Yascha Mounk: attenti ai profeti della rabbia contro le élite
Raffaella De Santis , di RAFFAELLA DE SANTISIl politologo americano, esperto di populismi, interviene nel confronto di opinioni lanciato da Alessandro Baricco sul nostro giornale. E sostiene che il vero rischio per la democrazia non è nel conflitto, ma in chi lo strumentalizza a fini elettorali
La crisi delle élite per Yascha Mounk non è una febbre passeggera, ma un fenomeno in incubazione da tempo da non prendere sotto gamba. Per il politologo trentaseienne di origine tedesca docente di Teoria politica ad Harvard, il rischio di una sottovalutazione potrebbe portare alla fine della democrazia. «La situazione è grave» dice rispondendo a Repubblica da Washington, e intervenendo così nel dibattito sul tema “élite e popolo” lanciato su queste pagine da Alessandro Baricco. «Bisogna reagire, se non vogliamo ritrovarci a vivere dentro sistemi autoritari».
Mounk è salito alla ribalta grazie a un libro di grande successo, Popolo vs Democrazia (Feltrinelli) nel quale analizza il fenomeno populista e la crisi del sistema democratico liberale. Ha il pregio della chiarezza: tutto ha avuto inizio quando il futuro è stato cancellato dal nostro orizzonte di vita. Ma il problema non è la rabbia, &egr…
Mounk è salito alla ribalta grazie a un libro di grande successo, Popolo vs Democrazia (Feltrinelli) nel quale analizza il fenomeno populista e la crisi del sistema democratico liberale. Ha il pregio della chiarezza: tutto ha avuto inizio quando il futuro è stato cancellato dal nostro orizzonte di vita. Ma il problema non è la rabbia, &egr…
La crisi delle élite per Yascha Mounk non è una febbre passeggera, ma un fenomeno in incubazione da tempo da non prendere sotto gamba. Per il politologo trentaseienne di origine tedesca docente di Teoria politica ad Harvard, il rischio di una sottovalutazione potrebbe portare alla fine della democrazia. «La situazione è grave» dice rispondendo a Repubblica da Washington, e intervenendo così nel dibattito sul tema “élite e popolo” lanciato su queste pagine da Alessandro Baricco. «Bisogna reagire, se non vogliamo ritrovarci a vivere dentro sistemi autoritari».
Mounk è salito alla ribalta grazie a un libro di grande successo, Popolo vs Democrazia (Feltrinelli) nel quale analizza il fenomeno populista e la crisi del sistema democratico liberale. Ha il pregio della chiarezza: tutto ha avuto inizio quando il futuro è stato cancellato dal nostro orizzonte di vita. Ma il problema non è la rabbia, è semmai chi la cavalca.
Quando è iniziato questo processo di lenta erosione delle certezze democratiche?
«È piuttosto recente. A un certo punto è venuta a mancare la speranza in un miglioramento. Guardiamo all’Italia. A partire dal boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta, gli italiani hanno visto migliorare le proprie condizioni di vita. I genitori credevano che i loro figli avrebbero vissuto meglio, avrebbero avuto più possibilità. Ancora negli anni Ottanta la crescita economica era costante e si pensava al domani in modo positivo. Ora questo processo si è interrotto e la conseguenza è una crisi di fiducia nei confronti delle élite».
Pensa davvero che una tale sfiducia possa portare al crollo della democrazia?
«Senza dubbio, i populismi autoritari stanno crescendo ovunque. Il fenomeno va avanti da anni e sappiamo cosa accade quando arrivano a governare: basta osservare paesi come la Turchia, la Russia o l’Ungheria o aver presenti i populisti di sinistra venezuelani, per capire quanto questi movimenti possano essere pericolosi».
Come si ricostruisce la speranza nel futuro?
«Con le riforme economiche prima di tutto, concependo in un altro modo la globalizzazione. Non ha senso opporsi al libero scambio globale ma la politica deve dimostrare che può controllare questi fenomeni, chiedendo ad esempio a Apple e a Google di pagare tasse sui profitti che realizzano nei vari territori».
Quali sono le cause della deriva populista: la crisi economica, le cecità delle élite, il nuovo ruolo di Internet?
