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L’anno zero del welfare

I fondi previsti per il reddito di cittadinanza sono tanti, ma chi ne avrà diritto e a quali condizioni? C'è spazio a chi è ostile e la ritiene una misura assistenzialistica
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Il timore che si torni all'anno zero nelle politiche di contrasto alla povertà non è infondato. Benché questo governo abbia stanziato per il sostegno ai poveri una entità di fondi di tutto rispetto, le incertezze su a che cosa debba servire il reddito di cittadinanza, chi ne avrà diritto e a quali condizioni, lasciano ampio spazio a chi - a destra come a sinistra, dentro e fuori il governo - è ostile a qualsiasi misura definita negativamente come assistenzialistica.

Spacciare il reddito di cittadinanza per una politica attiva del lavoro sicuramente non creerà nuova occupazione. Né potranno crearla centri per l'impiego pur doverosamente riformati. Se non c'è domanda di lavoro sufficiente e adeguatamente compensata, non basterà neppure offrire formazione ai beneficiari. Il massiccio esodo dal Mezzogiorno di giovani con buona formazione denunciato ormai da almeno due anni dai rapporti Svimez è testi…
Il timore che si torni all'anno zero nelle politiche di contrasto alla povertà non è infondato. Benché questo governo abbia stanziato per il sostegno ai poveri una entità di fondi di tutto rispetto, le incertezze su a che cosa debba servire il reddito di cittadinanza, chi ne avrà diritto e a quali condizioni, lasciano ampio spazio a chi - a destra come a sinistra, dentro e fuori il governo - è ostile a qualsiasi misura definita negativamente come assistenzialistica.

Spacciare il reddito di cittadinanza per una politica attiva del lavoro sicuramente non creerà nuova occupazione. Né potranno crearla centri per l'impiego pur doverosamente riformati. Se non c'è domanda di lavoro sufficiente e adeguatamente compensata, non basterà neppure offrire formazione ai beneficiari. Il massiccio esodo dal Mezzogiorno di giovani con buona formazione denunciato ormai da almeno due anni dai rapporti Svimez è testimonianza eclatante di come, senza domanda di lavoro, non c'è qualità dell'offerta che tenga. Figuriamoci quando la formazione è scarsa e/o esistono vincoli di vario tipo alla partecipazione al mercato del lavoro. Ciò non significa che non bisogna fare nulla e neppure rassegnarsi a fare un semplice trasferimento monetario a chi si trova in povertà.

Occorre sicuramente sostenere nella ricerca del lavoro e nel miglioramento della propria formazione chi ne è in grado. Ma occorre anche fare fronte a bisogni spesso complessi, che riguardano chi è in età da lavoro, ma anche minori. Non dimentichiamo che in Italia la povertà è fortemente concentrata tra i minori e le famiglie con minori e che vi è una forte sovrapposizione tra la geografia della povertà, carenze nello sviluppo cognitivo, salute. E che le regioni, ma anche le periferie del centro-nord, più povere sono anche quelle meno dotate di infrastrutture di ogni tipo.

È comprensibile il desiderio del M5S di segnare una discontinuità dai governi precedenti, rivendicando un legittimo diritto di primogenitura. Ma possono farlo senza buttare a mare quel poco, ma importante sul piano della messa a punto di strumenti, che è stato fatto per arrivare al Rei, il reddito di inclusione: una misura di contrasto alla povertà integrata - reddito e servizi - gestita dai Comuni (salvo che per l'erogazione, gestita dall'Inps), che coinvolge, accanto ai centri per l'impiego, diversi attori pubblici e privati: oltre al Comune, soggetti del terzo settore, scuola, associazioni imprenditoriali.

Include anche la disponibilità a cercare e accettare un lavoro congruente con le proprie capacità. Interrompere questo non facile lavoro di costruzione di sinergie cooperative sarebbe davvero uno spreco che non possiamo permetterci. È già successo una volta, quando la sperimentazione del Reddito minimo di inserimento avviata nel 1998 venne cancellata da una nuova maggioranza, rimandando per altri 18 anni la questione. Inventare un nuovo strumento concettualmente confuso, basato su una identificazione della soglia di povertà (780 euro) più alta non solo della povertà assoluta, ma anche di quella relativa per una persona sola (651 euro nel 2017), e su strumenti di accertamento e valutazione della situazione economica di dubbia validità, rischia di condannarlo in partenza.

Se facessero diventare il Rei davvero una misura universale per tutti i poveri assoluti, il governo e i M5S potrebbero con buone ragioni chiamarlo reddito di cittadinanza: non perché esteso a tutti i cittadini, ma perché riconoscerebbe a tutti i poveri assoluti legalmente residenti nel nostro Paese il diritto a soddisfare i propri bisogni essenziali e a essere aiutati, se necessario, a migliorare le proprie capacità e competenze. Il grande problema del Rei, infatti, è il forte sotto-finanziamento, che consente di coprire solo un terzo delle persone interessate, senza neppure colmare la distanza dalla soglia della povertà assoluta.