Dolce, Gabbana e la Cina, quelle scuse imposte dal potere dell’economia
Vittorio Zucconi , di VITTORIO ZUCCONILa chiave del commercio planetario ha aperto le porte del rispetto per le culture altrui che le armi avevano chiuso. Il boicottaggio di un cliente può essere più micidiale di una baionetta
Leggermente meno tragica della "apologia" di Socrate che non servì a salvargli la vita ad Atene e molto meno complicata della discesa di Enrico IV imperatore a Canossa per chiedere perdono a Gregorio Papa, la scusa di Dolce e Gabbana ai cinesi apre un nuovo capitolo nella ultramillenaria storia delle autodifese per evitare danni o guerre: risparmiarsi la vendetta letale dell'e-commerce e degli shopping center. Non ci sono papato, forza armata, Stato che possano conoscere furia e devastare come la folla anonima dei consumatori colpiti, come nel caso dei cinesi, dall'apparente dileggio etnico.
Nei loro due minuti di apologies, di scuse offerte ai cinesi d'Asia e nel mondo, Dolce e Gabbana vestiti quasi in saio da penitente in un'ambientazione cupa e dolente, percorrono tutti i tracciati dell'umiliazione pubblica, citando l'immancabile educazione al rispetto di tutte le culture appresa dai genitori e la promessa di non farlo più, come bamb…
Nei loro due minuti di apologies, di scuse offerte ai cinesi d'Asia e nel mondo, Dolce e Gabbana vestiti quasi in saio da penitente in un'ambientazione cupa e dolente, percorrono tutti i tracciati dell'umiliazione pubblica, citando l'immancabile educazione al rispetto di tutte le culture appresa dai genitori e la promessa di non farlo più, come bamb…
Leggermente meno tragica della "apologia" di Socrate che non servì a salvargli la vita ad Atene e molto meno complicata della discesa di Enrico IV imperatore a Canossa per chiedere perdono a Gregorio Papa, la scusa di Dolce e Gabbana ai cinesi apre un nuovo capitolo nella ultramillenaria storia delle autodifese per evitare danni o guerre: risparmiarsi la vendetta letale dell'e-commerce e degli shopping center. Non ci sono papato, forza armata, Stato che possano conoscere furia e devastare come la folla anonima dei consumatori colpiti, come nel caso dei cinesi, dall'apparente dileggio etnico.
Nei loro due minuti di apologies, di scuse offerte ai cinesi d'Asia e nel mondo, Dolce e Gabbana vestiti quasi in saio da penitente in un'ambientazione cupa e dolente, percorrono tutti i tracciati dell'umiliazione pubblica, citando l'immancabile educazione al rispetto di tutte le culture appresa dai genitori e la promessa di non farlo più, come bambini sorpresi a rubare le caramelle, affermando l'amore incondizionato per la Cina. Se Enrico IV attraversò le Alpi nell'inverno gelido del 1077 rischiando la vita per salvarsi la corona dalla scomunica, i due grandi feudatari della moda tentano di risparmiarsi la loro porzione del miliardo e mezzo di beni e abiti di lusso che oggi la Repubblica Popolare digerisce.
Poiché niente è più fragile dell'effimero sul quale si regge l'impero globale del lusso e della moda, i due stilisti italiani hanno capito, forse tardi, che ironizzare sui cinesi che tentano di mangiare la pizza con i bastoncini o robusti cannoli, chiedendo se "fossero troppo grossi per loro", con qualche infelice allusione a dimensioni sessuali, aveva colpito la estrema permalosità dei popoli asiatici nei confronti di noi europei, alimentata da secoli di disprezzo verso "i musi gialli". Nessuna etnia, nessuna nazione, accetta indifferentemente di essere ridicolizzata o stereotipata da altri, cosa che pur tutti facciamo attribuendone il torto ad altri. Ma l'ansia di "non perdere la faccia", di "essere rispettati" aumenta vertiginosamente quando ci si addentra in quel continente asiatico che gli imperi coloniali hanno trattato come piantagioni da sfruttare e miniere di braccia.
Dolce e Gabbana, scaricati e ostracizzati in poche ore come fossero divenuti improvvisamente radioattivi, sono stati il piccolo pretesto per scatenare una reazione covata in questi mesi di tensione cinese per il ben più pesante insulto rivolto da Donald Trump, che li racconta come truffatori e bari e minaccia rappresaglie per 500 miliardi di dollari. Poiché da Trump è inutile attendersi scuse, avendo lui stesso chiarito che non sa neppure che cosa significhi chiedere scusa, tocca ai piccoli, agli stilisti di moda, alle case automobilistiche come Mercedes o di elettronica come Apple - entrambe coinvolte in una controversia coi cinesi - inchinarsi.
Nella storia delle scuse celebri, questa dei due italiani occuperà quindi una propria piccola nicchia, spia di una realtà molto più grande, della profonda mancanza di riguardo che i popoli dominanti hanno avuto troppo a lungo per i loro soggetti, mancanza che, 70 anni or sono, costò carissima agli americani convinti che i giapponesi fossero un popolo di ometti con spesse lenti rotonde incapaci di organizzare una macchina militare moderna. Si dovettero scusare, sempre gli americani, con i vietnamiti, che, dopo avere bastonato e cacciato i francesi spezzarono in 14 anni di guerra l'incomparabile potenza Usa, mentre, da Alessandro Magno in poi, nessuno riesce a soggiogare l'Afghanistan.
