Se Facebook decide da solo
Guido Scorza , di GUIDO SCORZAI giganti del web creano in autonomia le regole sui contenuti pubblicabili online. Così gli Stati abdicano alle proprie funzioni, consentendo alle piattaforme di affermare la propria autarchia e indipendenza
Nei giorni scorsi, Mark Zuckerberg ha messo nero su bianco i suoi progetti in merito alla governance e all'enforcement sui contenuti che i circa 2,5 miliardi di utenti pubblicano su Facebook. La roadmap è questa: continuare a investire nei community standard - le regole che stabiliscono quali contenuti possono essere pubblicati - , nell'intelligenza artificiale come strumento di identificazione e rimozione dei contenuti incompatibili con tali standard e nell'esercito di circa 30 mila persone nel mondo che, già oggi, lavorano per "mantenere pulito" il social network.
Le novità attese per il 2019 sono il rafforzamento degli strumenti di appello avverso le decisioni sulla rimozione dei contenuti assunte dai giudici robot e umani e la costituzione di un comitato di super esperti indipendenti che dovrebbe essere chiamato a fungere da "Corte Suprema" e a pronunciarsi sulle questioni più complesse. Le intenzioni probabilmente sono …
Le novità attese per il 2019 sono il rafforzamento degli strumenti di appello avverso le decisioni sulla rimozione dei contenuti assunte dai giudici robot e umani e la costituzione di un comitato di super esperti indipendenti che dovrebbe essere chiamato a fungere da "Corte Suprema" e a pronunciarsi sulle questioni più complesse. Le intenzioni probabilmente sono …
Nei giorni scorsi, Mark Zuckerberg ha messo nero su bianco i suoi progetti in merito alla governance e all'enforcement sui contenuti che i circa 2,5 miliardi di utenti pubblicano su Facebook. La roadmap è questa: continuare a investire nei community standard - le regole che stabiliscono quali contenuti possono essere pubblicati - , nell'intelligenza artificiale come strumento di identificazione e rimozione dei contenuti incompatibili con tali standard e nell'esercito di circa 30 mila persone nel mondo che, già oggi, lavorano per "mantenere pulito" il social network.
Le novità attese per il 2019 sono il rafforzamento degli strumenti di appello avverso le decisioni sulla rimozione dei contenuti assunte dai giudici robot e umani e la costituzione di un comitato di super esperti indipendenti che dovrebbe essere chiamato a fungere da "Corte Suprema" e a pronunciarsi sulle questioni più complesse. Le intenzioni probabilmente sono buone e sono - va detto subito, perché far salire Zuckerberg da solo sul banco degli imputati è politicamente e storicamente scorretto - la più ovvia conseguenza dell'assedio politico, mediatico e giudiziario che Facebook sta subendo.
Le conseguenze rischiano, tuttavia, di essere democraticamente insostenibili perché il post pubblicato nei giorni scorsi dal patron di Facebook ha il Dna di una dichiarazione di indipendenza - sebbene ancora allo stato embrionale - della piattaforma dagli Stati ai quali appartengono gli utenti. In una stagione dell'umanità che chiamiamo società dell'informazione, la condivisione dei contenuti e delle informazioni rappresenta una parte determinate della vita dei cittadini e costituisce la più naturale forma di esercizio dei nostri diritti fondamentali.
Se le regole che stabiliscono quali contenuti possono essere scambiati sono autonomamente definite da una corporation e se la stessa corporation gestisce un "sistema giudiziario" in piena regola, il ruolo dei nostri Stati, delle nostre leggi e dei nostri giudici è destinato a divenire marginale, consentendo alla piattaforma di affermare la propria autarchia e indipendenza. E non vale a fugare questo fosco presagio la circostanza che sul finire del suo post, Zuckerberg non dimentichi di ricordare che "alla fine i servizi devono rispettare le leggi locali" perché l'ambito di applicazione che il fondatore di Facebook sembra ipotizzare per tali leggi è residuale, quasi sussidiario.
Quella che il social network di Zuckerberg sta percorrendo è una strada sbagliata, benché si tratti della strada che i Governi di mezzo mondo gli stanno chiedendo di imboccare abdicando, in maniera democraticamente suicida, alle proprie funzioni, ai propri poteri ma, soprattutto, alle proprie responsabilità nei confronti dei cittadini. Stiamo applicando uno dei principi anti-democratici per antonomasia: il fine giustifica i mezzi.
