(ansa)
L’alibi autonomista
Ilvo Diamanti , di ILVO DIAMANTILa svolta di Di Maio sulla indipendenza delle Regioni attenua l’immagine dei 5S come Partito del Sud e frena le tensioni con la Lega
L'autonomia regionale? Sta arrivando. Lo ha sostenuto il vicepremier Luigi Di Maio durante una visita nel Bellunese. In Veneto. La Regione dove nell'autunno del 2017, poco più di un anno fa, si è svolto un referendum per approvare e sostenere la domanda di in-dipendenza. Cioè, di autonomia. Allora, partecipò il 57% dei cittadini. Una misura assai più larga che in Lombardia, dove la partecipazione si fermò al 38%. In seguito, altre Regioni hanno aderito a questa rivendicazione. E oggi sono divenute 13. Distribuite in tutto il Paese. A partire dall'Emilia-Romagna.
Così, il governo, ma in particolare il vicepremier e leader del M5S, ribadisce che nel prossimo febbraio sarà pronto il documento da discutere con i presidenti delle Regioni. Anzitutto, con il Veneto. Che aspira a una condizione analoga alle altre due Regioni a "statuto speciale" confinanti: Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. Come rammenta …
Così, il governo, ma in particolare il vicepremier e leader del M5S, ribadisce che nel prossimo febbraio sarà pronto il documento da discutere con i presidenti delle Regioni. Anzitutto, con il Veneto. Che aspira a una condizione analoga alle altre due Regioni a "statuto speciale" confinanti: Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. Come rammenta …
L'autonomia regionale? Sta arrivando. Lo ha sostenuto il vicepremier Luigi Di Maio durante una visita nel Bellunese. In Veneto. La Regione dove nell'autunno del 2017, poco più di un anno fa, si è svolto un referendum per approvare e sostenere la domanda di in-dipendenza. Cioè, di autonomia. Allora, partecipò il 57% dei cittadini. Una misura assai più larga che in Lombardia, dove la partecipazione si fermò al 38%. In seguito, altre Regioni hanno aderito a questa rivendicazione. E oggi sono divenute 13. Distribuite in tutto il Paese. A partire dall'Emilia-Romagna.
Così, il governo, ma in particolare il vicepremier e leader del M5S, ribadisce che nel prossimo febbraio sarà pronto il documento da discutere con i presidenti delle Regioni. Anzitutto, con il Veneto. Che aspira a una condizione analoga alle altre due Regioni a "statuto speciale" confinanti: Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. Come rammenta il recente studio di Francesco Jori (La Storia del Veneto, Edizioni Biblioteca dell'Immagine).
Nel Nord-Est, peraltro, il M5S soffre, più che altrove, la concorrenza dell'alleato di governo. La Lega. Infatti, rispetto alle elezioni del 2013, il 4 marzo 2018 il M5S è calato di circa 1 punto (dal 24,8 al 23,7) e di 2 in Veneto (dal 26,3 al 24,4). Mentre la Lega ha pressoché triplicato i consensi: dal 9 al 29,3 nel Nord-Est e dal 10,5 al 32,2 in Veneto. Molto più di quel che è avvenuto a livello nazionale. E, a maggior ragione, nel Nord-Ovest. Dove si è fermata (per così dire...) al 25,7% (dal 9,6). Una tendenza confermata nel Nord-Est, che Giorgio Lago definiva Nordest, senza trattino. Per sottolinearne la coerenza interna.
Infatti, alle elezioni nelle Province autonome del Trentino-Alto Adige dello scorso ottobre, la Lega si è imposta come primo partito a Bolzano, mentre ha conquistato la presidenza della Provincia di Trento, con Maurizio Fugatti. Se si considera che anche in Friuli-Venezia Giulia, nello scorso aprile, Massimiliano Fedriga, della Lega, è divenuto presidente della Regione, è evidente che il Nord-Est oggi ha un solo colore. Il Blu della Lega. Rafforzato dalla posizione del governatore del Veneto, Luca Zaia. Che, nel sondaggio condotto da Demos nello scorso novembre (per l'Osservatorio Nordest del Gazzettino) ha raggiunto un gradimento quasi plebiscitario: 76%. Così, se il M5S, primo partito alle elezioni del 4 marzo 2018, oggi è sceso intorno al 25-26%, mentre la Lega di Salvini è salita oltre il 30%, molto è determinato dalla geografia politica ed elettorale.
