Se la Consulta salva la manovra
Michele Ainis , di MICHELE AINISLa Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il conflitto tra poteri sollevato da 37 senatori del Pd. La decisione innesca un paradosso. E il vuoto di tutela si allarga alla legge di bilancio
"Ci sarà pure un giudice a Berlino", esclama il mugnaio di Potsdam in una celebre opera di Bertolt Brecht. Nel caso delle leggi di bilancio, quel giudice non c'è. O almeno non c'è adesso, domani si vedrà. Così ha stabilito infatti la Consulta, dichiarando inammissibile il conflitto tra poteri sollevato da 37 senatori del Pd. E aggiungendo però un monito, un richiamo a correggere le modalità procedurali osservate (si fa per dire) dall'ultima legge di bilancio. Altrimenti, in futuro, si raggiungerebbe "quel livello di manifesta gravità" che giustifica, di per sé, l'intervento dei giudici costituzionali.
Ma chissà che altro dovrebbe mai succedere, più di quanto è già successo negli ultimi e convulsi giorni di dicembre. In una parola: il sequestro della dignità parlamentare. Con una legge approvata (per la prima volta nella storia repubblicana) senza mai v…
Ma chissà che altro dovrebbe mai succedere, più di quanto è già successo negli ultimi e convulsi giorni di dicembre. In una parola: il sequestro della dignità parlamentare. Con una legge approvata (per la prima volta nella storia repubblicana) senza mai v…
"Ci sarà pure un giudice a Berlino", esclama il mugnaio di Potsdam in una celebre opera di Bertolt Brecht. Nel caso delle leggi di bilancio, quel giudice non c'è. O almeno non c'è adesso, domani si vedrà. Così ha stabilito infatti la Consulta, dichiarando inammissibile il conflitto tra poteri sollevato da 37 senatori del Pd. E aggiungendo però un monito, un richiamo a correggere le modalità procedurali osservate (si fa per dire) dall'ultima legge di bilancio. Altrimenti, in futuro, si raggiungerebbe "quel livello di manifesta gravità" che giustifica, di per sé, l'intervento dei giudici costituzionali.
Ma chissà che altro dovrebbe mai succedere, più di quanto è già successo negli ultimi e convulsi giorni di dicembre. In una parola: il sequestro della dignità parlamentare. Con una legge approvata (per la prima volta nella storia repubblicana) senza mai venire discussa in commissione, né al Senato né alla Camera. Con i deputati dapprima alle prese con un articolato normativo già superato dagli accordi di Bruxelles, poi stretti dalla tenaglia del maxiemendamento e del voto di fiducia. E con i senatori chiamati a votare un testo di 195 pagine, 1150 commi e qualche miliardo di cavilli senza neanche leggerlo, perché non ne hanno avuto il tempo, perché il governo ha partorito la creatura l'ultimo minuto dell'ultimo giorno.
Da qui tempi strangolati, Camere impiccate. Guai a valutare, guai a discutere o emendare, altrimenti cadiamo nell'esercizio provvisorio del bilancio, dicevano dai banchi dell'esecutivo. Ma sta di fatto che quest'ultima è un'eventualità prevista e regolata dalla Costituzione (articolo 81), mentre il bavaglio al Parlamento è vietato, è un crimine costituzionale. E allora, chi si dovrebbe opporre? In teoria lo stesso Parlamento, aprendo un conflitto d'attribuzioni nei confronti del governo. Tuttavia il Parlamento decide a maggioranza, ed è la stessa maggioranza che esprime poi il governo: difficile immaginare un suicidio di massa, semmai di questi tempi va di moda l'omicidio.
Certo, c'erano un paio di precedenti. Sia nel caso della legge elettorale (ordinanza n. 277 del 2017), sia nel caso del memorandum d'intesa con la Libia (ordinanza n. 163 del 2018), ai singoli parlamentari era già stato precluso l'accesso alla giustizia costituzionale. E d'altronde le minoranze in Parlamento non costituiscono un potere dello Stato, stando alla tripartizione (legislativo, esecutivo, giudiziario) elaborata dal vecchio Montesquieu. Lui, però, scriveva nel 1748; nel frattempo il paesaggio è cambiato. In caso contrario non ci spiegheremmo perché mai nel Regno Unito - culla della democrazia parlamentare - il leader dell'opposizione riceva perfino uno stipendio dallo Stato. Succede perché la democrazia è potere bilanciato da contropoteri, e perché il vero contropotere del governo è l'opposizione in Parlamento, non già la maggioranza che lo sostiene con il voto di fiducia.
