Mentre Apple cadeva in Borsa, io entravo nel suo negozio più celebre, l'Apple Store sulla Quinta Avenue di Manhattan, all'angolo di Central Park dirimpetto all'hotel Plaza. Affollatissimo. Tanti i turisti italiani. Ma oltre alle gomitate dei visitatori stavolta mi hanno aggredito - più amichevolmente - le offerte della Mela. Sconti, ribassi, prezzi speciali, se accetto di convertire il mio vecchio modello 6 con uno dei più recenti. Quasi una campagna di saldi. Gli esperti confermano che mai Apple era stata così generosa, sia pure a modo suo cioè partendo da listini carissimi.
È un segnale della crisi di un modello, che accompagna e conferma lo shock venuto dalla Cina. Il pesante ribasso di Borsa infatti è stato provocato da un avvertimento del chief executive, Tim Cook, sul calo dei suoi risultati in Cina (meno 25% in un trimestre), dove l'iPhone è scivolato al quinto posto nella classifica dei cellulari pi&ugrav…
È un segnale della crisi di un modello, che accompagna e conferma lo shock venuto dalla Cina. Il pesante ribasso di Borsa infatti è stato provocato da un avvertimento del chief executive, Tim Cook, sul calo dei suoi risultati in Cina (meno 25% in un trimestre), dove l'iPhone è scivolato al quinto posto nella classifica dei cellulari pi&ugrav…
Mentre Apple cadeva in Borsa, io entravo nel suo negozio più celebre, l'Apple Store sulla Quinta Avenue di Manhattan, all'angolo di Central Park dirimpetto all'hotel Plaza. Affollatissimo. Tanti i turisti italiani. Ma oltre alle gomitate dei visitatori stavolta mi hanno aggredito - più amichevolmente - le offerte della Mela. Sconti, ribassi, prezzi speciali, se accetto di convertire il mio vecchio modello 6 con uno dei più recenti. Quasi una campagna di saldi. Gli esperti confermano che mai Apple era stata così generosa, sia pure a modo suo cioè partendo da listini carissimi.
È un segnale della crisi di un modello, che accompagna e conferma lo shock venuto dalla Cina. Il pesante ribasso di Borsa infatti è stato provocato da un avvertimento del chief executive, Tim Cook, sul calo dei suoi risultati in Cina (meno 25% in un trimestre), dove l'iPhone è scivolato al quinto posto nella classifica dei cellulari più venduti. Le marche locali offrono, a un terzo del prezzo, prodotti che i consumatori giudicano più che soddisfacenti. Molti americani cominciano a pensarla allo stesso modo; anche se alcune marche cinesi qui non sono disponibili, le alternative esistono.
In questo caso la guerra commerciale Usa-Cina fa solo da sfondo. C'è una storia parallela, il cui epicentro è la Silicon Valley, dove si consuma forse la fine di un mito. L'incantesimo (o il maleficio) inventato a suo tempo dal fondatore di Apple Steve Jobs, e prolungato con successo dopo la sua scomparsa, consisteva nel convincere masse di consumatori a rincorrere sempre l'ultimissima novità, strapagandola pur di essere aggiornati alla tecnologia più recente. C'era nel susseguirsi forsennato di nuovi modelli di iPhone, nelle scene di assedio agli Apple Store quando uscivano (le folle accampate nottetempo), l'evidenza di una psicosi generata e mantenuta per anni con maestrìa dai capi della multinazionale di Cupertino.
Jobs con la sua aureola da guru, lo stile zen, aveva inventato una favola moderna di micidiale efficacia, obbligandoci tutti a inseguirlo per non sentirci dei rottami, anacronistici e inadeguati. Il traguardo simbolico dei mille miliardi di capitalizzazione in Borsa fu il premio di quella strategia. L'ultimo design, l'ultima app, l'ultima prestazione erano indispensabili per non sentirsi esclusi e superati.
Quel gioco sta mostrando segni di logoramento. L'ipnosi di massa ha smesso di funzionare anche in Occidente. Molti consumatori americani, anche se affezionati alla gamma Apple, stanno decidendo di tenersi un modello "vecchio" per molti anni; se lo cambiano cercano altri modelli semi-nuovi e scontati. Una quota crescente ha imparato a prolungare la vita e migliorare le prestazioni cambiando solo la batteria, che costa una frazione dell'iPhone. Il paradosso per cui un iPhone costa molto più di un frigorifero comincia a irritare anche Millennial e nativi digitali.
