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L'Aula della Camera (ansa)

L’ozio abita in Parlamento

Nei primi 100 giorni della legislatura Camera e Senato hanno lavorato 52 ore. Solo due le leggi. Per il caso Cappato non è successo nulla
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Non far nulla è la cosa più difficile del mondo, diceva Oscar Wilde. Ma il Parlamento italiano è il più bravo al mondo in quest'impresa. Nei primi 100 giorni della legislatura è riuscito a lavorare per appena 52 ore, un record. Quanto agli esiti di cotanta fatica, ormai giunti alla vigilia di Natale si rintracciano due sole leggi di matrice parlamentare: quella sui dispositivi nei veicoli per prevenire l'abbandono di bambini (ottobre) e una legge sulla Corte dei conti (novembre). Tutto il resto è conversione di decreti o autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali. Leggi governative, insomma. Come la manovra finanziaria, peraltro approvata dalla Camera sapendo già che il testo verrà riscritto dal Senato. E dunque: quando una Camera fa, l'altra disfa. Sarà per questo che le nostre assemblee parlamentari preferiscono il non fare, per non darsi noia a vicenda.

Si dirà: meglio nessuna legge che …
Non far nulla è la cosa più difficile del mondo, diceva Oscar Wilde. Ma il Parlamento italiano è il più bravo al mondo in quest'impresa. Nei primi 100 giorni della legislatura è riuscito a lavorare per appena 52 ore, un record. Quanto agli esiti di cotanta fatica, ormai giunti alla vigilia di Natale si rintracciano due sole leggi di matrice parlamentare: quella sui dispositivi nei veicoli per prevenire l'abbandono di bambini (ottobre) e una legge sulla Corte dei conti (novembre). Tutto il resto è conversione di decreti o autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali. Leggi governative, insomma. Come la manovra finanziaria, peraltro approvata dalla Camera sapendo già che il testo verrà riscritto dal Senato. E dunque: quando una Camera fa, l'altra disfa. Sarà per questo che le nostre assemblee parlamentari preferiscono il non fare, per non darsi noia a vicenda.

Si dirà: meglio nessuna legge che una cattiva legge. E in passato, è vero, abbiamo fatto indigestione di norme e codicilli, oltretutto vergati con la penna d'oca del burocrate. Però talvolta la legge si rivela urgente per colmare un vuoto, per sopperire a una lacuna di garanzie giuridiche, per rovesciare divieti e restrizioni in contrasto con la Costituzione. Anzi: in questi casi l'intervento legislativo non è solo opportuno, è pure doveroso. Tanto più se a sollecitarlo è la Consulta, ovvero il tribunale delle leggi. E tanto più se l'incostituzionalità tocca i temi etici, che a loro volta toccano le nostre vite, il senso stesso del nostro stare al mondo. Com'è accaduto per il "caso Cappato", c'è ancora qualcuno che se ne rammenta? E lo rammenta il Parlamento, ne ha conoscenza, ne ha memoria?

Eppure i fatti non risalgono alla prima guerra punica, e nemmeno alla seconda. Un anno e mezzo fa - nel febbraio 2017 - dj Fabo, cieco e tetraplegico, scelse il suicidio assistito, per porre fine alle proprie sofferenze. L'ottenne in una clinica svizzera, ma non ci sarebbe mai riuscito senza l'aiuto di Marco Cappato, che lui infatti ringraziò con le sue ultime parole. Dopo di che Cappato fu incriminato per aiuto al suicidio, reato punito dall'articolo 580 del codice penale (da 5 a 12 anni di galera). Ma nel febbraio 2018 la Corte d'assise di Milano rinviò il caso alla Consulta, chiedendole di valutare la legittimità costituzionale del reato. E in ottobre quest'ultima emanò un verdetto senza precedenti: anziché decidere, concesse al Parlamento 10 mesi per decidere in sua vece, rinviando l'udienza al 24 settembre 2019.

Da che deriva l'incostituzionalità del reato in questione? La Consulta ne detta una spiegazione didascalica: se ciascuno ha il diritto di lasciarsi morire interrompendo i trattamenti sanitari, allora è assurdo punire chi l'aiuti a realizzare il suo proposito, con una morte rapida, senza sofferenze. E perché la Corte costituzionale non ha soppresso fin da subito il reato? Per non aprire un vuoto che solo il Parlamento è in grado di colmare: regole sull'accertamento della volontà del paziente; sull'offerta di cure palliative; sul tempo minimo fra la richiesta di suicidio assistito e il suo compimento; sull'eventuale obiezione di coscienza dei medici.

Da qui una non decisione, che si distingue dai moniti rivolti in molti altri casi alle due Camere, per spronarle a legiferare su questa o quell'altra disciplina. Ogni monito, difatti, lascia sopravvivere la legge per un tempo indeterminato, che alla prova dei fatti può rivelarsi molto lungo; stavolta, viceversa, c'è una data di scadenza. Ma soprattutto le sentenze-monito, tecnicamente, dichiarano inammissibile la questione prospettata; dunque il Parlamento non subisce alcun vincolo giuridico, se non il rispetto della collaborazione fra i poteri dello Stato. Ma in questo caso il vincolo c'è, alto come un grattacielo. Tanto più che i regolamenti della Camera (articolo 108) e del Senato (articolo 139) impongono tutte le iniziative conseguenti alle pronunzie rese dal tribunale costituzionale.

Che è successo invece? Nulla di nulla di nulla. Ed è un peccato, anzi un vizio, anzi il padre dei vizi. Ma nel caso di specie l'ozio è altresì un delitto, benché non sia punito dal codice penale. Le vittime? In primo luogo la Consulta, giacché l'inerzia parlamentare ne ferisce, come un coltello, l'autorevolezza. In secondo luogo i cittadini, lasciati inermi dinanzi alle temperie della vita e della morte. E in terzo luogo lo stesso Parlamento, la sua credibilità, il suo prestigio, o quel che ne rimane. Un suicidio autoassistito.