Ciò che ha offeso, negli spot di Dolce e Gabbana e in quella serie di insulti sparati su Instagram che i due negano di avere scritto essendo stati "hackerati" (la scusa delle scuse contemporanee) è il sottinteso complesso di superiorità che neppure il boom della Cina, del Giappone e della Corea del Sud ha rovesciato. Se la reazione iper nazionalistica dei cinesi sembra eccessiva, per un paio di spot obiettivamente stupidini, è sempre bene ricordare che l'insulto si misura con la sensibilità di chi lo riceve.
La chiave del commercio planetario ha aperto quelle porte del rispetto per le culture altrui che le armi avevano chiuso, perché il boicottaggio di un cliente può essere più micidiale della baionetta del soldato. Non sono più le cancellerie, i diplomatici, i messi imperiali, i viceré a dover ricucire i tessuti strappati dalle offese, ma i mercanti, gli Alibaba, gli e-commerce a lanciare scomuniche come quella di Gregorio VII a Enrico IV e a chiedere pentimenti e umiliazioni. È il Sacro Globale Impero della Rete.
Nei loro due minuti di apologies, di scuse offerte ai cinesi d'Asia e nel mondo, Dolce e Gabbana vestiti quasi in saio da penitente in un'ambientazione cupa e dolente, percorrono tutti i tracciati dell'umiliazione pubblica, citando l'immancabile educazione al rispetto di tutte le culture appresa dai genitori e la promessa di non farlo più, come bambini sorpresi a rubare le caramelle, affermando l'amore incondizionato per la Cina. Se Enrico IV attraversò le Alpi nell'inverno gelido del 1077 rischiando la vita per salvarsi la corona dalla scomunica, i due grandi feudatari della moda tentano di risparmiarsi la loro porzione del miliardo e mezzo di beni e abiti di lusso che oggi la Repubblica Popolare digerisce.
Poiché niente è più fragile dell'effimero sul quale si regge l'impero globale del lusso e della moda, i due stilisti italiani hanno capito, forse tardi, che ironizzare sui cinesi che tentano di mangiare la pizza con i bastoncini o robusti cannoli, chiedendo se "fossero troppo grossi per loro", con qualche infelice allusione a dimensioni sessuali, aveva colpito la estrema permalosità dei popoli asiatici nei confronti di noi europei, alimentata da secoli di disprezzo verso "i musi gialli". Nessuna etnia, nessuna nazione, accetta indifferentemente di essere ridicolizzata o stereotipata da altri, cosa che pur tutti facciamo attribuendone il torto ad altri. Ma l'ansia di "non perdere la faccia", di "essere rispettati" aumenta vertiginosamente quando ci si addentra in quel continente asiatico che gli imperi coloniali hanno trattato come piantagioni da sfruttare e miniere di braccia.
Dolce e Gabbana, scaricati e ostracizzati in poche ore come fossero divenuti improvvisamente radioattivi, sono stati il piccolo pretesto per scatenare una reazione covata in questi mesi di tensione cinese per il ben più pesante insulto rivolto da Donald Trump, che li racconta come truffatori e bari e minaccia rappresaglie per 500 miliardi di dollari. Poiché da Trump è inutile attendersi scuse, avendo lui stesso chiarito che non sa neppure che cosa significhi chiedere scusa, tocca ai piccoli, agli stilisti di moda, alle case automobilistiche come Mercedes o di elettronica come Apple - entrambe coinvolte in una controversia coi cinesi - inchinarsi.
Nella storia delle scuse celebri, questa dei due italiani occuperà quindi una propria piccola nicchia, spia di una realtà molto più grande, della profonda mancanza di riguardo che i popoli dominanti hanno avuto troppo a lungo per i loro soggetti, mancanza che, 70 anni or sono, costò carissima agli americani convinti che i giapponesi fossero un popolo di ometti con spesse lenti rotonde incapaci di organizzare una macchina militare moderna. Si dovettero scusare, sempre gli americani, con i vietnamiti, che, dopo avere bastonato e cacciato i francesi spezzarono in 14 anni di guerra l'incomparabile potenza Usa, mentre, da Alessandro Magno in poi, nessuno riesce a soggiogare l'Afghanistan.
Ciò che ha offeso, negli spot di Dolce e Gabbana e in quella serie di insulti sparati su Instagram che i due negano di avere scritto essendo stati "hackerati" (la scusa delle scuse contemporanee) è il sottinteso complesso di superiorità che neppure il boom della Cina, del Giappone e della Corea del Sud ha rovesciato. Se la reazione iper nazionalistica dei cinesi sembra eccessiva, per un paio di spot obiettivamente stupidini, è sempre bene ricordare che l'insulto si misura con la sensibilità di chi lo riceve.
La chiave del commercio planetario ha aperto quelle porte del rispetto per le culture altrui che le armi avevano chiuso, perché il boicottaggio di un cliente può essere più micidiale della baionetta del soldato. Non sono più le cancellerie, i diplomatici, i messi imperiali, i viceré a dover ricucire i tessuti strappati dalle offese, ma i mercanti, gli Alibaba, gli e-commerce a lanciare scomuniche come quella di Gregorio VII a Enrico IV e a chiedere pentimenti e umiliazioni. È il Sacro Globale Impero della Rete.