Il non Consiglio dei ministri
Michele Ainis , di MICHELE AINISIl governo si vede ma non c'è. Se ci fosse dovrebbe abitare nel Cdm, stando alla Costituzione. Ma quest'organo è ormai uno spettro. Le decisioni politiche vengono prese altrove
Il Parlamento c'è ma non si vede, oscurato da una crisi d'efficienza e di fiducia popolare che dura ormai da tempo. Invece il governo si vede ma non c'è. Se ci fosse, dovrebbe abitare nel Consiglio dei ministri, perché è quella la sua centrale operativa, stando all'articolo 92 della Costituzione. Sennonché quest'organo è ormai uno spettro, un ectoplasma. Le decisioni politiche vengono assunte altrove, in stanze celate al nostro sguardo, oltre che allo sguardo dei medesimi ministri. E quando invece capita (ahimè, molto di rado) che si decida qualcosa proprio lì, attorno al tavolo rotondo circondato dagli arazzi di Jan Leyniers, atti e documenti vengono scritti con l'inchiostro simpatico, invisibile a tutti i nostri occhiali.
Il primo nemico del Consiglio dei ministri ha un nome antico quanto la scienza di Euclide: vertice. In geometria designa il punto in cui convergono due lati di un angolo o le facce d…
Il primo nemico del Consiglio dei ministri ha un nome antico quanto la scienza di Euclide: vertice. In geometria designa il punto in cui convergono due lati di un angolo o le facce d…
Il Parlamento c'è ma non si vede, oscurato da una crisi d'efficienza e di fiducia popolare che dura ormai da tempo. Invece il governo si vede ma non c'è. Se ci fosse, dovrebbe abitare nel Consiglio dei ministri, perché è quella la sua centrale operativa, stando all'articolo 92 della Costituzione. Sennonché quest'organo è ormai uno spettro, un ectoplasma. Le decisioni politiche vengono assunte altrove, in stanze celate al nostro sguardo, oltre che allo sguardo dei medesimi ministri. E quando invece capita (ahimè, molto di rado) che si decida qualcosa proprio lì, attorno al tavolo rotondo circondato dagli arazzi di Jan Leyniers, atti e documenti vengono scritti con l'inchiostro simpatico, invisibile a tutti i nostri occhiali.
Il primo nemico del Consiglio dei ministri ha un nome antico quanto la scienza di Euclide: vertice. In geometria designa il punto in cui convergono due lati di un angolo o le facce d'un poliedro; in politica indica un incontro fra i leader della coalizione di governo, per superare dissidi e incomprensioni. Così s'usava nella prima Repubblica, tanto che per assicurare un minimo di dignità formale a questa prassi venne istituito (agosto 1983) il Consiglio di gabinetto, composto dai ministri più rappresentativi.
E adesso? Idem. I vertici si ripetono ogni settimana, svuotando le competenze del Consiglio dei ministri; uno degli ultimi (o forse ormai dei penultimi) quello dell'8 novembre, per siglare un compromesso fra Lega e 5 Stelle sulla riforma della prescrizione. Vi partecipa, talvolta, qualche ministro; talvolta (ma non sempre) il presidente del Consiglio; ospiti fissi i due vicepresidenti, che in genere si riuniscono senza terzi incomodi, come i consoli della Repubblica romana. Dunque un vertice fra sottovertici in assenza del premier, ossia del sopravertice. Vertice orizzontale, mettiamola così. Con buona pace della geometria e pure della lingua, dato che ogni vertice è sempre verticale.
Quanto agli atti deliberati in Consiglio dei ministri, per lo più si tratta d'atti impuri. Nel senso che ne è impura la forma, la veste esteriore; tuttavia nel diritto la forma è sostanza. Succede così che i documenti normativi vengano approvati "salvo intese": una prassi che risale ai governi Berlusconi, ma che negli ultimi tempi s'è convertita in regola di ferro. Con quali conseguenze? Che i ministri votano un titolo, non un testo compiuto; dopo di che qualcuno (chi?) lo riempirà di contenuti.
Da qui le polemiche sulle "manine", come quella aperta da Di Maio nel salotto tv di Bruno Vespa (18 ottobre). Da qui i ritardi fra l'approvazione dei decreti legge e la loro pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale: 11 giorni per il decreto Dignità, 10 giorni per il decreto di riordino dei ministeri, 15 giorni per il decreto su Genova. Da qui, infine, un'offesa alla certezza del diritto, una smentita dell'urgenza che la Costituzione pone a fondamento dei decreti legge, un esproprio a danno dei ministri, giacché a rigor di logica questi ultimi dovrebbero votare nuovamente, esprimendo il proprio assenso sul testo definitivo. Invece no, loro sono come chi sposi una donna senza mai averla vista in faccia. Questione di fiducia.
