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I dipendenti della Lehman Brothers lasciano gli uffici 

Cara economia, torna a produrre valore non profitto

Il nuovo saggio di Mariana Mazzucato analizza la crisi finanziaria e le sue scie alla ricerca di un capitalismo sostenibile e inclusivo
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Quando penso al "club dell'1 per cento" che si mangia la metà della ricchezza del pianeta, al manager che incassa un superbonus 450 volte maggiore al salario medio dei suoi dipendenti, ai 5 milioni di italiani in povertà, mi torna in mente una delle leggendarie vignette di Altan. I due soliti signorotti che parlano: "Ma in questo mondo conta solo il profitto? Ma no, c'è anche il lucro!". Ridiamoci sopra, anche se non c'è niente da ridere. L'esplosione delle disuguaglianze sociali spiega la crisi del nostro Tempo. Il mesto tramonto delle democrazie liberali e l'alba dorata delle destre populiste. Nel discorso pubblico moderno questo non pare un incidente della Storia, che ha imboccato un tornante contromano. Sembra piuttosto un Destino che si compie, ineluttabile e immodificabile. E allora viva Mariana Mazzucato, che nel solco di Piketty e Stiglitz ha il coraggio di battersi contro i falsi miti di cui si nutre la Socie…
Quando penso al "club dell'1 per cento" che si mangia la metà della ricchezza del pianeta, al manager che incassa un superbonus 450 volte maggiore al salario medio dei suoi dipendenti, ai 5 milioni di italiani in povertà, mi torna in mente una delle leggendarie vignette di Altan. I due soliti signorotti che parlano: "Ma in questo mondo conta solo il profitto? Ma no, c'è anche il lucro!". Ridiamoci sopra, anche se non c'è niente da ridere. L'esplosione delle disuguaglianze sociali spiega la crisi del nostro Tempo. Il mesto tramonto delle democrazie liberali e l'alba dorata delle destre populiste. Nel discorso pubblico moderno questo non pare un incidente della Storia, che ha imboccato un tornante contromano. Sembra piuttosto un Destino che si compie, ineluttabile e immodificabile. E allora viva Mariana Mazzucato, che nel solco di Piketty e Stiglitz ha il coraggio di battersi contro i falsi miti di cui si nutre la Società Diseguale nella quale siamo precipitati e alla quale sembriamo condannati. Il suo ultimo saggio appena uscito da Laterza, "Il valore di tutto", spiega il paradosso della vignetta di Altan. Come siamo arrivati a credere che, al di là del profitto, nel capitalismo contemporaneo ci sia spazio solo per il lucro? Quando abbiamo scambiato il reddito con la rendita, chi guadagna con chi produce? Perché abbiamo confuso la "creazione di valore" (cioè l'uso delle risorse per produrre nuove merci e servizi) con la "estrazione di valore" (cioè il trasferimento di risorse o prodotti esistenti, e il guadagno che deriva dalla loro commercializzazione)?

Ci aveva già dilettato con "Lo Stato innovatore", un libro quasi eversivo di quattro anni fa. Adesso, partendo da Ricardo e Marx, Mazzucato fa un passo più in là, e arriva al cuore del problema. Nel diciassettesimo secolo l'economia del mondo cresce grazie all'incentivazione delle attività produttive, e alla penalizzazione di quelle improduttive. Nella seconda metà del diciannovesimo secolo avviene la prima mutazione: il "valore" passa da una dimensione collettiva a una declinazione individuale. Oggi la metamorfosi si compie, l'economia "di carta" e la finanza "a breve" vincono sull'industria, si afferma il primato delle gestioni patrimoniali, si impone la "massimizzazione del valore per gli azionisti". Sulla scia della Grande Recessione del 2008 nasce un capitalismo rapace e parassitario, che impone ai governi e alle nazioni un suo storytelling, deviato e deviante: "a loro alte remunerazioni, a noi gli avanzi".

