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La famiglia Di Maio 

Il contrappasso genitoriale di Di Maio

Di fronte a chi accusa il padre di aver assunto lavoratori in nero, Luigi Di Maio non ha nessun obbligo: le colpe dei padri non ricadono sui figli, anche se con Renzi e Boschi lui non usò lo stesso criterio
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È vero che il padre di Luigi Di Maio pagava in nero i suoi dipendenti, per risparmiare tasse e contributi? Ed è vero che una volta raccomandò a uno di loro, che aveva avuto un incidente sul lavoro, di non fare la denuncia all'Inail per evitare di procurargli guai? Se dobbiamo credere al racconto che un ex dipendente della ditta di famiglia dei Di Maio, Salvatore Pizzo, ha fatto ieri sera davanti alle telecamere delle Iene, dovremmo concludere che Antonio Di Maio, padre del vicepresidente del Consiglio, ha violato almeno due di quelle leggi di cui suo figlio - come ministro del Lavoro - invoca giustamente il più assoluto rispetto.

Naturalmente noi non abbiamo alcun elemento per stabilire se quelle accuse siano fondate oppure no. Ma anche se le cose fossero davvero andate così, la faccenda rappresenterebbe un problema per una sola persona: Di Maio padre. Al quale nessuno si sognerà mai di imputare le colpe politiche del potente figlio, alme…
È vero che il padre di Luigi Di Maio pagava in nero i suoi dipendenti, per risparmiare tasse e contributi? Ed è vero che una volta raccomandò a uno di loro, che aveva avuto un incidente sul lavoro, di non fare la denuncia all'Inail per evitare di procurargli guai? Se dobbiamo credere al racconto che un ex dipendente della ditta di famiglia dei Di Maio, Salvatore Pizzo, ha fatto ieri sera davanti alle telecamere delle Iene, dovremmo concludere che Antonio Di Maio, padre del vicepresidente del Consiglio, ha violato almeno due di quelle leggi di cui suo figlio - come ministro del Lavoro - invoca giustamente il più assoluto rispetto.

Naturalmente noi non abbiamo alcun elemento per stabilire se quelle accuse siano fondate oppure no. Ma anche se le cose fossero davvero andate così, la faccenda rappresenterebbe un problema per una sola persona: Di Maio padre. Al quale nessuno si sognerà mai di imputare le colpe politiche del potente figlio, almeno fino a quando il concepimento non verrà dichiarato reato colposo. E allora, non c'è proprio alcun bisogno che il vicepresidente del Consiglio si affanni a raccontare dei rapporti difficili col genitore e dei lunghi periodi di reciproco silenzio, perché noi non abbiamo mai condiviso la regola biblica del profeta Geremia, secondo la quale "le colpe dei padri ricadono sui figli". Per noi è vero il contrario: ognuno risponde delle sue colpe.

Se lui vorrà, come dice, accertare come andarono le cose e magari aiutare il padre a cavarsi dai guai, ha ovviamente tutto il diritto di farlo. Ma questo rientra semmai nei doveri del figlio, non in quelli dell'uomo politico. Dunque Luigi Di Maio non deve temere di essere messo sulla graticola. Anche perché, per sua fortuna, in politica non vale la legge del contrappasso. E il fatto che lui non abbia esitato ad accusare Renzi di "aver mentito sugli affari di famiglia" appena venne indagato il padre dell'ex premier, o che abbia invocato le immediate dimissioni di Maria Elena Boschi il giorno stesso in cui suo padre venne accusato di bancarotta fraudolenta insieme a tutto il Cda di Banca Etruria, non autorizza nessuno a chiedere oggi le sue dimissioni per le eventuali colpe di suo padre Antonio.

Luigi Di Maio dunque non ha nessun obbligo. Neanche quello di domandarsi se sia eticamente giusto, anche nella più feroce polemica politica, separare le responsabilità dei padri da quelle dei figli. Del resto, nessuno si aspetta davvero che lo faccia.