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Il vertice sulla Libia a Palermo 

Caso Libia, perché l’Italia all’estero balla da sola

Negli incontri internazionali le strette di mano non bastano. Il governo si è estraniato da vari dossier europei
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Una stretta di mano non basta. Dopo la photo opportunity dell'incontro tra i leader libici Serraj e Haftar, la conferenza di Palermo è praticamente saltata tra abbandoni di partner importanti come la Turchia e fuoriuscite plateali degli emissari di Haftar quando parlavano i rappresentanti di Serraj. Una conferma delle difficoltà a gestire un dossier complesso come quello libico praticamente da soli, senza un coordinamento effettivo con i partner europei e atlantici. È qui il punto critico della politica estera italiana giallo-verde: il suo isolamento sul piano internazionale. Il premier Conte pensava ingenuamente - com'era inevitabile vista la sua inesperienza - che le battute amichevoli e gli scambi di cortesia negli incontri internazionali sostituissero la durezza degli interessi e dei rapporti di forza.

Ora, le intemerate dei leader politici giallo-verdi nei confronti dell'Unione europea non sono solo espedienti retorici per ottenere di più …
Una stretta di mano non basta. Dopo la photo opportunity dell'incontro tra i leader libici Serraj e Haftar, la conferenza di Palermo è praticamente saltata tra abbandoni di partner importanti come la Turchia e fuoriuscite plateali degli emissari di Haftar quando parlavano i rappresentanti di Serraj. Una conferma delle difficoltà a gestire un dossier complesso come quello libico praticamente da soli, senza un coordinamento effettivo con i partner europei e atlantici. È qui il punto critico della politica estera italiana giallo-verde: il suo isolamento sul piano internazionale. Il premier Conte pensava ingenuamente - com'era inevitabile vista la sua inesperienza - che le battute amichevoli e gli scambi di cortesia negli incontri internazionali sostituissero la durezza degli interessi e dei rapporti di forza.

Ora, le intemerate dei leader politici giallo-verdi nei confronti dell'Unione europea non sono solo espedienti retorici per ottenere di più sui tavoli di Bruxelles bensì indicano un mutato indirizzo della nostra politica estera. Coerentemente con il sentimento euroscettico di M5S e Lega, il governo prima si è scontrato con le istituzioni comunitarie e poi si è estraniato da vari dossier. Ad esempio l'Italia è assente dal più significativo passo in avanti compiuto dall'Europa in termini militari dai tempi della Ced (la Comunità europea di difesa abortita all'ultimo passo, nel 1954, per l'ostilità congiunta del nazionalismo gallico di gollisti e comunisti): l'European Intervention Initiative, un dispositivo che mette in campo forze di reazione rapida per rispondere a emergenze di ogni tipo.

Tra l'altro, per quanto possa essere paradossale in tempi di euroscetticismo e sovranismo, uno dei settori in cui l'integrazione europea avanza più speditamente è proprio quello della difesa comune. Per due ragioni principali. Perché è stata attivata una serie di meccanismi per co-finanziare generosamente l'industria bellica europea, e perché questo tema, sotterraneo e poco visibile salvo le recentissime prese di posizione del presidente francese Macron, trova un ampio consenso, intorno al 70%, tra i cittadini degli Stati membri. Anche in Polonia, additata non a torto come campione di nazionalismo sovranista più che di patriottismo, l'opinione pubblica, a differenza del suo governo, aderisce all'idea di un esercito europeo. Fino all'anno scorso l'Italia ha partecipato a tutti i programmi di difesa comune (salvo durante il governo Berlusconi 2001-2006). Solo all'ultima iniziativa, l'European Intervention Iniziative, attivata nel marzo scorso, il governo Conte non ha (ancora?) aderito: a causa di questa assenza il nostro Paese rimane tagliato fuori da interventi europei che possono fornire uno scudo protettivo all'Italia.

La maggioranza giallo-verde pensa di sostituire l'ancoraggio europeo con una più stretta relazione con gli Stati Uniti, senza rendersi conto di quanto questa presidenza abbia ben altre priorità e sia del tutto disinteressata a quanto preme all'Italia (si veda, da ultimo, il basso profilo della rappresentanza americana alla conferenza di Palermo). E, ancora peggio, il governo si rivolge a Est, verso la Russia, senza coordinarsi con i partner europei anch'essi disponibili, in certa misura e con i modi dovuti, a un appeasement con Mosca.

In sostanza siamo a una riproposizione delle scelte strategiche dei governi Berlusconi. Anche allora, seppure in contesti molto diversi, il centrodestra aveva spostato il baricentro della posizione internazionale dell'Italia verso l'Atlantico staccandosi dal continente; e, allo stesso tempo, aveva manifestato amorosi sensi verso la Russia. L'ammirazione per l'America First di Donald Trump, così come per il decisionismo autoritario di Vladimir Putin in politica interna, attraversa i nostri sovranisti. Con il risultato di essere sempre più isolati in Europa.