Gli esponenti del Movimento 5 Stelle sono soliti citare il contratto di governo con la Lega con la stessa cieca fiducia con cui i maoisti compulsavano il libretto rosso del rivoluzionario cinese convinti di trovarvi una risposta "scientifica" a qualunque quesito posto dalla realtà, dall'agricoltura all'economia al costume e naturalmente alla politica. Di tutti i secolari tentativi di mettere le braghe al mondo, il contratto gialloverde - nella sincera interpretazione che ne danno i grillini - è nel suo piccolo uno dei più metafisici: se una cosa è nel contratto, esiste; se non è nel contratto, non esiste. Dunque non può avere risposta.
Cesellato in molte sue parti apposta per lasciare in sospeso i temi più divisivi tra Lega e Movimento, il contratto tace oppure parla come la sibilla cumana, lasciando che ogni orecchio ascolti solo ciò che vuol sentirsi dire. Il dibattito sulle grandi opere e sulle esigenze stru…
Cesellato in molte sue parti apposta per lasciare in sospeso i temi più divisivi tra Lega e Movimento, il contratto tace oppure parla come la sibilla cumana, lasciando che ogni orecchio ascolti solo ciò che vuol sentirsi dire. Il dibattito sulle grandi opere e sulle esigenze stru…
Gli esponenti del Movimento 5 Stelle sono soliti citare il contratto di governo con la Lega con la stessa cieca fiducia con cui i maoisti compulsavano il libretto rosso del rivoluzionario cinese convinti di trovarvi una risposta "scientifica" a qualunque quesito posto dalla realtà, dall'agricoltura all'economia al costume e naturalmente alla politica. Di tutti i secolari tentativi di mettere le braghe al mondo, il contratto gialloverde - nella sincera interpretazione che ne danno i grillini - è nel suo piccolo uno dei più metafisici: se una cosa è nel contratto, esiste; se non è nel contratto, non esiste. Dunque non può avere risposta.
Cesellato in molte sue parti apposta per lasciare in sospeso i temi più divisivi tra Lega e Movimento, il contratto tace oppure parla come la sibilla cumana, lasciando che ogni orecchio ascolti solo ciò che vuol sentirsi dire. Il dibattito sulle grandi opere e sulle esigenze strutturali del Paese ne è l'esempio più limpido. Per i leghisti serve la Tav, è d'obbligo il Tap, urgenti gli inceneritori per tenere a bada l'emergenza rifiuti. Per il M5S tutto il contrario (ma sul gasdotto ha già dovuto cedere). Dirimere queste controversie aggrappandosi alle virgole del contratto è ovviamente impossibile.
Il pragmatismo dell'accordo scritto - spacciato al momento delle firme per concreta politica del fare - si scontra con i bernoccoli ideologici non spianati e non spianabili. Non basta a leghisti e 5stelle il comune afflato populista e nemmeno il sempre potente collante del potere per tenere insieme un'agenda di governo se le identità politiche muovono da poli distanti e spesso opposti: industrialisti gli uni e suggestionati dalla decrescita gli altri, a trazione settentrionale i primi e meridionale i secondi, vocazione produttivista da una parte e istinto pauperista dall'altra.
"Le cose cambiano", dice Matteo Salvini per prendere le distanze dal totem del contratto, fingendo di accorgersi solo ora delle reticenze che contiene e dei rischi di immobilismo che produce. Non è stata una sua idea, del resto. Non era al leader della Lega che premeva dissimulare una classica alleanza dietro la presunta neutralità di un atto notarile. Quello era e resta un problema solo del M5S, che per anni ha bollato come inciucio ogni intesa parlamentare negando la disponibilità ad accordarsi con altre forze.
Poi c'è stato il 4 marzo. Nella neo-lingua del Movimento, quella che pretende di trasformare i condoni edilizi in aiuti ai terremotati e i condoni sulle tasse in pace fiscale, il contratto è la più vistosa delle imposture ("Quella con la Lega non è un'alleanza, è un contratto"), ma anche il più potente dei meccanismi di ritorno alla realtà e alla politica. Permette forse persino ai grillini - teorici del superamento di ogni distinzione ideologica - di comprendere che un Paese non si governa con un rogito. Salvini, questo lo sapeva bene. Ma a lui non serviva un notaio. Serviva solo un taxi per Palazzo Chigi. E il Movimento 5 Stelle ce lo ha portato in carrozza e livrea.
Cesellato in molte sue parti apposta per lasciare in sospeso i temi più divisivi tra Lega e Movimento, il contratto tace oppure parla come la sibilla cumana, lasciando che ogni orecchio ascolti solo ciò che vuol sentirsi dire. Il dibattito sulle grandi opere e sulle esigenze strutturali del Paese ne è l'esempio più limpido. Per i leghisti serve la Tav, è d'obbligo il Tap, urgenti gli inceneritori per tenere a bada l'emergenza rifiuti. Per il M5S tutto il contrario (ma sul gasdotto ha già dovuto cedere). Dirimere queste controversie aggrappandosi alle virgole del contratto è ovviamente impossibile.
Il pragmatismo dell'accordo scritto - spacciato al momento delle firme per concreta politica del fare - si scontra con i bernoccoli ideologici non spianati e non spianabili. Non basta a leghisti e 5stelle il comune afflato populista e nemmeno il sempre potente collante del potere per tenere insieme un'agenda di governo se le identità politiche muovono da poli distanti e spesso opposti: industrialisti gli uni e suggestionati dalla decrescita gli altri, a trazione settentrionale i primi e meridionale i secondi, vocazione produttivista da una parte e istinto pauperista dall'altra.
"Le cose cambiano", dice Matteo Salvini per prendere le distanze dal totem del contratto, fingendo di accorgersi solo ora delle reticenze che contiene e dei rischi di immobilismo che produce. Non è stata una sua idea, del resto. Non era al leader della Lega che premeva dissimulare una classica alleanza dietro la presunta neutralità di un atto notarile. Quello era e resta un problema solo del M5S, che per anni ha bollato come inciucio ogni intesa parlamentare negando la disponibilità ad accordarsi con altre forze.
Poi c'è stato il 4 marzo. Nella neo-lingua del Movimento, quella che pretende di trasformare i condoni edilizi in aiuti ai terremotati e i condoni sulle tasse in pace fiscale, il contratto è la più vistosa delle imposture ("Quella con la Lega non è un'alleanza, è un contratto"), ma anche il più potente dei meccanismi di ritorno alla realtà e alla politica. Permette forse persino ai grillini - teorici del superamento di ogni distinzione ideologica - di comprendere che un Paese non si governa con un rogito. Salvini, questo lo sapeva bene. Ma a lui non serviva un notaio. Serviva solo un taxi per Palazzo Chigi. E il Movimento 5 Stelle ce lo ha portato in carrozza e livrea.