I recenti sondaggi di Demos, per l'Atlante Politico di Repubblica, sono eloquenti. Segnalano, infatti, il crollo del M5S nel Nord rispetto alle elezioni di marzo: - 6,8 punti nel Nord-Ovest e - 12,1 nel Nord-Est. Ma - 12,4 nelle Regioni rosse del Centro-Nord. Mentre la Lega avanza dovunque. Di 16 punti nel Nord-Ovest e di 14-15 nel Nord-Est. Ma anche nel Centro-Nord.
Il M5S rischia di rafforzare, così, la sua immagine di Partito del Sud. Meglio: del Centro-Sud. Tracciata alle elezioni di un anno fa. Mentre la Lega di Salvini lo incalza. Perché è sempre meno Nordista. Al contrario. Sta "occupando" quelle che, fino a ieri, erano le Regioni rosse del Centro-Nord: Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche... E si sta spingendo verso Sud. Dove è salita di oltre 15 punti. Coerente con la bandiera della Lega Nazionale, ispirata dal Front National di Marine Le Pen. La "svolta autonomista" di Luigi Di Maio, dunque, serve a frenare, in anticipo, le possibili tensioni con l'alleato di governo, sull'argomento. A bilanciare il reddito di cittadinanza, destinato soprattutto al Sud. Tuttavia, suscita qualche dubbio, e anche di più.
Perché non è chiaro cosa significhi davvero l'autonomia di cui si parla. Una "terra promessa" invocata da tanto tempo, come si è detto. Ma con esiti discutibili. In fondo, la Lega è stata al governo per molto tempo, insieme a Berlusconi e a Forza Italia. Negli ultimi due decenni. Dal 1994 in poi. La Lega di Bossi e di Maroni: ha invocato l'in-dipendenza come un mantra. Tuttavia, non l'ha "realizzata" davvero, se oggi Di Maio promette di "realizzarla". Le Regioni, peraltro, dispongono di ampi margini di autonomia, garantiti da una riforma (discutibile ...) varata nel 2001 dalla maggioranza di centrosinistra. A fine legislatura.
Tuttavia, se si valutano i risultati, quasi vent'anni dopo, i dubbi crescono. Notevolmente. Basta consultare l'interessante studio dedicato da Selena Grimaldi e Gianni Riccamboni a La classe politica regionale. Il Veneto (Padova University Press). Per verificare come le Regioni (e non il Veneto, in particolare) siano divenute, troppo spesso, terreno di sprechi e di corruzione. Mentre non hanno contribuito a formare una classe politica e dirigente davvero capace, efficiente. E onesta. Al contrario. Basti pensare che attualmente sono in corso indagini in 17 consigli regionali su 20. D'altra parte, è sufficiente rammentare le vicende-scandalo del Mose e delle Banche Popolari nel Veneto e degli istituti di credito di Siena e delle Marche per comprendere quanto sia azzardato tracciare un'equazione fra autonomia regionale e governo responsabile.
Per queste ragioni il tema dell'autonomia è importante, sentito. Ed è giusto affrontarlo. Ma in modo serio e responsabile. Non come un argomento di campagna elettorale, per recuperare il terreno perduto. Nel Nord e nel Centro. Non per "difendersi" dagli alleati di governo, assai più che dalle opposizioni, deboli e con la coscienza non troppo pulita, al proposito. Ma perché restituire senso etico e politico all'autonomia regionale è condizione necessaria per garantire credito e rispetto al governo centrale. E, anzitutto, allo Stato.
Così, il governo, ma in particolare il vicepremier e leader del M5S, ribadisce che nel prossimo febbraio sarà pronto il documento da discutere con i presidenti delle Regioni. Anzitutto, con il Veneto. Che aspira a una condizione analoga alle altre due Regioni a "statuto speciale" confinanti: Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. Come rammenta il recente studio di Francesco Jori (La Storia del Veneto, Edizioni Biblioteca dell'Immagine).
Nel Nord-Est, peraltro, il M5S soffre, più che altrove, la concorrenza dell'alleato di governo. La Lega. Infatti, rispetto alle elezioni del 2013, il 4 marzo 2018 il M5S è calato di circa 1 punto (dal 24,8 al 23,7) e di 2 in Veneto (dal 26,3 al 24,4). Mentre la Lega ha pressoché triplicato i consensi: dal 9 al 29,3 nel Nord-Est e dal 10,5 al 32,2 in Veneto. Molto più di quel che è avvenuto a livello nazionale. E, a maggior ragione, nel Nord-Ovest. Dove si è fermata (per così dire...) al 25,7% (dal 9,6). Una tendenza confermata nel Nord-Est, che Giorgio Lago definiva Nordest, senza trattino. Per sottolinearne la coerenza interna.