Giacché, oggi, non esiste tribunale al mondo capace di valutare, in tempo quasi reale, la legittimità della pubblicazione online di milioni di contenuti, si preferisce lasciare a Facebook il compito di farlo, attraverso i propri "giudici", i propri algoritmi, le proprie regole e, domani, i propri esperti indipendenti. L'approccio degli Stati e di Facebook - e delle altre grandi piattaforme - davanti al problema planetario del governo dei contenuti diffusi online dovrebbe essere un altro.
Ai giganti del web dovrebbe essere chiesto di applicare le regole che da secoli governano l'informazione nella comunità globale e di porre le proprie competenze, i propri robot e, eventualmente, anche parte delle proprie enormi risorse finanziarie a disposizione di giudici e autorità nazionali perché dispongano dei mezzi necessari a confrontarsi con tutte le patologie dell'informazione globale. Quando un soggetto privato dichiara di voler difendere le libertà di miliardi di cittadini e di centinaia di Stati al posto dei parlamenti, dei governi e dei giudici - a prescindere dalla buona fede - è un segnale, un campanello di allarme che non dovrebbe essere ignorato.
Le novità attese per il 2019 sono il rafforzamento degli strumenti di appello avverso le decisioni sulla rimozione dei contenuti assunte dai giudici robot e umani e la costituzione di un comitato di super esperti indipendenti che dovrebbe essere chiamato a fungere da "Corte Suprema" e a pronunciarsi sulle questioni più complesse. Le intenzioni probabilmente sono buone e sono - va detto subito, perché far salire Zuckerberg da solo sul banco degli imputati è politicamente e storicamente scorretto - la più ovvia conseguenza dell'assedio politico, mediatico e giudiziario che Facebook sta subendo.
Le conseguenze rischiano, tuttavia, di essere democraticamente insostenibili perché il post pubblicato nei giorni scorsi dal patron di Facebook ha il Dna di una dichiarazione di indipendenza - sebbene ancora allo stato embrionale - della piattaforma dagli Stati ai quali appartengono gli utenti. In una stagione dell'umanità che chiamiamo società dell'informazione, la condivisione dei contenuti e delle informazioni rappresenta una parte determinate della vita dei cittadini e costituisce la più naturale forma di esercizio dei nostri diritti fondamentali.
Se le regole che stabiliscono quali contenuti possono essere scambiati sono autonomamente definite da una corporation e se la stessa corporation gestisce un "sistema giudiziario" in piena regola, il ruolo dei nostri Stati, delle nostre leggi e dei nostri giudici è destinato a divenire marginale, consentendo alla piattaforma di affermare la propria autarchia e indipendenza. E non vale a fugare questo fosco presagio la circostanza che sul finire del suo post, Zuckerberg non dimentichi di ricordare che "alla fine i servizi devono rispettare le leggi locali" perché l'ambito di applicazione che il fondatore di Facebook sembra ipotizzare per tali leggi è residuale, quasi sussidiario.
Quella che il social network di Zuckerberg sta percorrendo è una strada sbagliata, benché si tratti della strada che i Governi di mezzo mondo gli stanno chiedendo di imboccare abdicando, in maniera democraticamente suicida, alle proprie funzioni, ai propri poteri ma, soprattutto, alle proprie responsabilità nei confronti dei cittadini. Stiamo applicando uno dei principi anti-democratici per antonomasia: il fine giustifica i mezzi.
Giacché, oggi, non esiste tribunale al mondo capace di valutare, in tempo quasi reale, la legittimità della pubblicazione online di milioni di contenuti, si preferisce lasciare a Facebook il compito di farlo, attraverso i propri "giudici", i propri algoritmi, le proprie regole e, domani, i propri esperti indipendenti. L'approccio degli Stati e di Facebook - e delle altre grandi piattaforme - davanti al problema planetario del governo dei contenuti diffusi online dovrebbe essere un altro.
Ai giganti del web dovrebbe essere chiesto di applicare le regole che da secoli governano l'informazione nella comunità globale e di porre le proprie competenze, i propri robot e, eventualmente, anche parte delle proprie enormi risorse finanziarie a disposizione di giudici e autorità nazionali perché dispongano dei mezzi necessari a confrontarsi con tutte le patologie dell'informazione globale. Quando un soggetto privato dichiara di voler difendere le libertà di miliardi di cittadini e di centinaia di Stati al posto dei parlamenti, dei governi e dei giudici - a prescindere dalla buona fede - è un segnale, un campanello di allarme che non dovrebbe essere ignorato.