Se l'Occidente prova a redimere Putin
Enrico Franceschini , di ENRICO FRANCESCHINIÈ pericoloso che i sovranisti siano il suo solo interlocutore. Tra la simpatia che gli mostrano Trump o Salvini e la contrapposizione frontale c'è una via di mezzo: l'engagement, una politica di impegno costruttivo capace di usare bastone e carota.
Un amico di ritorno a Londra da Minsk, in contatto con i vertici locali, riferisce di un forte allarme in Bielorussia per un'invasione, un colpo di stato o una provocazione orchestrati da Mosca. Arrivando in concomitanza con l'incidente militare nel mare di Azov fra Russia e Ucraina, la legge marziale proclamata dal governo di Kiev e le accuse di Putin, l'indiscrezione rilancia lo spettro di un progetto sbandierato già in passato dal Cremlino: ricreare quella "unione slava" tra Russia, Bielorussa e Ucraina che costituiva il nucleo dell'Unione Sovietica. Vladimir Putin ha sempre definito il crollo dell'Urss nel 1991 come "la peggiore tragedia" nella storia del suo paese. Rifondarla com'era, riunificando le sue quindici repubbliche, sarebbe impossibile: le tre del Baltico sono protette dalla Nato, le cinque asiatiche piene di musulmani, le tre del Caucaso una polveriera e la piccola Moldavia è appunto piccola. Ma rifare una Grand…
Un amico di ritorno a Londra da Minsk, in contatto con i vertici locali, riferisce di un forte allarme in Bielorussia per un'invasione, un colpo di stato o una provocazione orchestrati da Mosca. Arrivando in concomitanza con l'incidente militare nel mare di Azov fra Russia e Ucraina, la legge marziale proclamata dal governo di Kiev e le accuse di Putin, l'indiscrezione rilancia lo spettro di un progetto sbandierato già in passato dal Cremlino: ricreare quella "unione slava" tra Russia, Bielorussa e Ucraina che costituiva il nucleo dell'Unione Sovietica. Vladimir Putin ha sempre definito il crollo dell'Urss nel 1991 come "la peggiore tragedia" nella storia del suo paese. Rifondarla com'era, riunificando le sue quindici repubbliche, sarebbe impossibile: le tre del Baltico sono protette dalla Nato, le cinque asiatiche piene di musulmani, le tre del Caucaso una polveriera e la piccola Moldavia è appunto piccola. Ma rifare una Grande Russia, inglobando le due ex-repubbliche sovietiche di matrice slava, come Mosca ha cominciato a fare annettendo la Crimea e occupando l'Ucraina orientale, potrebbe essere un obiettivo concreto del presidente russo. Favorito dal fatto che, con nemici come il presidente bielorusso Lukashenko (un autocrate al potere da un quarto di secolo) e il presidente ucraino Poroshenko (pronto a causare un conflitto Nato-Russia pur di farsi rieleggere), Putin non ha bisogno di amici per perseguire il suo piano nazionalista.
Davanti a uno scenario simile, la diplomazia della Gran Bretagna, in prima linea nella nuova "guerra fredda" con il Cremlino dopo il caso Skripal (l'ex-spia contaminata con il gas nervino), riconosce off-the-record che le sanzioni contro Mosca non hanno funzionato. Potranno avere qualche effetto a lungo termine, ma non incidono sul presente. E allora "che fare", per dirla con il proverbiale interrogativo di Lenin? Un oligarca russo residente nel Regno Unito, Evgenij Lebedev, ha scritto nei giorni scorsi un lungo articolo sull'Independent (quotidiano inglese di sua proprietà, come la Novaja Gazeta a Mosca), per auspicare una politica più amichevole dell'Occidente verso la Russia. Può sembrare paradossale di fronte ai venti di guerra in Ucraina, all'attacco con armi non convenzionali sul suolo britannico, alle interferenze nelle campagne elettorali negli Usa e nella Ue. Gli unici occidentali che oggi sostengono Putin, in effetti, sono i populisti, da Washington a Roma. Ma proprio questo è il punto.
È pericoloso che i sovranisti siano il suo solo interlocutore. Tra la simpatia che gli mostrano Trump (nonostante la decisione di ieri di annullare, a causa delle tensioni con l'Ucraina, il colloquio a margine del G20 a Buenos Aires) o Salvini e la contrapposizione frontale c'è una via di mezzo: l'engagement, una politica di impegno costruttivo capace di usare bastone e carota. Se è stato possibile attuarla quando l'Urss era una "dittatura del proletariato", tanto più dovrebbe essere praticabile nei confronti della Russia d'oggi, in cui esistono innegabili spazi di libertà: certamente più che in Cina, per citare una nazione totalitaria che l'Occidente tratta con rispetto. L'Europa farebbe bene a meditare il giudizio espresso questa estate da Henry Kissinger, l'americano che ha avuto più incontri con il leader russo: "Putin non è Hitler. Putin viene fuori da Dostoevskij". Come ne "I demoni", nei "Fratelli Karamazov" e in "Delitto e castigo", qualcuno deve almeno provare a redimerlo.
Davanti a uno scenario simile, la diplomazia della Gran Bretagna, in prima linea nella nuova "guerra fredda" con il Cremlino dopo il caso Skripal (l'ex-spia contaminata con il gas nervino), riconosce off-the-record che le sanzioni contro Mosca non hanno funzionato. Potranno avere qualche effetto a lungo termine, ma non incidono sul presente. E allora "che fare", per dirla con il proverbiale interrogativo di Lenin? Un oligarca russo residente nel Regno Unito, Evgenij Lebedev, ha scritto nei giorni scorsi un lungo articolo sull'Independent (quotidiano inglese di sua proprietà, come la Novaja Gazeta a Mosca), per auspicare una politica più amichevole dell'Occidente verso la Russia. Può sembrare paradossale di fronte ai venti di guerra in Ucraina, all'attacco con armi non convenzionali sul suolo britannico, alle interferenze nelle campagne elettorali negli Usa e nella Ue. Gli unici occidentali che oggi sostengono Putin, in effetti, sono i populisti, da Washington a Roma. Ma proprio questo è il punto.
È pericoloso che i sovranisti siano il suo solo interlocutore. Tra la simpatia che gli mostrano Trump (nonostante la decisione di ieri di annullare, a causa delle tensioni con l'Ucraina, il colloquio a margine del G20 a Buenos Aires) o Salvini e la contrapposizione frontale c'è una via di mezzo: l'engagement, una politica di impegno costruttivo capace di usare bastone e carota. Se è stato possibile attuarla quando l'Urss era una "dittatura del proletariato", tanto più dovrebbe essere praticabile nei confronti della Russia d'oggi, in cui esistono innegabili spazi di libertà: certamente più che in Cina, per citare una nazione totalitaria che l'Occidente tratta con rispetto. L'Europa farebbe bene a meditare il giudizio espresso questa estate da Henry Kissinger, l'americano che ha avuto più incontri con il leader russo: "Putin non è Hitler. Putin viene fuori da Dostoevskij". Come ne "I demoni", nei "Fratelli Karamazov" e in "Delitto e castigo", qualcuno deve almeno provare a redimerlo.