E a proposito di fiducia. Lo scorso 6 novembre il ministro Fraccaro, a nome del governo, ha posto la fiducia in Senato sul decreto Sicurezza. Un'altra competenza riservata al Consiglio dei ministri, a norma dell'articolo 2, comma 3, lettera a, della legge n. 400 del 1988. Ma quando si sarebbe mai riunito il Consiglio? In quelle ore Conte stava in Algeria, Salvini in Ghana, Di Maio in Cina. E a guardare sul sito di Palazzo Chigi (www.governo.it), la seduta precedente risale al 25 ottobre, senza alcuna richiesta di fiducia all'ordine del giorno. Avranno fatto una seduta spiritica. Del resto, se in qualche occasione il Consiglio salta un giro, in altri casi si concede il bis. È successo con il decreto fiscale, approvato il 15 ottobre e riapprovato cinque giorni dopo. Il decreto che visse due volte, avrebbe detto Hitchcock. Ma se non si recupera un po' di rispetto per le procedure, dovremo invece celebrare un doppio funerale: del Consiglio dei ministri e anche della Costituzione.
Il primo nemico del Consiglio dei ministri ha un nome antico quanto la scienza di Euclide: vertice. In geometria designa il punto in cui convergono due lati di un angolo o le facce d'un poliedro; in politica indica un incontro fra i leader della coalizione di governo, per superare dissidi e incomprensioni. Così s'usava nella prima Repubblica, tanto che per assicurare un minimo di dignità formale a questa prassi venne istituito (agosto 1983) il Consiglio di gabinetto, composto dai ministri più rappresentativi.
E adesso? Idem. I vertici si ripetono ogni settimana, svuotando le competenze del Consiglio dei ministri; uno degli ultimi (o forse ormai dei penultimi) quello dell'8 novembre, per siglare un compromesso fra Lega e 5 Stelle sulla riforma della prescrizione. Vi partecipa, talvolta, qualche ministro; talvolta (ma non sempre) il presidente del Consiglio; ospiti fissi i due vicepresidenti, che in genere si riuniscono senza terzi incomodi, come i consoli della Repubblica romana. Dunque un vertice fra sottovertici in assenza del premier, ossia del sopravertice. Vertice orizzontale, mettiamola così. Con buona pace della geometria e pure della lingua, dato che ogni vertice è sempre verticale.
Quanto agli atti deliberati in Consiglio dei ministri, per lo più si tratta d'atti impuri. Nel senso che ne è impura la forma, la veste esteriore; tuttavia nel diritto la forma è sostanza. Succede così che i documenti normativi vengano approvati "salvo intese": una prassi che risale ai governi Berlusconi, ma che negli ultimi tempi s'è convertita in regola di ferro. Con quali conseguenze? Che i ministri votano un titolo, non un testo compiuto; dopo di che qualcuno (chi?) lo riempirà di contenuti.
Da qui le polemiche sulle "manine", come quella aperta da Di Maio nel salotto tv di Bruno Vespa (18 ottobre). Da qui i ritardi fra l'approvazione dei decreti legge e la loro pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale: 11 giorni per il decreto Dignità, 10 giorni per il decreto di riordino dei ministeri, 15 giorni per il decreto su Genova. Da qui, infine, un'offesa alla certezza del diritto, una smentita dell'urgenza che la Costituzione pone a fondamento dei decreti legge, un esproprio a danno dei ministri, giacché a rigor di logica questi ultimi dovrebbero votare nuovamente, esprimendo il proprio assenso sul testo definitivo. Invece no, loro sono come chi sposi una donna senza mai averla vista in faccia. Questione di fiducia.
E a proposito di fiducia. Lo scorso 6 novembre il ministro Fraccaro, a nome del governo, ha posto la fiducia in Senato sul decreto Sicurezza. Un'altra competenza riservata al Consiglio dei ministri, a norma dell'articolo 2, comma 3, lettera a, della legge n. 400 del 1988. Ma quando si sarebbe mai riunito il Consiglio? In quelle ore Conte stava in Algeria, Salvini in Ghana, Di Maio in Cina. E a guardare sul sito di Palazzo Chigi (www.governo.it), la seduta precedente risale al 25 ottobre, senza alcuna richiesta di fiducia all'ordine del giorno. Avranno fatto una seduta spiritica. Del resto, se in qualche occasione il Consiglio salta un giro, in altri casi si concede il bis. È successo con il decreto fiscale, approvato il 15 ottobre e riapprovato cinque giorni dopo. Il decreto che visse due volte, avrebbe detto Hitchcock. Ma se non si recupera un po' di rispetto per le procedure, dovremo invece celebrare un doppio funerale: del Consiglio dei ministri e anche della Costituzione.