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Se la mafia ritorna all’antico

Un’operazione di eccellenza investigativa colpisce la nuova Cupola, all'interno della quale ricompaiono segni primitivi, come il bacio sulla bocca tra mafiosi. Si torna al luogo dove tutto era partito, a Palermo, la capitale che comanda sui paesi
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È il ritorno alla “tradizione”. Anche la grammatica del gesto riporta indietro, all’antica. L’incontro e il bacio, “ma senza lingua” sulla bocca fra i due mafiosi. È tutta storia, saga, mito. È la “bella” e vecchia Cosa Nostra che si ripresenta sul palcoscenico. Comincia così l’era del dopo Riina, con segni primitivi ma portatori di “valori”, con un vecchietto che ha superato gli ottant’anni e che si fa garante di tutti o quasi per far dimenticare con «tanta buona gente» la disgraziata gestione dei “viddani”, i contadini che hanno portato alla rovina la più potente organizzazione criminale del mondo occidentale con le bombe e quella scriteriata “mentalità” terroristica.

Torniamo a dove eravamo partiti. Dalla centralità di Palermo, la capitale che comanda sui paesi. È l’atto ufficiale — con il “bollo&rdquo…
È il ritorno alla “tradizione”. Anche la grammatica del gesto riporta indietro, all’antica. L’incontro e il bacio, “ma senza lingua” sulla bocca fra i due mafiosi. È tutta storia, saga, mito. È la “bella” e vecchia Cosa Nostra che si ripresenta sul palcoscenico. Comincia così l’era del dopo Riina, con segni primitivi ma portatori di “valori”, con un vecchietto che ha superato gli ottant’anni e che si fa garante di tutti o quasi per far dimenticare con «tanta buona gente» la disgraziata gestione dei “viddani”, i contadini che hanno portato alla rovina la più potente organizzazione criminale del mondo occidentale con le bombe e quella scriteriata “mentalità” terroristica.

Torniamo a dove eravamo partiti. Dalla centralità di Palermo, la capitale che comanda sui paesi. È l’atto ufficiale — con il “bollo” — della fine dei Corleonesi. Qualcuno dice che è Cupola e qualcuno altro parla di “mezza Cupola” perché a quel famoso summit del 29 maggio del 2018 mancavano i rappresentanti di alcune famiglie mafiose, quella di Brancaccio e soprattutto quella della Piana dei Colli, mandamento che si allunga come un chevingum o come un elastico da piazza Croci per chilometri e chilometri sino a Carini.

Ma c’è un nome, per chi si intende di queste cose, che affiora e fa più sensazione addirittura del disvelamento del nuovo capo designato, quel Settimo Mineo che era finito in un rapporto poliziesco già nel 1974 perché era stato trascinato lì dal primo e sventurato pentito della mafia palermitana, Leonardo “Leuccio” Vitale, il “Valachi” di borgata che i giudici fecero passare per pazzo e poi lo rinchiusero in un manicomonio criminale.
C’è quel nome che più di altri racconta come la mafia si è riappropriata della sua natura, che ha ritrovato se stessa.

È quello di Franco Inzerillo — “ù truttaturi”, il trottarore — fratello di Totuccio ucciso all’inizio della guerra di mafia di quasi quarant’anni fa con i parenti sopravvissuti che chiamavano “gli scappati”, perché costretti a fuggire e ripararsi dai cugini americani di Cherry Hills per salvare la pellaccia. Questo Franco Inzerillo è tornato alla grande nella sua Palermo e l’hanno sorpreso che s’incontrava proprio con Mineo, il boss incaricato di dirigere la baracca. Dire Inzerillo è come dire Gambino, dire Gambino è come dire Castellana, dire Castellana è come dire Spatola, dire Spatola è come dire Di Maggio e dire Di Maggio alla fine è come dire Inzerillo. La “tradizione” di cui parlavamo.

Sarà Cupola o sarà anche mezza Cupola, comunque è un’operazione di eccellenza investigativa che segue, esattamente dieci anni dopo, un’altra inchiesta dei carabinieri che in “diretta” aveva stroncato “prove di governo” tentate dai superstititi delle retate degli Anni Novanta. In un mondo e anche in un’Italia che sembra senza regole, questi “vecchietti” siciliani se le vogliono dare. Una carta scritta con tutte le norme, Mineo che non è il re dei re ma un “portavoce” che deve dare conto a tutte le anime dell’organizzazione. E poi “consigliori”, delegati di famiglia, un ambasciatore per ogni mandamento. Principi di “democrazia” al posto della dittatura di un Totò Riina, che aveva trasformato la Cosa Nostra in una Cosa Sua.

A quali affari erano e sono ancora interessati questi affiliati della nuova mafia siciliana che più vecchia non si può? Droga e gioco d’azzardo. I Mineo e gli Inzerillo e tutti gli altri loro amici sono una mafia che al momento è marginale nell’economia criminale siciliana. Stanno rifondando qualcosa. Ma, al momento, sono ben altri gli “organismi” illegali che dirigono la musica.