Manovra, dove sbaglia Bruxelles
Andrea Bonanni , di ANDREA BONANNISe, dopo la retromarcia di facciata del governo sul deficit, la Commissione dovesse dare il via libera alla finanziaria, non farebbe un servizio al Paese né alla tenuta dell'euro
Conte e Tria stanno negoziando accanitamente con la Commissione europea per evitare l'apertura di una procedura di infrazione contro la legge di Bilancio italiana. Non è detto che ci riescano. Ma non è neppure detto che, qualora ci riuscissero, il Paese ne trarrebbe vantaggi sul medio e lungo periodo. Quando hanno bocciato la "manovra del popolo" a fine ottobre, i commissari europei hanno spiegato di agire nell'interesse degli italiani "che hanno già 38 mila euro di debito pubblico a testa" e che rischierebbero "di pagare gli errori del governo". Ora però, nonostante la retromarcia dell'esecutivo populista su alcuni miliardi di spesa in deficit, non sembra che le correzioni della finanziaria allo studio possano nella sostanza cambiare il segno di una manovra profondamente sbagliata.
A ottobre la Commissione disse che la finanziaria italiana, con un deficit nominale al 2,4 per cento, avrebbe aumentato il deficit str…
A ottobre la Commissione disse che la finanziaria italiana, con un deficit nominale al 2,4 per cento, avrebbe aumentato il deficit str…
Conte e Tria stanno negoziando accanitamente con la Commissione europea per evitare l'apertura di una procedura di infrazione contro la legge di Bilancio italiana. Non è detto che ci riescano. Ma non è neppure detto che, qualora ci riuscissero, il Paese ne trarrebbe vantaggi sul medio e lungo periodo. Quando hanno bocciato la "manovra del popolo" a fine ottobre, i commissari europei hanno spiegato di agire nell'interesse degli italiani "che hanno già 38 mila euro di debito pubblico a testa" e che rischierebbero "di pagare gli errori del governo". Ora però, nonostante la retromarcia dell'esecutivo populista su alcuni miliardi di spesa in deficit, non sembra che le correzioni della finanziaria allo studio possano nella sostanza cambiare il segno di una manovra profondamente sbagliata.
A ottobre la Commissione disse che la finanziaria italiana, con un deficit nominale al 2,4 per cento, avrebbe aumentato il deficit strutturale dello 0,8 per cento invece di ridurlo, come richiesto, dello 0,6. A novembre, poi, presentando le previsioni economiche, Bruxelles ha spiegato che il deficit nominale dell'Italia sarebbe salito al 2,9 per cento e quello strutturale (su cui si basano i giudizi della Commissione) addirittura al 3 per cento, con un aumento dell'1,2 rispetto al 2018.
È evidente che le correzioni dell'ordine dello 0,4 per cento ora proposte dal governo non sono in grado di cambiare il senso della manovra e non lo sarebbero neppure se si arrivasse allo 0,6 chiesto dalla Commissione. Tanto più che questi tagli sono tutti basati su correzioni delle stime contabili, sul rinvio di spese il cui importo non viene comunque ridotto, su previsioni di crescita sballate e su introiti di privatizzazioni poco credibili.
Se la Commissione, paga del successo politico di aver costretto il governo a una retromarcia di facciata, dovesse dare il via libera alla finanziaria accontentandosi di queste modifiche, non farebbe un servizio al Paese, né alla tenuta dell'euro. Forse nell'immediato lo spread calerà e questo è un bene. Ma nel giro di qualche mese l'Italia si ritroverebbe con i conti in dissesto ed esposta più che mai ai molti fattori di rischio che già si annunciano sui mercati mondiali. E la breve tregua dello spread sarebbe presto dimenticata.
