo italiano e lo stesso ministro Tria abbiano sostenuto che un peggioramento del tasso previsto di crescita della nostra economia per i prossimi anni renderebbe, a maggior ragione, necessarie quelle spese di bilancio originariamente concepite per realizzare un tasso di crescita dell'1,5% di Pil nel 2019.
Intendiamoci: sarebbe un atto di realismo se, dopo aver sostenuto gli effetti mirabolanti delle proprie politiche economiche, il governo si convincesse che l'economia italiana avrà una dinamica persino peggiore di quella prospettata, con conciliante e consapevole ottimismo, dalla Commissione europea. Un'ammissione del genere imporrebbe tuttavia sia una revisione sostanziale del quadro, presentato poco più di un mese fa nell'aggiornamento del Documento economico (Def), sia radicali cambiamenti della Legge di bilancio per il 2019 da sottoporre alla Commissione europea.
Neppure negli scenari della "Commedia dell'Arte" è concepibile cambiare le previsioni, derivanti dai propri atti in date circostanze, e mantenere invariata la sostanza di quanto sta a fondamento o è legato a quelle previsioni. Se ciò comunque avvenisse, non resterebbe che riferirsi a un saggio detto popolare: "La toppa è peggiore del buco". Un tale comportamento da parte dell'Italia renderebbe inevitabile l'apertura di quella procedura per deficit eccessivo rispetto alla regola del debito pubblico che è stata prevista dalle nuove regole europee del 2011 (il Six Pack) ma che, fino a oggi, non è stata applicata. Si tratta di una procedura che impone aggiustamenti molto severi e/o prolungati allo Stato membro, che la subisce, in quanto può essere chiusa solo dopo che il rapporto debito pubblico/Pil di quel paese ha subito sostanziali riequilibri. Per dare una misura del problema, nel caso dell'Italia un'interpretazione stringente di questa procedura richiederebbe correzioni annue del bilancio pubblico pari a poco meno di 1/20 della differenza fra l'effettivo rapporto debito pubblico/Pil (oggi superiore al 130%) e la soglia massima della regola europea (pari al 60%) per almeno sette anni; il che equivarrebbe a correzioni annue comprese fra gli oltre 60 miliardi di euro dei primi due anni del periodo di aggiustamento e i 57-55 miliardi di euro degli ultimi anni.
Un'interpretazione rigorosa ma relativamente benevola della stessa procedura richiederebbe ininterrotti avanzi primari (ossia precedenti il calcolo degli oneri finanziari) dello stesso bilancio pari a circa 4 punti percentuali del Pil per un decennio; il che equivarrebbe a una correzione, per il 2019, vicina ai 40 miliardi di euro. E anche un'interpretazione più flessibile della regola del debito pubblico da parte delle istituzioni europee imporrebbe vincoli alla politica fiscale nazionale di portata significativa (una correzione di almeno 24 miliardi di euro per il 2019). Tali aggiustamenti annuali sono incompatibili con gli orientamenti manifestati, fino a ora, dal governo italiano. L'apertura di una procedura per deficit eccessivo rispetto alla regola del debito pubblico nei confronti dell'Italia rischierebbe, perciò, di aprire un grave conflitto fra le richieste delle istituzioni europee e le mancate risposte del nostro governo con il risultato di accentuare la marginalità del nostro paese nell'euro area e di minare la sostenibilità del nostro debito pubblico.
È quindi essenziale che non si arrivi all'attivazione della procedura; e la sola via aperta è che, riconoscendo l'irrealizzabilità dei tassi di crescita previsti per gli anni 2019-2021, il ministro Tria riduca l'ammontare del disavanzo pubblico per il 2019 e per gli anni successivi. Allo scopo, sarebbe sufficiente ridimensionare i provvedimenti che più pesano sulla spesa corrente (il cosiddetto reddito di cittadinanza e la revisione della Legge Fornero) e garantire la fattibilità del limitato ammontare di investimenti pubblici già preventivati.
E al rialzo i connessi rapporti deficit pubblico/Pil (2,9 per cento invece della previsione governativa del 2,4 sempre per il prossimo anno). Nelle due lettere la Commissione non si limita a sottolineare che i numeri del bilancio pubblico, fissati dal governo italiano, sono incompatibili con le regole europee disegnate dal 1992 in poi. Essa sottolinea come, per la prima volta dal varo di queste regole, uno Stato membro abbia deciso di divergere anziché convergere (pur se, spesso, a ritmi troppo blandi) rispetto ai suoi obiettivi di medio termine; ossia rispetto a quegli obiettivi che sono stati unanimemente approvati (a torto o a ragione) al fine di garantire una gestione sostenibile, anche se non necessariamente equilibrata, dei debiti pubblici nazionali e di rassicurare, così, gli altri Stati membri riguardo alla stabilità economica dell'Unione e - poi - dell'euro area. La ragione del contendere non riguarda, quindi, pochi decimali (pur rilevanti) di deficit pubblico, ma i principi di fondo che stanno alla base del coordinamento europeo delle politiche fiscali nazionali.