L'imbarazzo nel quartier generale di Cupertino è palpabile, e come spesso accade nella storia di quest'azienda si trasforma in paranoia. Cook reagisce accentuando la sindrome della segretezza: d'ora in avanti non rivelerà più quanti "pezzi" (iPhone, iPad, iMac) vende ogni trimestre. I più cinici osservano che Apple - a differenza di Amazon, Facebook e Google - paga lo scotto di non essere riuscita a costruire un monopolio. Ma la perdita del 30% di valore in Borsa, che ha cancellato 380 miliardi di dollari in due mesi, è una campana che suona per tutti i Padroni della Rete. I cicli e le stagioni esistono ancora; ad ogni ascesa irresistibile seguirà un declino. Modelli di consumo, status symbol, tutto è soggetto a obsolescenza.
È un segnale della crisi di un modello, che accompagna e conferma lo shock venuto dalla Cina. Il pesante ribasso di Borsa infatti è stato provocato da un avvertimento del chief executive, Tim Cook, sul calo dei suoi risultati in Cina (meno 25% in un trimestre), dove l'iPhone è scivolato al quinto posto nella classifica dei cellulari più venduti. Le marche locali offrono, a un terzo del prezzo, prodotti che i consumatori giudicano più che soddisfacenti. Molti americani cominciano a pensarla allo stesso modo; anche se alcune marche cinesi qui non sono disponibili, le alternative esistono.
In questo caso la guerra commerciale Usa-Cina fa solo da sfondo. C'è una storia parallela, il cui epicentro è la Silicon Valley, dove si consuma forse la fine di un mito. L'incantesimo (o il maleficio) inventato a suo tempo dal fondatore di Apple Steve Jobs, e prolungato con successo dopo la sua scomparsa, consisteva nel convincere masse di consumatori a rincorrere sempre l'ultimissima novità, strapagandola pur di essere aggiornati alla tecnologia più recente. C'era nel susseguirsi forsennato di nuovi modelli di iPhone, nelle scene di assedio agli Apple Store quando uscivano (le folle accampate nottetempo), l'evidenza di una psicosi generata e mantenuta per anni con maestrìa dai capi della multinazionale di Cupertino.
Jobs con la sua aureola da guru, lo stile zen, aveva inventato una favola moderna di micidiale efficacia, obbligandoci tutti a inseguirlo per non sentirci dei rottami, anacronistici e inadeguati. Il traguardo simbolico dei mille miliardi di capitalizzazione in Borsa fu il premio di quella strategia. L'ultimo design, l'ultima app, l'ultima prestazione erano indispensabili per non sentirsi esclusi e superati.
Quel gioco sta mostrando segni di logoramento. L'ipnosi di massa ha smesso di funzionare anche in Occidente. Molti consumatori americani, anche se affezionati alla gamma Apple, stanno decidendo di tenersi un modello "vecchio" per molti anni; se lo cambiano cercano altri modelli semi-nuovi e scontati. Una quota crescente ha imparato a prolungare la vita e migliorare le prestazioni cambiando solo la batteria, che costa una frazione dell'iPhone. Il paradosso per cui un iPhone costa molto più di un frigorifero comincia a irritare anche Millennial e nativi digitali.
L'imbarazzo nel quartier generale di Cupertino è palpabile, e come spesso accade nella storia di quest'azienda si trasforma in paranoia. Cook reagisce accentuando la sindrome della segretezza: d'ora in avanti non rivelerà più quanti "pezzi" (iPhone, iPad, iMac) vende ogni trimestre. I più cinici osservano che Apple - a differenza di Amazon, Facebook e Google - paga lo scotto di non essere riuscita a costruire un monopolio. Ma la perdita del 30% di valore in Borsa, che ha cancellato 380 miliardi di dollari in due mesi, è una campana che suona per tutti i Padroni della Rete. I cicli e le stagioni esistono ancora; ad ogni ascesa irresistibile seguirà un declino. Modelli di consumo, status symbol, tutto è soggetto a obsolescenza.