Salvati dall'Europa. E salvati anche da quel pezzo di establishment che non si è piegato al disfattismo populista. Non è un compromesso quello siglato ieri tra la Commissione europea e il governo di Roma: è la vittoria del patto di stabilità - con tutti i difetti che da tempo si trascina dietro - sullo sgangherato contratto di governo che serve per tenere insieme i neopopulisti italiani minacciando l'equilibrio dei conti pubblici, ma pure i valori e i princìpi del nostro patto costituzionale.
Può pure illudersi il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, nel dire che la manovra non è stata scritta da Bruxelles. Basterà leggerla quando - finalmente - sarà presentata in Parlamento (ormai svuotato, tra l'altro, della sua funzione primaria legislativa e trasformato nel grande e sontuoso ufficio notarile delle decisioni adottate dai due leader dei partiti di governo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini) per verificare…
Può pure illudersi il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, nel dire che la manovra non è stata scritta da Bruxelles. Basterà leggerla quando - finalmente - sarà presentata in Parlamento (ormai svuotato, tra l'altro, della sua funzione primaria legislativa e trasformato nel grande e sontuoso ufficio notarile delle decisioni adottate dai due leader dei partiti di governo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini) per verificare…
Salvati dall'Europa. E salvati anche da quel pezzo di establishment che non si è piegato al disfattismo populista. Non è un compromesso quello siglato ieri tra la Commissione europea e il governo di Roma: è la vittoria del patto di stabilità - con tutti i difetti che da tempo si trascina dietro - sullo sgangherato contratto di governo che serve per tenere insieme i neopopulisti italiani minacciando l'equilibrio dei conti pubblici, ma pure i valori e i princìpi del nostro patto costituzionale.
Può pure illudersi il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, nel dire che la manovra non è stata scritta da Bruxelles. Basterà leggerla quando - finalmente - sarà presentata in Parlamento (ormai svuotato, tra l'altro, della sua funzione primaria legislativa e trasformato nel grande e sontuoso ufficio notarile delle decisioni adottate dai due leader dei partiti di governo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini) per verificare lo scarto tra gli annunci e la realtà. Ma sicuramente sbaglia il ministro a ridimensionare il ruolo di guardiano dei saldi di bilancio della Commissione Ue come fosse un'attività secondaria. Il ministro-economista sa bene che quell'attività è determinante per salvare l'essenza stessa dell'Unione, per bloccare (come ha fatto con noi) i colpi sotto la cintura, i comportamenti scorretti che possono danneggiare tutti gli altri soci.
Si sta insieme rispettando i patti, non solo il contratto di governo. Il principio dei pacta sunt servanda deve valere sempre. La governance dell'Europa ha bisogno di rigenerarsi, senza ricorrere tuttavia alle bizantine proposte del ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, rimaste nei cassetti della Commissione, ma è ancora efficace per esercitare il controllo sulle deviazioni rispetto ai parametri di riferimento. Che non sono - proprio come si è visto - solo dei numeretti. Quel che resta è il primato della politica nazionale. Le scelte sulle pensioni e sul reddito di cittadinanza che verranno stanno lì a dimostrarlo. Purtroppo.
Ma l'Europa in questo caso non ha agito da sola. Ha scelto i suoi interlocutori, ha trovato gli alleati naturali. Ha fatto scattare gli altri salvavita. A Bruxelles ha negoziato Giuseppe Conte, neofita della politica, presidente del Consiglio per caso, tecnico del diritto. Tecnico come il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, che ben conosce le regole e i riti della diplomazia. E tecnico è lo stesso Tria, estromesso da più di un vertice politico perché considerato ostile soprattutto dalla pattuglia governativa dei Cinque Stelle, poi ritornato in campo per chiudere la partita con Jean-Claude Juncker e Pierre Moscovici sostanzialmente come (isolato) aveva indicato fin dall'inizio con le proiezioni della Ragioneria dello Stato. È stata una silenziosa rivincita delle competenze. I tecnici per salvarci, insieme all'Europa, dall'improvvisazione e l'arroganza gialloverde.
