La decisione di intervenire con fondi pubblici nella crisi della banca Carige, comunicata all'improvviso lunedì sera dal governo ma meditata già da novembre, ha un risultato immediato e due effetti importanti. Il risultato - diciamolo subito - è positivo. L'annuncio dell'intervento pubblico su Carige consentirà ai suoi manager - trasformati dalla Bce in amministratori straordinari anche per consentire loro di lavorare in maniera più spedita - di cercare con maggiore tranquillità d'animo e forse con un po' di tempo in più l'approdo per la banca, evitando nel frattempo la fuga di chi ha soldi depositati a Genova.
L'approdo con ogni probabilità potrà essere solo l'acquisizione di Carige a un prezzo simbolico da parte di un'altra banca, con lo Stato che si fa carico di molti oneri, come è accaduto già nel caso delle popolari venete acquistate per un euro da Intesa Sanpao…
L'approdo con ogni probabilità potrà essere solo l'acquisizione di Carige a un prezzo simbolico da parte di un'altra banca, con lo Stato che si fa carico di molti oneri, come è accaduto già nel caso delle popolari venete acquistate per un euro da Intesa Sanpao…
La decisione di intervenire con fondi pubblici nella crisi della banca Carige, comunicata all'improvviso lunedì sera dal governo ma meditata già da novembre, ha un risultato immediato e due effetti importanti. Il risultato - diciamolo subito - è positivo. L'annuncio dell'intervento pubblico su Carige consentirà ai suoi manager - trasformati dalla Bce in amministratori straordinari anche per consentire loro di lavorare in maniera più spedita - di cercare con maggiore tranquillità d'animo e forse con un po' di tempo in più l'approdo per la banca, evitando nel frattempo la fuga di chi ha soldi depositati a Genova.
L'approdo con ogni probabilità potrà essere solo l'acquisizione di Carige a un prezzo simbolico da parte di un'altra banca, con lo Stato che si fa carico di molti oneri, come è accaduto già nel caso delle popolari venete acquistate per un euro da Intesa Sanpaolo.
Il risultato è positivo non tanto perché consente ancora una volta di dribblare le regole europee secondo cui le crisi bancarie dovrebbero ormai essere risolte non con i soldi pubblici, ma con i soldi di azionisti, obbligazionisti e se del caso anche correntisti sopra i 100 mila euro, quanto perché evita di aprire un nuovo focolaio di tensione e di incertezza nel sistema finanziario italiano.
Questo è il giudizio di merito, ma è sul metodo che c'è davvero molto da dire. Il primo effetto clamoroso dell'operazione su Carige è di ordine politico ed è sotto gli occhi di tutti: il dietrofront delle forze di maggioranza sulle banche. Che lo volessero o no - e quante volte hanno giurato di non volerlo e di non pensarlo nemmeno! - Lega e Cinque Stelle hanno percorso esattamente la strada che due anni fa era stata tracciata dal governo Gentiloni per mettere in sicurezza, tra l'altro, le stesse Popolari venete e Mps.
Perfino i due decreti, quello di Gentiloni e quello di lunedì sera, sono uno la fotocopia dell'altro. Dunque, i Cinque Stelle in particolare, che hanno condotto una fortunatissima campagna elettorale anche sul presunto scandalo di banche e banchieri "salvati" con soldi pubblici adesso si muovono in modo identico. Evidentemente hanno scoperto che nella realtà - quella strana cosa che sta fuori dalle dirette Facebook e dalla propaganda permanente - la soluzione che all'epoca avevano tanto contestato è in fondo la meno peggio. Adesso servirebbe solo l'umiltà di ammetterlo e non l'affannoso tentativo di arrampicarsi sugli specchi che ieri ha ad esempio offerto Luigi Di Maio negando spudoratamente di aver dato un euro alle banche. In effetti di euro è pronto a darne 1,3 miliardi. Non è un male, anzi.