"Loro" sono le mosche del Capitale. I "creatori delle favole che governano il mondo", come diceva Platone. "Loro" sono i banchieri di Goldman Sachs che, nonostante i disastri del Big Crash di dieci anni fa e i 125 miliardi spesi dal governo Usa per il suo salvataggio, tra il 2009 e il 2016 accumula 63 miliardi di utili. "Loro" sono i giganti di Big Pharma, che per tre mesi piazzano sul mercato il farmaco Gilead contro l'epatite C al modico prezzo di 94.500 dollari. "Loro" sono gli Over The Top tipo Apple, che per non pagare le tasse in America sposta all'estero il suo giro d'affario da 187 miliardi di dollari, o i colossi della Gig Economy tipo Uber o AirBnb, che lucrano profitti e dividendi sulle spalle del sistema pubblico. Dimenticando che senza i colossali investimenti pubblici nell'hi-tech degli ultimi trent'anni non sarebbero mai nati Internet, il Gps, il Touchscreen, Siri, cioè tutte le piattaforme dalle quali si "estrae valore" per azionisti e manager. E alimentando un altro mito, che Mazzucato aveva sfatato già col suo saggio precedente: quello del "privato ghepardo" che batte in velocità e in efficienza lo "Stato tartaruga". Una bugia, alla quale però crediamo ciecamente come al racconto della lotta tra il bene e il male. Senza neanche farci attraversare da un dubbio: e se fosse tutto falso?

Niente da fare. Noi non abbiamo tempo per le domande. Eppure "noi" siamo il popolo bue, che sta ai margini di questa elité capace di orientare politiche industriali e fiscali e di drenare sgravi crescenti sui guadagni in conto capitale. "Noi" siamo il lavoro svilito, precario e sottopagato. Oggi - ci ricorda Mazzucato - il patrimonio dei 62 uomini più ricchi del mondo è pari a quello della metà più povera, cioè 3,5 miliardi di individui. Tra il 1975 e il 2017, solo negli Stati Uniti, il Pil reale è triplicato da 5.490 a 17.290 miliardi di dollari, la produttività è cresciuta del 60%, ma i salari reali sono rimasti invariati. Tutto il resto è finito dov'è naturale che finisca, in questo sistema traviato: nelle tasche di raider e "rentier". Gli "estrattori" travestititi da "creatori".

Se questa è la malattia, Mazzucato azzarda anche una cura. E qui, come sempre, arrivano i dolori. Non perché le terapie non siano convincenti. Al contrario: sono talmente lucide che per ciò stesso diventano Utopia. Capire cos'è il valore, chi lo crea e chi lo sottrae, è la premessa per ricostruire un capitalismo sostenibile e inclusivo. Bisogna "ridare una missione all'economia", riformando le istituzioni finanziarie, cambiando le norme sui brevetti, ridando un ruolo forte allo Stato regolatore e innovatore. L'economista italiana trapiantata a Londra, che sta incappando nelle maglie strette della Brexit, non si ritrae dal confronto sull'attualità di questi giorni, che vede l'Italia Sovranista al centro della sfida con l'Europa Tecnocratica. E lo risolve da convinta sviluppista keynesiana: "no all'austerità", che in questi anni ha soffocato la ripresa. Il basso deficit "è un obiettivo sbagliato". Per la crescita serve "una direzione di marcia", non una semplice "lista della spesa". Servono investimenti a lungo termine nei settori strategici, a partire dalla ricerca, l'istruzione, l'economia verde.

Un programma "di sinistra", verrebbe da dire se non stessimo vivendo la sua penosa eclissi. Che culmina nell'affondo finale: è il momento di una politica capace di sostenere un sistema di tasse più progressivo, "che colpisca la ricchezza". Scrive proprio così, Mazzucato: "che colpisca la ricchezza". Una bestemmia in chiesa, per una sinistra che i ricchi li ha inseguiti e vezzeggiati, dimenticandosi dei poveri e degli ultimi.