Bruxelles ha molti buoni motivi per evitare uno scontro frontale con l'Italia. Spingere un Paese sull'orlo del default, come avvenne con la Grecia, è una scelta gravida di rischi, specie se quel Paese ha un debito gigantesco come il nostro. Inoltre, innescare un drammatico braccio di ferro con il governo gialloverde alla vigilia delle elezioni europee rischia di gettare ancora di più l'opinione pubblica italiana nelle braccia degli anti-europei.
Queste preoccupazioni sono legittime. Ma alimentano un paradosso. A furia di dimostrarsi permissiva con i governi spendaccioni e anti-europei, l'Europa è poi costretta a essere troppo esigente con quelli rigorosi e filo-europei. È già successo con Prodi dopo il primo governo Berlusconi. E con Monti dopo il secondo governo Berlusconi. Se a questo esecutivo sarà consentito di accumulare impunemente altro deficit fino alle europee e magari oltre, quello che sarà chiamato ad aggiustare i cocci lasciati da Di Maio e Salvini dovrà applicare una politica di tagli e sacrifici pesantissimi inimicandosi ancora una volta l'opinione pubblica e aumentando l'ostilità verso l'Europa. La clemenza di cui Bruxelles si prepara a dar prova, alla fine, potrebbe rivelarsi controproducente.
A ottobre la Commissione disse che la finanziaria italiana, con un deficit nominale al 2,4 per cento, avrebbe aumentato il deficit strutturale dello 0,8 per cento invece di ridurlo, come richiesto, dello 0,6. A novembre, poi, presentando le previsioni economiche, Bruxelles ha spiegato che il deficit nominale dell'Italia sarebbe salito al 2,9 per cento e quello strutturale (su cui si basano i giudizi della Commissione) addirittura al 3 per cento, con un aumento dell'1,2 rispetto al 2018.
È evidente che le correzioni dell'ordine dello 0,4 per cento ora proposte dal governo non sono in grado di cambiare il senso della manovra e non lo sarebbero neppure se si arrivasse allo 0,6 chiesto dalla Commissione. Tanto più che questi tagli sono tutti basati su correzioni delle stime contabili, sul rinvio di spese il cui importo non viene comunque ridotto, su previsioni di crescita sballate e su introiti di privatizzazioni poco credibili.
Se la Commissione, paga del successo politico di aver costretto il governo a una retromarcia di facciata, dovesse dare il via libera alla finanziaria accontentandosi di queste modifiche, non farebbe un servizio al Paese, né alla tenuta dell'euro. Forse nell'immediato lo spread calerà e questo è un bene. Ma nel giro di qualche mese l'Italia si ritroverebbe con i conti in dissesto ed esposta più che mai ai molti fattori di rischio che già si annunciano sui mercati mondiali. E la breve tregua dello spread sarebbe presto dimenticata.
Bruxelles ha molti buoni motivi per evitare uno scontro frontale con l'Italia. Spingere un Paese sull'orlo del default, come avvenne con la Grecia, è una scelta gravida di rischi, specie se quel Paese ha un debito gigantesco come il nostro. Inoltre, innescare un drammatico braccio di ferro con il governo gialloverde alla vigilia delle elezioni europee rischia di gettare ancora di più l'opinione pubblica italiana nelle braccia degli anti-europei.
Queste preoccupazioni sono legittime. Ma alimentano un paradosso. A furia di dimostrarsi permissiva con i governi spendaccioni e anti-europei, l'Europa è poi costretta a essere troppo esigente con quelli rigorosi e filo-europei. È già successo con Prodi dopo il primo governo Berlusconi. E con Monti dopo il secondo governo Berlusconi. Se a questo esecutivo sarà consentito di accumulare impunemente altro deficit fino alle europee e magari oltre, quello che sarà chiamato ad aggiustare i cocci lasciati da Di Maio e Salvini dovrà applicare una politica di tagli e sacrifici pesantissimi inimicandosi ancora una volta l'opinione pubblica e aumentando l'ostilità verso l'Europa. La clemenza di cui Bruxelles si prepara a dar prova, alla fine, potrebbe rivelarsi controproducente.