Nell'azione delle forze politiche che fino all'altro giorno giuravano che non avrebbero dato un soldo alle odiate banche e agli odiatissimi banchieri, si può rinvenire poi anche un secondo effetto, paradossale, che somiglia molto a un eccesso di zelo. Pensiamo alla banca che oggi viene aiutata come una persona che sta cadendo da una grande altezza verso una fine inevitabilmente poco piacevole.
La prima mossa del governo, quella di offrire garanzie pubbliche perché Carige possa emettere obbligazioni chiedendo soldi al mercato, o possa fare provvista di liquidità presso il sistema delle banche centrali europee, si può paragonare a un paracadute: con la garanzia governativa si cerca infatti di trasformare la caduta a precipizio in un atterraggio morbido, che porti senza incidenti Carige a essere con ogni probabilità acquisita da un'altra banca. Non cadrà precipitosamente e i suoi clienti non correranno agli sportelli a ritirare i loro soldi perché l'ombra benevola della garanzia di Stato si allunga sugli impegni finanziari che la stessa banca riterrà di prendere. Non a caso l'apertura del paracadute è un'operazione di "intervento precoce", si cerca di agire prima che sia troppo tardi.
Ma nel piano del governo è prevista anche un'altra mossa da ultimo minuto: la disponibilità a ricapitalizzare con soldi pubblici Carige non è infatti un'operazione tesa ad evitare il peggio, ma un intervento che si fa quasi in articulo mortis. Se infatti la banca sta per finire in "risoluzione", ossia se le autorità europee decidono che è destinata ormai a fallire, allora a determinate condizioni lo Stato può attuare una ricapitalizzazione precauzionale. Continuando il paragone un po' "pulp" della persona che cade da un grattacielo, in questo caso il paracadute non ha funzionato, lo schianto c'è già stato e il governo-soccorritore sta tentando un'ultima e disperata respirazione bocca a bocca. Il problema è che questo eventuale ed estremo tentativo non può essere deciso solo dall'Italia, ma può venire solo dopo un accordo con la Commissione europea.
Dunque, quando afferma nel decreto legge di essere pronto anche all'ipotesi di una ricapitalizzazione preventiva, l'esecutivo fa i conti senza Bruxelles, che dovrà comunque autorizzare questo tipo di intervento. Inoltre, proprio l'ipotesi di comprare azioni di Carige lascia intendere che il governo potrebbe avere poca fiducia nel "paracadute" che ha allestito. Forse è solo un eccesso di zelo, appunto, dovuto all'esigenza di rassicurare mercati più diffidenti che mai verso l'Italia. Forse è l'entusiasmo dei neofiti che per la prima volta si avventurano in questo campo. In ogni caso c'è da sperare che il governo non sia più chiamato a soccorrere il credito: sia perché tutti ci auguriamo che il sistema finanziario italiano sappia stare in piedi da solo, sia perché speriamo che ci vengano risparmiati nuovi contorsionismi funambolici di chi corre in soccorso alle banche urlando ai quattro venti che non lo sta facendo.
L'approdo con ogni probabilità potrà essere solo l'acquisizione di Carige a un prezzo simbolico da parte di un'altra banca, con lo Stato che si fa carico di molti oneri, come è accaduto già nel caso delle popolari venete acquistate per un euro da Intesa Sanpaolo.
Il risultato è positivo non tanto perché consente ancora una volta di dribblare le regole europee secondo cui le crisi bancarie dovrebbero ormai essere risolte non con i soldi pubblici, ma con i soldi di azionisti, obbligazionisti e se del caso anche correntisti sopra i 100 mila euro, quanto perché evita di aprire un nuovo focolaio di tensione e di incertezza nel sistema finanziario italiano.
Questo è il giudizio di merito, ma è sul metodo che c'è davvero molto da dire. Il primo effetto clamoroso dell'operazione su Carige è di ordine politico ed è sotto gli occhi di tutti: il dietrofront delle forze di maggioranza sulle banche. Che lo volessero o no - e quante volte hanno giurato di non volerlo e di non pensarlo nemmeno! - Lega e Cinque Stelle hanno percorso esattamente la strada che due anni fa era stata tracciata dal governo Gentiloni per mettere in sicurezza, tra l'altro, le stesse Popolari venete e Mps.
