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Europa, la nebbia che copre la memoria

Come si è giunti alla crisi attuale della Ue? Bisogna riflettere sulle sue radici di lungo periodo. Forse non è tardi per frenare le derive
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Come si è giunti alla crisi attuale dell'Unione europea? E quale Europa progettare per il futuro, come ridare forza a un sogno che sembra svanire? Domande centrali, ovviamente, ma troppo spesso assenti nel dibattito politico delle forze riformatrici. Come se fosse possibile contrastare le derive con le affermazioni di principio o addebitare ogni problema all'impatto dell'immigrazione (a lungo sottovalutato) o alla crisi finanziaria del 2008 (oltretutto senza interrogarsi su come ripensare, dopo di essa, una ripresa economica credibile e un welfare ancor più equo e solidale).

In realtà è necessario riflettere a fondo sulle radici di lungo periodo della crisi che stiamo vivendo: sul progressivo e accelerato incrinarsi cioè di una idea-forza che per decenni era sembrata vincente e convincente, ulteriormente rafforzata dal crollo del comunismo. Occorre interrogarsi ad esempio sulle modalità e sul "volontarismo ottimista" con…
Come si è giunti alla crisi attuale dell'Unione europea? E quale Europa progettare per il futuro, come ridare forza a un sogno che sembra svanire? Domande centrali, ovviamente, ma troppo spesso assenti nel dibattito politico delle forze riformatrici. Come se fosse possibile contrastare le derive con le affermazioni di principio o addebitare ogni problema all'impatto dell'immigrazione (a lungo sottovalutato) o alla crisi finanziaria del 2008 (oltretutto senza interrogarsi su come ripensare, dopo di essa, una ripresa economica credibile e un welfare ancor più equo e solidale).

In realtà è necessario riflettere a fondo sulle radici di lungo periodo della crisi che stiamo vivendo: sul progressivo e accelerato incrinarsi cioè di una idea-forza che per decenni era sembrata vincente e convincente, ulteriormente rafforzata dal crollo del comunismo. Occorre interrogarsi ad esempio sulle modalità e sul "volontarismo ottimista" con cui fu attuato l'allargamento del 2004, che veniva a includere le realtà molto differenti dei Paesi ex comunisti (spesso privi anche in precedenza di una vera esperienza democratica).

Ci si può chiedere inoltre con Ivan Krastev se "l'imitazione dell'Occidente" di fatto percorsa fosse l'unica via possibile: in questo quadro sarà possibile comprendere meglio anche la parabola apparentemente paradossale del "gruppo di Visegrad", nato nel 1991 non contro l'Europa ma - tutt'al contrario - per favorire un ingresso coordinato in essa (e promosso allora da leader come Vaclav Havel e Lech Walesa). Occorrerà ritornare anche sui primi scricchiolii che si avvertirono nei Paesi occidentali, culminati nel 2005 nei pronunciamenti referendari della Francia e dell'Olanda contro la Costituzione europea.

Perché a quei segnali non si seppe rispondere adeguatamente? Senza misurarsi davvero con questi nodi è difficile opporre un progetto convincente all'ondata dei sovranismi e dei populismi illiberali, o anche solo orientarsi fra le differenti ipotesi per il futuro: a partire da quella, da sempre ricorrente, di "due velocità" nel rafforzare ulteriormente l'integrazione. Ci si dovrebbe misurare poi con un limite di fondo, concordemente riconosciuto, del processo di unificazione che si è svolto sin qui: il privilegiamento cioè dei versanti economici, in una concezione prevalentemente "utilitaristica" di esso.

E perché alla costruzione istituzionale non hanno corrisposto processi profondi di comunicazione culturale, confronti diffusi e continui fra storie e memorie differenti? Perché insomma non ha iniziato a prender corpo una reale "collettività europea"?

Su questo terreno le responsabilità della cultura sono altrettanto gravi di quelle della politica, e poco dopo l'allargamento del 2004 Peter Schneider si chiedeva, su queste pagine: vi è a Ovest la volontà culturale e politica di "realizzare realmente la riunificazione"? Non sembra davvero, aggiungeva: non viviamo affatto "un clima comparabile al grande e fecondo scambio di idee del dopoguerra democratico dell'Europa occidentale, che unì e animò intellettuali tedeschi e francesi, inglesi e italiani". Eppure il totalitarismo comunista aveva segnato profondamente l'Est europeo, nella sostanziale insensibilità dell'Occidente: "la Memoria divisa dell'Europa è dunque un problema centrale" ma "su di essa e sulle sue conseguenze manca un dialogo. Ecco perché rimane in piedi una sorta di Cortina di ferro senza il comunismo".

Parole inascoltate, e cresce oggi il timore che sia ormai tardi per frenare le derive. Forse non è così, ma i tempi per invertire la tendenza sono sempre più stringenti.