«Le ragioni sono tante. Le élite non hanno saputo combattere la corruzione né fare le riforme di cui c’era bisogno. Hanno le loro colpe, ma non si può imputare la crisi unicamente ai loro sbagli. Non dobbiamo trascurare la rivoluzione tecnologica degli ultimi anni. Fino a venticinque anni fa, le élite potevano decidere di cosa discutere o non discutere nella sfera pubblica. Con l’avvento di Internet e dei social network il loro potere è stato ridimensionato, altre voci sono state incluse nel dibattito. Il che è positivo, perché riduce le disuguaglianze, ma comporta dei rischi. Fake news e messaggi razzisti hanno in Rete la loro cassa di risonanza».
Studiose come Mariana Mazzucato e Nadia Urbinati, intervenendo nel confronto di idee lanciato da Alessandro Baricco, hanno sostenuto la necessità del conflitto e dell’antagonismo sociale nella vita democratica. Non è semplificatorio stigmatizzare la rabbia di chi si sente escluso?
«L’animale umano ha un senso di giustizia molto forte e reagisce quando si trova di fronte a un’ingiustizia. L’insoddisfazione è positiva e ci ha fatto andare avanti nei processi di civilizzazione. La rabbia in sé non è populista, ma è populista strumentalizzarla, presentarsi come il solo rappresentante legittimo del malcontento popolare, utilizzare il risentimento per conquistare il potere».
Qual è il rischio?
«Che una volta andati al potere questi movimenti dimentichino gli interessi delle persone. Basta guardare a quanto è successo a Budapest o a Caracas».
Perché nel suo libro scrive che i Millennial sono meno affezionati alla democrazia?
«I più anziani hanno conosciuto il fascismo e il comunismo per esperienza personale o familiare. I giovani ne hanno un’idea più astratta, possono essere tentati dal provare qualcosa di nuovo senza valutare seriamente il pericolo.
Hanno lauree e non hanno lavori adeguati. Sono delusi.
«Ma un giovane laureato più che ricevere un aiuto dallo Stato desidera un lavoro che gli permetta di mettere a frutto i suoi talenti e fare qualcosa di utile per la società».
La parola “populismo” può essere usata dalle élite per screditare gli avversari?
«Ogni parola può essere usata in modi diversi. La parola populismo, utilizzata in maniera responsabile, ha un significato importante: indica quei movimenti che si reputano i soli legittimati a parlare in nome del popolo, facendo apparire gli altri come traditori».
Come nemici?
«Bisognerebbe distinguere tra nemico e avversario. In una democrazia è importante riconoscere le ragioni di chi si oppone in modo anche energico, ma la regola base è accettare che il proprio avversario vinca e governi. Il problema del populismo è che l’avversario diventa il nemico e come tale deve essere distrutto».
Lei paventa la fine delle democrazie liberali sotto i colpi dei populisti. Non teme che la sua analisi sarà smentita?
«Me lo auguro. Spero che un’opposizione democratica sconfiggerà i populisti. Ciò non vuol dire che la mia tesi sia sbagliata. Se la democrazia si salverà è perché una volta individuato il rischio abbiamo saputo reagire».
Le élite e il popolo: vai allo speciale con tutti gli interventi sul tema lanciato da Alessandro Baricco
Mounk è salito alla ribalta grazie a un libro di grande successo, Popolo vs Democrazia (Feltrinelli) nel quale analizza il fenomeno populista e la crisi del sistema democratico liberale. Ha il pregio della chiarezza: tutto ha avuto inizio quando il futuro è stato cancellato dal nostro orizzonte di vita. Ma il problema non è la rabbia, è semmai chi la cavalca.
Quando è iniziato questo processo di lenta erosione delle certezze democratiche?
«È piuttosto recente. A un certo punto è venuta a mancare la speranza in un miglioramento. Guardiamo all’Italia. A partire dal boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta, gli italiani hanno visto migliorare le proprie condizioni di vita. I genitori credevano che i loro figli avrebbero vissuto meglio, avrebbero avuto più possibilità. Ancora negli anni Ottanta la crescita economica era costante e si pensava al domani in modo positivo. Ora questo processo si è interrotto e la conseguenza è una crisi di fiducia nei confronti delle élite».