Nel frattempo, il niet della Consulta innesca un paradosso: 37 senatori bastano per porre una mozione di sfiducia contro il governo in carica, tuttavia non sono sufficienti per trascinarlo dinanzi al tribunale costituzionale. Paradosso doppio, dato che il vuoto di tutela s'allarga alla stessa legge di bilancio, la più importante fra le leggi ordinarie e al contempo la più insindacabile, quantomeno rispetto alla sua gestazione. Magari nella circostanza la Consulta avrà agito con il timore di rinnegare i propri precedenti, e del resto giurisprudenza fa rima con prudenza; però quest'ultima non è sempre una virtù.
Ma chissà che altro dovrebbe mai succedere, più di quanto è già successo negli ultimi e convulsi giorni di dicembre. In una parola: il sequestro della dignità parlamentare. Con una legge approvata (per la prima volta nella storia repubblicana) senza mai venire discussa in commissione, né al Senato né alla Camera. Con i deputati dapprima alle prese con un articolato normativo già superato dagli accordi di Bruxelles, poi stretti dalla tenaglia del maxiemendamento e del voto di fiducia. E con i senatori chiamati a votare un testo di 195 pagine, 1150 commi e qualche miliardo di cavilli senza neanche leggerlo, perché non ne hanno avuto il tempo, perché il governo ha partorito la creatura l'ultimo minuto dell'ultimo giorno.
Da qui tempi strangolati, Camere impiccate. Guai a valutare, guai a discutere o emendare, altrimenti cadiamo nell'esercizio provvisorio del bilancio, dicevano dai banchi dell'esecutivo. Ma sta di fatto che quest'ultima è un'eventualità prevista e regolata dalla Costituzione (articolo 81), mentre il bavaglio al Parlamento è vietato, è un crimine costituzionale. E allora, chi si dovrebbe opporre? In teoria lo stesso Parlamento, aprendo un conflitto d'attribuzioni nei confronti del governo. Tuttavia il Parlamento decide a maggioranza, ed è la stessa maggioranza che esprime poi il governo: difficile immaginare un suicidio di massa, semmai di questi tempi va di moda l'omicidio.
Certo, c'erano un paio di precedenti. Sia nel caso della legge elettorale (ordinanza n. 277 del 2017), sia nel caso del memorandum d'intesa con la Libia (ordinanza n. 163 del 2018), ai singoli parlamentari era già stato precluso l'accesso alla giustizia costituzionale. E d'altronde le minoranze in Parlamento non costituiscono un potere dello Stato, stando alla tripartizione (legislativo, esecutivo, giudiziario) elaborata dal vecchio Montesquieu. Lui, però, scriveva nel 1748; nel frattempo il paesaggio è cambiato. In caso contrario non ci spiegheremmo perché mai nel Regno Unito - culla della democrazia parlamentare - il leader dell'opposizione riceva perfino uno stipendio dallo Stato. Succede perché la democrazia è potere bilanciato da contropoteri, e perché il vero contropotere del governo è l'opposizione in Parlamento, non già la maggioranza che lo sostiene con il voto di fiducia.
Nel frattempo, il niet della Consulta innesca un paradosso: 37 senatori bastano per porre una mozione di sfiducia contro il governo in carica, tuttavia non sono sufficienti per trascinarlo dinanzi al tribunale costituzionale. Paradosso doppio, dato che il vuoto di tutela s'allarga alla stessa legge di bilancio, la più importante fra le leggi ordinarie e al contempo la più insindacabile, quantomeno rispetto alla sua gestazione. Magari nella circostanza la Consulta avrà agito con il timore di rinnegare i propri precedenti, e del resto giurisprudenza fa rima con prudenza; però quest'ultima non è sempre una virtù.