Perfino i due decreti, quello di Gentiloni e quello di lunedì sera, sono uno la fotocopia dell'altro. Dunque, i Cinque Stelle in particolare, che hanno condotto una fortunatissima campagna elettorale anche sul presunto scandalo di banche e banchieri "salvati" con soldi pubblici adesso si muovono in modo identico. Evidentemente hanno scoperto che nella realtà - quella strana cosa che sta fuori dalle dirette Facebook e dalla propaganda permanente - la soluzione che all'epoca avevano tanto contestato è in fondo la meno peggio. Adesso servirebbe solo l'umiltà di ammetterlo e non l'affannoso tentativo di arrampicarsi sugli specchi che ieri ha ad esempio offerto Luigi Di Maio negando spudoratamente di aver dato un euro alle banche. In effetti di euro è pronto a darne 1,3 miliardi. Non è un male, anzi.
Nell'azione delle forze politiche che fino all'altro giorno giuravano che non avrebbero dato un soldo alle odiate banche e agli odiatissimi banchieri, si può rinvenire poi anche un secondo effetto, paradossale, che somiglia molto a un eccesso di zelo. Pensiamo alla banca che oggi viene aiutata come una persona che sta cadendo da una grande altezza verso una fine inevitabilmente poco piacevole.
La prima mossa del governo, quella di offrire garanzie pubbliche perché Carige possa emettere obbligazioni chiedendo soldi al mercato, o possa fare provvista di liquidità presso il sistema delle banche centrali europee, si può paragonare a un paracadute: con la garanzia governativa si cerca infatti di trasformare la caduta a precipizio in un atterraggio morbido, che porti senza incidenti Carige a essere con ogni probabilità acquisita da un'altra banca. Non cadrà precipitosamente e i suoi clienti non correranno agli sportelli a ritirare i loro soldi perché l'ombra benevola della garanzia di Stato si allunga sugli impegni finanziari che la stessa banca riterrà di prendere. Non a caso l'apertura del paracadute è un'operazione di "intervento precoce", si cerca di agire prima che sia troppo tardi.
Ma nel piano del governo è prevista anche un'altra mossa da ultimo minuto: la disponibilità a ricapitalizzare con soldi pubblici Carige non è infatti un'operazione tesa ad evitare il peggio, ma un intervento che si fa quasi in articulo mortis. Se infatti la banca sta per finire in "risoluzione", ossia se le autorità europee decidono che è destinata ormai a fallire, allora a determinate condizioni lo Stato può attuare una ricapitalizzazione precauzionale. Continuando il paragone un po' "pulp" della persona che cade da un grattacielo, in questo caso il paracadute non ha funzionato, lo schianto c'è già stato e il governo-soccorritore sta tentando un'ultima e disperata respirazione bocca a bocca. Il problema è che questo eventuale ed estremo tentativo non può essere deciso solo dall'Italia, ma può venire solo dopo un accordo con la Commissione europea.
Dunque, quando afferma nel decreto legge di essere pronto anche all'ipotesi di una ricapitalizzazione preventiva, l'esecutivo fa i conti senza Bruxelles, che dovrà comunque autorizzare questo tipo di intervento. Inoltre, proprio l'ipotesi di comprare azioni di Carige lascia intendere che il governo potrebbe avere poca fiducia nel "paracadute" che ha allestito. Forse è solo un eccesso di zelo, appunto, dovuto all'esigenza di rassicurare mercati più diffidenti che mai verso l'Italia. Forse è l'entusiasmo dei neofiti che per la prima volta si avventurano in questo campo. In ogni caso c'è da sperare che il governo non sia più chiamato a soccorrere il credito: sia perché tutti ci auguriamo che il sistema finanziario italiano sappia stare in piedi da solo, sia perché speriamo che ci vengano risparmiati nuovi contorsionismi funambolici di chi corre in soccorso alle banche urlando ai quattro venti che non lo sta facendo.