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(ansa)

Venezuela, la partita di Trump

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Nella condanna di Maduro e nel sostegno a Guaidó non c’è un obiettivo chiaro se non la voglia di ribadire un'egemonia planetaria da parte degli Stati Uniti
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Per sfuggire alla tagliola dello “Shutdown”, la chiusura parziale del governo entrata nel secondo mese, nonché al lento e inesorabile procedere dell’inchiesta giudiziaria, il presidente Donald Trump mette il piedone nel disastro umano e politico chiamato Venezuela e riconosce come presidente legittimo “ad interim” il leader dell’opposizione, Juan Guaidó contro Nicolás Maduro in carica. Lo seguono alcune nazioni sudamericane, il Paraguay, l’Argentina, il Brasile di Bolsonaro, la Colombia investita dall’invasione dei profughi e il Canada. Per fare che cosa, per quali obiettivi concreti, con quali azioni, naturalmente Trump, e la sua principale consigliera, la figlia Ivanka che ha prontamente ritwittato il grido di battaglia del papà ai venezuelani, non dice, secondo la collaudata prassi trumpiana di proclamare prima di spiegare o valutare le conseguenze. Lascia “tutte le possibilità sul tavolo&…
Per sfuggire alla tagliola dello “Shutdown”, la chiusura parziale del governo entrata nel secondo mese, nonché al lento e inesorabile procedere dell’inchiesta giudiziaria, il presidente Donald Trump mette il piedone nel disastro umano e politico chiamato Venezuela e riconosce come presidente legittimo “ad interim” il leader dell’opposizione, Juan Guaidó contro Nicolás Maduro in carica. Lo seguono alcune nazioni sudamericane, il Paraguay, l’Argentina, il Brasile di Bolsonaro, la Colombia investita dall’invasione dei profughi e il Canada. Per fare che cosa, per quali obiettivi concreti, con quali azioni, naturalmente Trump, e la sua principale consigliera, la figlia Ivanka che ha prontamente ritwittato il grido di battaglia del papà ai venezuelani, non dice, secondo la collaudata prassi trumpiana di proclamare prima di spiegare o valutare le conseguenze. Lascia “tutte le possibilità sul tavolo”: formula che non afferma né smentisce. Ma almeno in questa occasione l’unanimità di condanna per Maduro e il disastro di una nazione di trenta milioni di abitanti alla fame dalla quale sono già fuggiti tre milioni di profughi, con le farmacie spoglie e i pochi commercianti aperti che rifiutano di essere pagati nella inutile valuta ufficiale dal tronfio nome di “Bolivar Soberano” (in omaggio alla retorica globale del “sovranismo” che tutto risolve), esiste.
 
Guaidó ha il sostegno dell’agonizzante parlamento di Caracas dove l’opposizione ha un’inutile maggioranza, mentre Maduro è stato rieletto fino al 2025 la scorsa primavera, in un’elezione farsescamente tragica. E nonostante il disastro — il glorioso Bolivar Soberano cambia di mano, se trova mani caritatevoli, al prezzo di almeno quattro milioni per un solo dollaro US — qualche residuo di nostalgia e di fiducia nell’illusione chavista proseguita da Maduro, sopravvive tra i più poveri. Conta ancora sul sostegno di governi come quello cubano, dunque aggiungendo, alla retorica “libertadora” dell’improbabile rivoluzionario Trump, il retrogusto anticomunista necessario per la sua base elettorale. In pratica una sbruffonata, odorosa di antiche dottrine interventiste ed egemoniche americane, lanciate un paio di secoli fa in chiave anticolonialista dal presidente James Monroe, per accelerare la fine del disastro chavista e madurista. Ma Trump, il profeta dell’America First e allergico a ogni forma di interventismo anche umanitario, robaccia da Obama o Clinton, non può concepire azioni militari per salvare i venezuelani, lui che freme per fuggire dalla Siria. 
 
Ricostruire un Venezuela stremato nonostante nel sottosuolo ribolla la più grande riserva di petrolio scoperta sulla Terra, è impensabile. Mentre in silenzio e contanti alla mano i cinesi stanno sbarcando per garantirsi l’accesso al greggio comperato a prezzi di saldo fine epoca, senza proclami né tweets di leader politici e famiglie. Quella di Donald e Ivanka, subito appoggiata dal sempre scodinzolante vice Mike Pence, è la boutade del giorno, un “facite ammuina” sonoro quanto vuoto di contenuti, ma non è detto che non abbia conseguenze imprevedibili, perché da ieri il governo degli Stati Uniti è ufficialmente schierato con l’oppositore di un Presidente in carica, riconosciuto dall’Onu.
 
Ci ricorda, più dei Marines o della Cia (dal Nicaragua alla Repubblica Dominicana, al Cile, a Panama, all’operetta reaganiana di Grenada o in Iraq per “esportare la democrazia”), gli appelli alla ribellione che le radio americane in Europa, il presidente Eisenhower e il Segretario di Stato Foster Dulles, lanciavano agli ungheresi nel 1956, promettendo ogni sostegno. I giovani con le bottiglie molotov e forconi contro i panzer sovietici attesero invano, a Budapest. Si batterono e morirono da soli, gli ungheresi.