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Donne migranti di professione invisibili

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Fanno notizia quando partoriscono in mare o annegano coi loro bambini oppure se vittime di tratta. Ma è quella ordinaria la peggiore delle condizioni
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Le due bambine sono ancora in Africa. Questo rispondo ai lettori del mio libro Io sono con te. So di deluderli, e che vorrebbero una risposta diversa. Se la storia che ho scritto fosse un romanzo, mi chiederei se non ho sbagliato il finale. Ma non lo è, e devo la verità nuda dei fatti a chi ha letto la Storia di Brigitte, e anche a chi mai la leggerà. Il destino di queste figlie perdute, ritrovate e poi di nuovo perdute, dice molto anche della loro madre, e di noi. Perché le donne rappresentano una minoranza poco appariscente del popolo di richiedenti asilo e rifugiati che negli ultimi anni occupa, per ragioni diverse, la politica e la cronaca. Sono invece (nel 2017) il 16 per cento dei primi e il 25 per cento dei secondi. Ma le donne fanno notizia solo quando partoriscono in mare, o annegano coi loro bambini, oppure, suscitando però poca empatia, quando sono vittime di tratta - quando rivelano cioè una fragilità "biologica". …
Le due bambine sono ancora in Africa. Questo rispondo ai lettori del mio libro Io sono con te. So di deluderli, e che vorrebbero una risposta diversa. Se la storia che ho scritto fosse un romanzo, mi chiederei se non ho sbagliato il finale. Ma non lo è, e devo la verità nuda dei fatti a chi ha letto la Storia di Brigitte, e anche a chi mai la leggerà. Il destino di queste figlie perdute, ritrovate e poi di nuovo perdute, dice molto anche della loro madre, e di noi. Perché le donne rappresentano una minoranza poco appariscente del popolo di richiedenti asilo e rifugiati che negli ultimi anni occupa, per ragioni diverse, la politica e la cronaca. Sono invece (nel 2017) il 16 per cento dei primi e il 25 per cento dei secondi. Ma le donne fanno notizia solo quando partoriscono in mare, o annegano coi loro bambini, oppure, suscitando però poca empatia, quando sono vittime di tratta - quando rivelano cioè una fragilità "biologica". Altrimenti il discorso pubblico le ignora. Negli anni del #MeToo, in cui le donne americane ed europee rivendicano clamorosamente rispetto e diritto, è un silenzio che grida.

Moltissime richiedenti asilo provengono dall'Africa. Sono state quasi sempre vittime di violenza di genere - nel loro paese per stupro politico, etnico o domestico, durante il viaggio a opera dei trafficanti. La prima lacerazione dell'espatrio si è consumata nel loro corpo. Anche la seconda. Molte hanno figli. Bambini lasciati indietro, a parenti, amiche, conoscenti. Non abbandonati, come la nostra mentalità tenderebbe a ritenere, ma affidati. Bambini remoti, ma sempre presenti nei pensieri e nelle intenzioni. Il sogno di tutte è il ricongiungimento. Può realizzarsi legalmente, se la madre ottiene lo status di rifugiata. Ma questa deve dimostrare di possedere un reddito e un'abitazione decente. Cioè deve trovare un lavoro e una casa. Conquista difficile già per un'italiana, perché affidata più alle relazioni familiari e sociali che alle sue risorse o alle sue competenze: per una rifugiata che spesso non ha né le une né le altre si rivela spesso una chimera. Inoltre un lavoro vero non può trovarsi senza la conoscenza della lingua. Non una lingua di sopravvivenza ma che permetta di comprendere un ordine o di darlo, interagire coi colleghi e datori di lavoro... Sembra un'impresa alla portata di chi già parla, spesso, almeno tre lingue (l'Africa ha più lingue che paesi e la scolarizzazione avviene in inglese o in francese). Invece non lo è. Non si impara davvero l'italiano frequentando una scuola qualche ora per un anno, senza parlare mai coi nativi. E chi a scuola non c'è mai andato, non ha imparato a imparare studiando.

La lingua si erge come un muro fra la donna e i suoi progetti. Mut(ilat)a, può trovare un lavoro pagato all'ora meno di un biglietto giornaliero per circolare sui mezzi pubblici di una grande città. La sua menomazione la rende inerme. La schiavitù che l'aspetta è diversa da quella, spesso letterale, da cui è fuggita. Ma non è meno vischiosa. Non parla, non ha quasi mai una professione. Molte si definiscono "commerciante", perché in Africa ognuno, ambulando, può essere il negozio di se stesso. Non sa fare nulla, apparentemente, e ciò che sa fare comunque qui non serve. Nelle famiglie trova difficoltà a essere impiegata come baby-sitter o badante (gli unici lavori di cui c'è davvero inesauribile richiesta nel gerontocomio, tiranneggiato dai radi pargoli, che è l'Italia di oggi), perché i bambini e i vecchi gli italiani preferiscono non affidarli a un'africana. Non è il colore della pelle il discrimine (le nere di altre zone del mondo sono apprezzate), ma il colore del continente. Restano le pulizie - negli alberghi, negli uffici, nei ristoranti. Ma pure qui esse sono l'ultima risorsa, perché l'aggettivo "nero" è comunque uno dei sinonimi di sporcizia e la memoria della lingua opera, anche involontariamente.

Tuttavia le più intraprendenti, le più forti psichicamente oltre che fisicamente, alla fine ce la fanno. Dopo un lungo periodo di adattamento, che può durare anni, trovano il proprio posto in un paese che nemmeno hanno scelto, ma in cui sono capitate per via della geografia, dei trattati europei, del caso. Le altre galleggiano, tra carità e indigenza.

Questa, volenterosa e feroce, è l'Italia che ha accolto Brigitte - e migliaia di donne come lei - e non è ancora riuscita ad assorbirla. Ed è per questo che le bambine sono ancora in Africa. Molti paesi della Ue hanno inasprito la politica dei ricongiungimenti: l'Italia si è adeguata senza neppure doverlo formalizzare. Lavoro e maternità sono il comune ostacolo del femminile: questa la sorellanza mesta delle rifugiate nere e delle italiane bianche.