Ma non solo. Ci hanno aiutato anche i mercati, gli orribili investitori (che poi usano i soldi dei piccoli risparmiatori) mandandoci segnali chiari, fuggendo dai nostri titoli pubblici e privati, terrorizzati dall'impatto sul debito della controriforma pensionistica. Lo spread si è impennato, i consumi e gli investimenti si sono congelati, l'economia è tornata a un passo dalla recessione. Tanto da far suonare l'allarme delle imprese. Che per una volta hanno abbandonato le richieste di meno tasse e di più flessibilità sul lavoro, per chiedere di restare in Europa e dentro la moneta unica. Un grido da classe dirigente, va detto.
Ora si capiscono meglio i richiami del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, al valore dell'Europa unita, a non deragliare. Tutto questo ha impedito il baratro della procedura di infrazione. Non c'è alcun merito del governo che festeggiò dal balcone di Palazzo Chigi il fatidico 2,4 per cento di deficit. Era scritto sulla sabbia. Per fortuna c'è l'Europa.
Può pure illudersi il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, nel dire che la manovra non è stata scritta da Bruxelles. Basterà leggerla quando - finalmente - sarà presentata in Parlamento (ormai svuotato, tra l'altro, della sua funzione primaria legislativa e trasformato nel grande e sontuoso ufficio notarile delle decisioni adottate dai due leader dei partiti di governo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini) per verificare lo scarto tra gli annunci e la realtà. Ma sicuramente sbaglia il ministro a ridimensionare il ruolo di guardiano dei saldi di bilancio della Commissione Ue come fosse un'attività secondaria. Il ministro-economista sa bene che quell'attività è determinante per salvare l'essenza stessa dell'Unione, per bloccare (come ha fatto con noi) i colpi sotto la cintura, i comportamenti scorretti che possono danneggiare tutti gli altri soci.
Si sta insieme rispettando i patti, non solo il contratto di governo. Il principio dei pacta sunt servanda deve valere sempre. La governance dell'Europa ha bisogno di rigenerarsi, senza ricorrere tuttavia alle bizantine proposte del ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, rimaste nei cassetti della Commissione, ma è ancora efficace per esercitare il controllo sulle deviazioni rispetto ai parametri di riferimento. Che non sono - proprio come si è visto - solo dei numeretti. Quel che resta è il primato della politica nazionale. Le scelte sulle pensioni e sul reddito di cittadinanza che verranno stanno lì a dimostrarlo. Purtroppo.
Ma l'Europa in questo caso non ha agito da sola. Ha scelto i suoi interlocutori, ha trovato gli alleati naturali. Ha fatto scattare gli altri salvavita. A Bruxelles ha negoziato Giuseppe Conte, neofita della politica, presidente del Consiglio per caso, tecnico del diritto. Tecnico come il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, che ben conosce le regole e i riti della diplomazia. E tecnico è lo stesso Tria, estromesso da più di un vertice politico perché considerato ostile soprattutto dalla pattuglia governativa dei Cinque Stelle, poi ritornato in campo per chiudere la partita con Jean-Claude Juncker e Pierre Moscovici sostanzialmente come (isolato) aveva indicato fin dall'inizio con le proiezioni della Ragioneria dello Stato. È stata una silenziosa rivincita delle competenze. I tecnici per salvarci, insieme all'Europa, dall'improvvisazione e l'arroganza gialloverde.
Ma non solo. Ci hanno aiutato anche i mercati, gli orribili investitori (che poi usano i soldi dei piccoli risparmiatori) mandandoci segnali chiari, fuggendo dai nostri titoli pubblici e privati, terrorizzati dall'impatto sul debito della controriforma pensionistica. Lo spread si è impennato, i consumi e gli investimenti si sono congelati, l'economia è tornata a un passo dalla recessione. Tanto da far suonare l'allarme delle imprese. Che per una volta hanno abbandonato le richieste di meno tasse e di più flessibilità sul lavoro, per chiedere di restare in Europa e dentro la moneta unica. Un grido da classe dirigente, va detto.
Ora si capiscono meglio i richiami del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, al valore dell'Europa unita, a non deragliare. Tutto questo ha impedito il baratro della procedura di infrazione. Non c'è alcun merito del governo che festeggiò dal balcone di Palazzo Chigi il fatidico 2,4 per cento di deficit. Era scritto sulla sabbia. Per fortuna c'è l'Europa.