Pensa davvero che una tale sfiducia possa portare al crollo della democrazia?
«Senza dubbio, i populismi autoritari stanno crescendo ovunque. Il fenomeno va avanti da anni e sappiamo cosa accade quando arrivano a governare: basta osservare paesi come la Turchia, la Russia o l’Ungheria o aver presenti i populisti di sinistra venezuelani, per capire quanto questi movimenti possano essere pericolosi».
Come si ricostruisce la speranza nel futuro?
«Con le riforme economiche prima di tutto, concependo in un altro modo la globalizzazione. Non ha senso opporsi al libero scambio globale ma la politica deve dimostrare che può controllare questi fenomeni, chiedendo ad esempio a Apple e a Google di pagare tasse sui profitti che realizzano nei vari territori».
Quali sono le cause della deriva populista: la crisi economica, le cecità delle élite, il nuovo ruolo di Internet?
«Le ragioni sono tante. Le élite non hanno saputo combattere la corruzione né fare le riforme di cui c’era bisogno. Hanno le loro colpe, ma non si può imputare la crisi unicamente ai loro sbagli. Non dobbiamo trascurare la rivoluzione tecnologica degli ultimi anni. Fino a venticinque anni fa, le élite potevano decidere di cosa discutere o non discutere nella sfera pubblica. Con l’avvento di Internet e dei social network il loro potere è stato ridimensionato, altre voci sono state incluse nel dibattito. Il che è positivo, perché riduce le disuguaglianze, ma comporta dei rischi. Fake news e messaggi razzisti hanno in Rete la loro cassa di risonanza».
Studiose come Mariana Mazzucato e Nadia Urbinati, intervenendo nel confronto di idee lanciato da Alessandro Baricco, hanno sostenuto la necessità del conflitto e dell’antagonismo sociale nella vita democratica. Non è semplificatorio stigmatizzare la rabbia di chi si sente escluso?
«L’animale umano ha un senso di giustizia molto forte e reagisce quando si trova di fronte a un’ingiustizia. L’insoddisfazione è positiva e ci ha fatto andare avanti nei processi di civilizzazione. La rabbia in sé non è populista, ma è populista strumentalizzarla, presentarsi come il solo rappresentante legittimo del malcontento popolare, utilizzare il risentimento per conquistare il potere».
Qual è il rischio?
«Che una volta andati al potere questi movimenti dimentichino gli interessi delle persone. Basta guardare a quanto è successo a Budapest o a Caracas».
Perché nel suo libro scrive che i Millennial sono meno affezionati alla democrazia?
«I più anziani hanno conosciuto il fascismo e il comunismo per esperienza personale o familiare. I giovani ne hanno un’idea più astratta, possono essere tentati dal provare qualcosa di nuovo senza valutare seriamente il pericolo.
Hanno lauree e non hanno lavori adeguati. Sono delusi.
«Ma un giovane laureato più che ricevere un aiuto dallo Stato desidera un lavoro che gli permetta di mettere a frutto i suoi talenti e fare qualcosa di utile per la società».
La parola “populismo” può essere usata dalle élite per screditare gli avversari?
«Ogni parola può essere usata in modi diversi. La parola populismo, utilizzata in maniera responsabile, ha un significato importante: indica quei movimenti che si reputano i soli legittimati a parlare in nome del popolo, facendo apparire gli altri come traditori».
Come nemici?
«Bisognerebbe distinguere tra nemico e avversario. In una democrazia è importante riconoscere le ragioni di chi si oppone in modo anche energico, ma la regola base è accettare che il proprio avversario vinca e governi. Il problema del populismo è che l’avversario diventa il nemico e come tale deve essere distrutto».
Lei paventa la fine delle democrazie liberali sotto i colpi dei populisti. Non teme che la sua analisi sarà smentita?
«Me lo auguro. Spero che un’opposizione democratica sconfiggerà i populisti. Ciò non vuol dire che la mia tesi sia sbagliata. Se la democrazia si salverà è perché una volta individuato il rischio abbiamo saputo reagire».
Le élite e il popolo: vai allo speciale con tutti gli interventi sul tema lanciato da Alessandro Baricco