A riprova di quanto detto, si consideri che lo specifico obiettivo di medio termine di un dato paese tiene conto della fase ciclica attraversata ed esclude le spese pubbliche imputabili, per esempio, a interventi straordinari per calamità naturali. È perciò paradossale che, per rispondere alle preoccupazioni europee e alle stime della Commissione, molti esponenti del governo italiano e lo stesso ministro Tria abbiano sostenuto che un peggioramento del tasso previsto di crescita della nostra economia per i prossimi anni renderebbe, a maggior ragione, necessarie quelle spese di bilancio originariamente concepite per realizzare un tasso di crescita dell'1,5% di Pil nel 2019.
Intendiamoci: sarebbe un atto di realismo se, dopo aver sostenuto gli effetti mirabolanti delle proprie politiche economiche, il governo si convincesse che l'economia italiana avrà una dinamica persino peggiore di quella prospettata, con conciliante e consapevole ottimismo, dalla Commissione europea. Un'ammissione del genere imporrebbe tuttavia sia una revisione sostanziale del quadro, presentato poco più di un mese fa nell'aggiornamento del Documento economico (Def), sia radicali cambiamenti della Legge di bilancio per il 2019 da sottoporre alla Commissione europea.
Neppure negli scenari della "Commedia dell'Arte" è concepibile cambiare le previsioni, derivanti dai propri atti in date circostanze, e mantenere invariata la sostanza di quanto sta a fondamento o è legato a quelle previsioni. Se ciò comunque avvenisse, non resterebbe che riferirsi a un saggio detto popolare: "La toppa è peggiore del buco". Un tale comportamento da parte dell'Italia renderebbe inevitabile l'apertura di quella procedura per deficit eccessivo rispetto alla regola del debito pubblico che è stata prevista dalle nuove regole europee del 2011 (il Six Pack) ma che, fino a oggi, non è stata applicata. Si tratta di una procedura che impone aggiustamenti molto severi e/o prolungati allo Stato membro, che la subisce, in quanto può essere chiusa solo dopo che il rapporto debito pubblico/Pil di quel paese ha subito sostanziali riequilibri. Per dare una misura del problema, nel caso dell'Italia un'interpretazione stringente di questa procedura richiederebbe correzioni annue del bilancio pubblico pari a poco meno di 1/20 della differenza fra l'effettivo rapporto debito pubblico/Pil (oggi superiore al 130%) e la soglia massima della regola europea (pari al 60%) per almeno sette anni; il che equivarrebbe a correzioni annue comprese fra gli oltre 60 miliardi di euro dei primi due anni del periodo di aggiustamento e i 57-55 miliardi di euro degli ultimi anni.
Un'interpretazione rigorosa ma relativamente benevola della stessa procedura richiederebbe ininterrotti avanzi primari (ossia precedenti il calcolo degli oneri finanziari) dello stesso bilancio pari a circa 4 punti percentuali del Pil per un decennio; il che equivarrebbe a una correzione, per il 2019, vicina ai 40 miliardi di euro. E anche un'interpretazione più flessibile della regola del debito pubblico da parte delle istituzioni europee imporrebbe vincoli alla politica fiscale nazionale di portata significativa (una correzione di almeno 24 miliardi di euro per il 2019). Tali aggiustamenti annuali sono incompatibili con gli orientamenti manifestati, fino a ora, dal governo italiano. L'apertura di una procedura per deficit eccessivo rispetto alla regola del debito pubblico nei confronti dell'Italia rischierebbe, perciò, di aprire un grave conflitto fra le richieste delle istituzioni europee e le mancate risposte del nostro governo con il risultato di accentuare la marginalità del nostro paese nell'euro area e di minare la sostenibilità del nostro debito pubblico.
È quindi essenziale che non si arrivi all'attivazione della procedura; e la sola via aperta è che, riconoscendo l'irrealizzabilità dei tassi di crescita previsti per gli anni 2019-2021, il ministro Tria riduca l'ammontare del disavanzo pubblico per il 2019 e per gli anni successivi. Allo scopo, sarebbe sufficiente ridimensionare i provvedimenti che più pesano sulla spesa corrente (il cosiddetto reddito di cittadinanza e la revisione della Legge Fornero) e garantire la fattibilità del limitato ammontare di investimenti pubblici già preventivati.