Bertolucci con i protagonisti di "Io e te" Tea Falco e Jacopo Olmo Antinori (fotogramma)
Niccolò Ammaniti: “Brillante e sicuro, i giovani si affidavano a lui”
Raffaella De Santis
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di RAFFAELLA DE SANTIS
L'autore del romanzo bestseller Io e te ricorda il suo rapporto con Bernardo Bertolucci
Aggiornato alle 2 minuti di lettura
Bernardo Bertolucci raccontava di essersi risvegliato da dieci anni di torpore grazie a un film, Io e te, trasposizione sul grande schermo del romanzo bestseller di Niccolò Ammaniti. È stato l'ultimo suo film, girato quando stava già male. Il regista e lo scrittore si erano conosciuti tempo prima a Londra e tra loro era nata subito un'amicizia andata avanti fino alla fine. "Sono stato fortunato a incontrarlo. La sua lezione andava oltre il cinema, era umana. Anche un bambino stando accanto a Bernardo avrebbe imparato qualcosa", dice Ammaniti, rispondendo al telefono con la voce rotta dal dispiacere.
Che ricordi ha del lavoro insieme?
"Con Francesca Marciano e Umberto Contarello, con i quali ho scritto la sceneggiatura di Io e te, andavamo tutti i giorni a casa sua, in via della Lungara, a Roma. Passavamo ore a discutere. Bernardo suggeriva di inserire delle immagini, dei flash, sembrava un pittore. Per me era la realizzazione di un sogno. A…
Bernardo Bertolucci raccontava di essersi risvegliato da dieci anni di torpore grazie a un film, Io e te, trasposizione sul grande schermo del romanzo bestseller di Niccolò Ammaniti. È stato l'ultimo suo film, girato quando stava già male. Il regista e lo scrittore si erano conosciuti tempo prima a Londra e tra loro era nata subito un'amicizia andata avanti fino alla fine. "Sono stato fortunato a incontrarlo. La sua lezione andava oltre il cinema, era umana. Anche un bambino stando accanto a Bernardo avrebbe imparato qualcosa", dice Ammaniti, rispondendo al telefono con la voce rotta dal dispiacere.
Che ricordi ha del lavoro insieme?
"Con Francesca Marciano e Umberto Contarello, con i quali ho scritto la sceneggiatura di Io e te, andavamo tutti i giorni a casa sua, in via della Lungara, a Roma. Passavamo ore a discutere. Bernardo suggeriva di inserire delle immagini, dei flash, sembrava un pittore. Per me era la realizzazione di un sogno. Anni prima gli avevo fatto leggere Io non ho paura, ma allora era impegnato con un altro film e non se ne era fatto niente".
Bertolucci era già molto malato, come viveva il set?
"Si era fatto costruire la cantina - l'unico luogo in cui è ambientato Io e te - accanto a casa sua. Era costretto a muoversi su quella che chiamava la "sedia elettrica", intendendo che non era solo una sedia a rotelle elettrica ma anche la sedia sulla quale sarebbe morto. Ogni giorno prendeva l'ascensore, scendeva in un garage gigantesco, e spuntava di fronte all'orto botanico. Sul backstage è stato girato un documentario (Sedia elettrica di Monica Strambini, ndr)".
Niccolò Ammaniti Due aggettivi per definire Bertolucci.
"Coraggioso, rivoluzionario. Non aveva paura di affrontare temi scomodi. Non molto tempo fa sono andato alla Casa del Cinema a vedere Ultimo tango a Parigi restaurato. Lui era lì, emozionatissimo, contento. Per fare quel film spericolato aveva avuto l'ardire di andare di persona in America a cercare Marlon Brando".
È vero che aiutava molto i giovani registi?
"Era circondato da una corte di amici. Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, Luca Guadagnino gli facevano vedere sempre i loro lavori. Essendo un uomo sicuro di sé non entrava mai in conflitto, era benevolo, contento di poter dare una mano. Io stesso gli ho mostrato prima della messa in onda la serie tv Il miracolo. Adorava le serie, le vedeva tutte".
Era un giudice severo?
"Più che dare giudizi notava quello che era più vicino alla sua sensibilità. Aveva intuizioni brillanti, poco ortodosse, per questo ha diretto film che sono stati punti di svolta della cultura
del Novecento".
Parlava anche della sua malattia?
"Rispetto alla sofferenza era molto pudico. Durante le nostre cene ogni tanto veniva portato in un'altra stanza e quando riappariva - anche se si capiva che si era sentito poco bene - riprendeva a chiacchierare come se niente fosse. Una delle ultime cose che mi ha detto è: "Niccolò io sono un uomo del Novecento"".
Cosa intendeva dire?
"Credo volesse dire che era un uomo che aveva vissuto le grandi ideologie politiche e culturali del secolo scorso e su quelle aveva costruito le sue narrazioni, da Novecento a The Dreamers, dall'Ultimo imperatore al Piccolo Buddha. Ha spaziato da film piccoli a storie immense. Con lui si estingue la razza dei leoni del cinema italiano".