Infatti, alle elezioni nelle Province autonome del Trentino-Alto Adige dello scorso ottobre, la Lega si è imposta come primo partito a Bolzano, mentre ha conquistato la presidenza della Provincia di Trento, con Maurizio Fugatti. Se si considera che anche in Friuli-Venezia Giulia, nello scorso aprile, Massimiliano Fedriga, della Lega, è divenuto presidente della Regione, è evidente che il Nord-Est oggi ha un solo colore. Il Blu della Lega. Rafforzato dalla posizione del governatore del Veneto, Luca Zaia. Che, nel sondaggio condotto da Demos nello scorso novembre (per l'Osservatorio Nordest del Gazzettino) ha raggiunto un gradimento quasi plebiscitario: 76%. Così, se il M5S, primo partito alle elezioni del 4 marzo 2018, oggi è sceso intorno al 25-26%, mentre la Lega di Salvini è salita oltre il 30%, molto è determinato dalla geografia politica ed elettorale.
I recenti sondaggi di Demos, per l'Atlante Politico di Repubblica, sono eloquenti. Segnalano, infatti, il crollo del M5S nel Nord rispetto alle elezioni di marzo: - 6,8 punti nel Nord-Ovest e - 12,1 nel Nord-Est. Ma - 12,4 nelle Regioni rosse del Centro-Nord. Mentre la Lega avanza dovunque. Di 16 punti nel Nord-Ovest e di 14-15 nel Nord-Est. Ma anche nel Centro-Nord.
Il M5S rischia di rafforzare, così, la sua immagine di Partito del Sud. Meglio: del Centro-Sud. Tracciata alle elezioni di un anno fa. Mentre la Lega di Salvini lo incalza. Perché è sempre meno Nordista. Al contrario. Sta "occupando" quelle che, fino a ieri, erano le Regioni rosse del Centro-Nord: Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche... E si sta spingendo verso Sud. Dove è salita di oltre 15 punti. Coerente con la bandiera della Lega Nazionale, ispirata dal Front National di Marine Le Pen. La "svolta autonomista" di Luigi Di Maio, dunque, serve a frenare, in anticipo, le possibili tensioni con l'alleato di governo, sull'argomento. A bilanciare il reddito di cittadinanza, destinato soprattutto al Sud. Tuttavia, suscita qualche dubbio, e anche di più.
Perché non è chiaro cosa significhi davvero l'autonomia di cui si parla. Una "terra promessa" invocata da tanto tempo, come si è detto. Ma con esiti discutibili. In fondo, la Lega è stata al governo per molto tempo, insieme a Berlusconi e a Forza Italia. Negli ultimi due decenni. Dal 1994 in poi. La Lega di Bossi e di Maroni: ha invocato l'in-dipendenza come un mantra. Tuttavia, non l'ha "realizzata" davvero, se oggi Di Maio promette di "realizzarla". Le Regioni, peraltro, dispongono di ampi margini di autonomia, garantiti da una riforma (discutibile ...) varata nel 2001 dalla maggioranza di centrosinistra. A fine legislatura.
Tuttavia, se si valutano i risultati, quasi vent'anni dopo, i dubbi crescono. Notevolmente. Basta consultare l'interessante studio dedicato da Selena Grimaldi e Gianni Riccamboni a La classe politica regionale. Il Veneto (Padova University Press). Per verificare come le Regioni (e non il Veneto, in particolare) siano divenute, troppo spesso, terreno di sprechi e di corruzione. Mentre non hanno contribuito a formare una classe politica e dirigente davvero capace, efficiente. E onesta. Al contrario. Basti pensare che attualmente sono in corso indagini in 17 consigli regionali su 20. D'altra parte, è sufficiente rammentare le vicende-scandalo del Mose e delle Banche Popolari nel Veneto e degli istituti di credito di Siena e delle Marche per comprendere quanto sia azzardato tracciare un'equazione fra autonomia regionale e governo responsabile.
Per queste ragioni il tema dell'autonomia è importante, sentito. Ed è giusto affrontarlo. Ma in modo serio e responsabile. Non come un argomento di campagna elettorale, per recuperare il terreno perduto. Nel Nord e nel Centro. Non per "difendersi" dagli alleati di governo, assai più che dalle opposizioni, deboli e con la coscienza non troppo pulita, al proposito. Ma perché restituire senso etico e politico all'autonomia regionale è condizione necessaria per garantire credito e rispetto al governo centrale. E, anzitutto, allo Stato.