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Giacomo Leopardi 

Gennaro Maria Barbuto: Leopardi l’aveva capito, all’Italia serve un’altra élite

Lo studioso e docente di Storia delle dottrine politiche all'università di Napoli interviene nel dibattito lanciato sul nostro giornale da Alessandro Baricco
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La crisi delle élite non nasce oggi ma fa parte del costume degli italiani. Naturalmente bisogna intendersi sul concetto di élite. Ma dando per buono che possiamo definire élite la cerchia ristretta della classe dirigente, è interessante tentare di definire storicamente un fenomeno che per quanto esteso è molto italiano. I motivi? Tantissimi. Gennaro Maria Barbuto, docente di Storia delle dottrine politiche all'università Federico II di Napoli, ne individua però prevalentemente uno: "La verità è che in Italia si è registrata fin dal passato la mancanza di una classe dirigente sensibile alle istanze popolari".

Nel suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani Leopardi diceva la stessa cosa.
"Sia Leopardi che Francesco De Sanctis hanno riflettuto sulla mancanza di una classe dirigente in grado di rappresentare una guida per la nazione. La necessità di una riforma intelle…
La crisi delle élite non nasce oggi ma fa parte del costume degli italiani. Naturalmente bisogna intendersi sul concetto di élite. Ma dando per buono che possiamo definire élite la cerchia ristretta della classe dirigente, è interessante tentare di definire storicamente un fenomeno che per quanto esteso è molto italiano. I motivi? Tantissimi. Gennaro Maria Barbuto, docente di Storia delle dottrine politiche all'università Federico II di Napoli, ne individua però prevalentemente uno: "La verità è che in Italia si è registrata fin dal passato la mancanza di una classe dirigente sensibile alle istanze popolari".

Nel suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani Leopardi diceva la stessa cosa.
"Sia Leopardi che Francesco De Sanctis hanno riflettuto sulla mancanza di una classe dirigente in grado di rappresentare una guida per la nazione. La necessità di una riforma intellettuale e civile degli italiani sarà poi al centro degli interessi di Benedetto Croce e Antonio Gramsci".

È un problema prevalentemente italiano?
"Leopardi avverte la discrasia tra Italia e paesi più civilizzati, tra cui la Francia, la Germania e l'Inghilterra. Nel nostro Paese, spiega, manca una "società stretta", dunque una élite, che sappia educare a valori etico e civili un popolo al quale rimane invece indifferente ed estranea".

Sta dicendo che fa parte del nostro dna storico e culturale una certa sordità alle istanze del popolo?
"Intendiamoci, in ogni governo, ieri come oggi, è un'illusione che si possa realizzare una completa osmosi tra élite e popolo, elettori ed eletti. Ma da tempo la nostra classe dirigente non è espressione delle istanze che vengono dal basso. È autoreferenziale e non costituisce un esempio di costume civile. Lo scollamento dal popolo assume in Italia un carattere patologico".

Non è azzardato accomunare passato e presente?
"Ora la situazione è diventata esplosiva a causa della crisi economica e della rivoluzione digitale, ma ha un radicamento storico plurisecolare. È importare inquadrare la questione da una prospettiva più ampia. Nel nostro paese la divaricazione tra élite e popolo inizia nel Rinascimento, proprio nel periodo di maggiore splendore culturale. Il cambiamento è evidente anche in campo letterario: la Divina Commedia era recitata e conosciuta anche dai ciabattini, mentre l'Orlando Furioso circolerà soprattutto nelle corti".

Questa analisi può contribuire a spiegare la crisi attuale della sinistra?
"La sinistra avrebbe dovuto mostrarsi più sensibile alle istanze del popolo e invece abbiamo assistito allo sfaldamento del suo radicamento nelle periferie, nelle fabbriche, nella società. Dopo il crollo del Muro, non è stata più capace di elaborare una propria inedita ideologia. È stata affascinata dal mito della Silicon Valley dimenticando l'angoscia delle persone".

L'assenza di un centro politico-culturale ha come effetto l'imbarbarimento del linguaggio?
"È quanto sta accadendo, sta scomparendo dal nostro orizzonte la conversazione civile. Si guardi all'uso distorto di Internet: i social stanno diventando esalazioni di fogna in cui riversare l'odio per lo straniero. Invece di capire che il fenomeno dell'immigrazione è un processo inarrestabile, da governare al meglio, si preferisce erigere muri, senza conoscere la realtà oggettiva, senza basarsi sui dati. È diventato più facile affidarsi agli slogan piuttosto che a un discorso analitico e storico".

Gli elettori sono diventati audience?
"Nel presentismo del web non c'è posto per l'approfondimento: esiste solo il presente, assistiamo alla negazione di ogni possibilità di argomentare, vince un linguaggio degradato che rimanda a un nichilismo culturale e politico".

Si è tornati a parlare del rischio dell'uomo solo al comando. Lei è anche uno studioso di Machiavelli. Come interpretare la vocazione leaderistica della politica dei nostri giorni?
"Secondo Machiavelli in queste fasi occorre un "eccellentissimo principe" che riesca a dare ordini e leggi a un corpo civile. Non vorrei però che la teoria venisse fraintesa: Machiavelli pensava a un governo del popolo che formasse cittadini rispettosi della legge e delle istituzioni. Il riferimento era a grandi principi che cercassero di formare grandi popoli".

Niente a che vedere con i leader attuali?
"Più che principi sembrano caricature, privi come sono di una vera cultura costituzionale".

Siamo condannati a ripetere gli stessi errori?
"Tranne alcuni momenti eroici, come nel secondo dopoguerra, l'Italia è ancora la terra delle lotte tra guelfi e ghibellini. Un grande poeta come Umberto Saba diceva che il popolo italiano rimane quello fratricida di Romolo e Remo".

Leggi tutti i contributi al dibattito su "élite e popolo" lanciato da Alessandro Baricco