Venezuela, guerra fredda a Caracas
Federico Rampini , di FEDERICO RAMPINIMaduro ha regalato l’economia del Paese a esercito, Russia e Cina. Ma questa non è una riedizione della crisi di Cuba del 1962. Troppe cose sono cambiate
Il Venezuela con "due presidenti" spacca il mondo intero. L'ultimatum a Washington perché ritiri da Caracas i suoi diplomatici, respinto al mittente da Donald Trump, crea le possibili condizioni per un casus belli. La tensione può ricordare i peggiori momenti della Guerra fredda, con l'America da una parte, l'Europa "quasi" allineata suo malgrado, Russia e Cina dall'altra parte coi loro alleati. Ma questa non è una riedizione della crisi di Cuba che nel 1962 portò il pianeta sull'orlo di un conflitto nucleare. Troppe cose sono cambiate da allora, e il cambiamento più importante non è Trump.
La differenza sostanziale in quell'area del mondo è che gli "esperimenti socialisti" sono falliti tragicamente, e una maggioranza dei Paesi latinoamericani ha deciso di condannare i loro feroci epigoni. Maduro tenta di ravvivare il patriottismo delle "repubbliche bolivariane", denuncia …
La differenza sostanziale in quell'area del mondo è che gli "esperimenti socialisti" sono falliti tragicamente, e una maggioranza dei Paesi latinoamericani ha deciso di condannare i loro feroci epigoni. Maduro tenta di ravvivare il patriottismo delle "repubbliche bolivariane", denuncia …
Il Venezuela con "due presidenti" spacca il mondo intero. L'ultimatum a Washington perché ritiri da Caracas i suoi diplomatici, respinto al mittente da Donald Trump, crea le possibili condizioni per un casus belli. La tensione può ricordare i peggiori momenti della Guerra fredda, con l'America da una parte, l'Europa "quasi" allineata suo malgrado, Russia e Cina dall'altra parte coi loro alleati. Ma questa non è una riedizione della crisi di Cuba che nel 1962 portò il pianeta sull'orlo di un conflitto nucleare. Troppe cose sono cambiate da allora, e il cambiamento più importante non è Trump.
La differenza sostanziale in quell'area del mondo è che gli "esperimenti socialisti" sono falliti tragicamente, e una maggioranza dei Paesi latinoamericani ha deciso di condannare i loro feroci epigoni. Maduro tenta di ravvivare il patriottismo delle "repubbliche bolivariane", denuncia "un intervento gringo". Ma la sua retorica patriottarda è un'impostura ideologica, sempre più logora, per mascherare i crimini contro il suo popolo. L'erede di Chávez è riuscito a ridurre alla fame una nazione ricca di petrolio, ha costretto alla fuga tre milioni di suoi concittadini (non stupisce che con lui solidarizzi Assad...), ha scatenato un'iperinflazione che galoppa al ritmo dei "dieci milioni per cento" (mai vista nella storia). Nelle manifestazioni di protesta contro di lui 230 sono stati uccisi dalla polizia, 13.000 sono gli arrestati. Ha stravolto la Costituzione, ha esautorato il Parlamento, ha riempito le carceri di oppositori inclusi rappresentanti eletti del popolo.
L'unica ragione per cui Maduro sta in piedi? Ha regalato l'economia del Venezuela a un trio composto dal suo esercito, Russia, e Cina. Dopo anni in cui i protettori esteri del dittatore hanno ignorato la sorte del suo popolo - e gran parte dell'opinione pubblica internazionale si è voltata dall'altra parte - ora Vladimir Putin denuncia una "violazione dei principi della legalità internazionale", accusa l'America di orchestrare un golpe.
Ma la legalità è stata violata alle ultime elezioni. Non a caso la maggioranza dei governi latinoamericani si sono rifiutati di riconoscere la rielezione di Maduro per un secondo mandato, hanno disertato le cerimonie d'insediamento, in certi casi hanno chiuso le ambasciate. Che Trump evochi la possibilità di un intervento militare Usa perché una crisi internazionale può distrarre dai suoi guai interni (lo shutdown), nulla toglie al dramma umanitario del Venezuela. Anche il mite progressista che governa il Canada, Justin Trudeau, ha deciso di riconoscere come vero presidente a Caracas il 35enne Juan Guaidó. L'Unione europea, sempre indecisa a tutto, ha preso una posizione inutilmente più sfumata. Ha detto che la "voce del popolo non può essere ignorata", ha condannato Maduro, senza riconoscere formalmente Guaidó. L'unico che si è spinto un po' più avanti è Emmanuel Macron che ha detto di "sostenere la restaurazione democratica, contro l'elezione illegittima di Maduro". Le sottigliezze diplomatiche degli europei interessano poco, perché la loro voce in quella parte del mondo conta sempre meno.
Non siamo a un remake della crisi di Cuba nel 1962, perché i rapporti di forze politici in America latina oggi sono a favore degli Stati Uniti; e nell'ipotesi di un intervento militare americano la Russia non avrebbe molti mezzi per rispondere. Tuttavia l'arrivo di soldati Usa a Caracas - fosse pure col pretesto di proteggere i loro diplomatici minacciati - sarebbe pericoloso. Darebbe un'ultima occasione a Maduro per giocare la carta falsa del patriottismo, della mobilitazione contro l'imperialismo yankee. Una parte del suo popolo, e probabilmente la maggioranza dei militari, farebbe quadrato attorno all'autocrate, ricompattati dallo spettacolo delle divise dello Zio Sam.
La via preferibile è un'altra: che Guaidó si appelli alle Nazioni Unite e soprattutto ai 14 Paesi del Gruppo di Lima, perché intervengano a difendere il popolo del Venezuela e a salvarlo da una tragedia. Maduro è circondato da grandi nazioni vicine, ben più democratiche della sua, che tutte insieme possono agire per ripristinare la legalità e i diritti umani in un Paese che ha sofferto già troppo.
La differenza sostanziale in quell'area del mondo è che gli "esperimenti socialisti" sono falliti tragicamente, e una maggioranza dei Paesi latinoamericani ha deciso di condannare i loro feroci epigoni. Maduro tenta di ravvivare il patriottismo delle "repubbliche bolivariane", denuncia "un intervento gringo". Ma la sua retorica patriottarda è un'impostura ideologica, sempre più logora, per mascherare i crimini contro il suo popolo. L'erede di Chávez è riuscito a ridurre alla fame una nazione ricca di petrolio, ha costretto alla fuga tre milioni di suoi concittadini (non stupisce che con lui solidarizzi Assad...), ha scatenato un'iperinflazione che galoppa al ritmo dei "dieci milioni per cento" (mai vista nella storia). Nelle manifestazioni di protesta contro di lui 230 sono stati uccisi dalla polizia, 13.000 sono gli arrestati. Ha stravolto la Costituzione, ha esautorato il Parlamento, ha riempito le carceri di oppositori inclusi rappresentanti eletti del popolo.
L'unica ragione per cui Maduro sta in piedi? Ha regalato l'economia del Venezuela a un trio composto dal suo esercito, Russia, e Cina. Dopo anni in cui i protettori esteri del dittatore hanno ignorato la sorte del suo popolo - e gran parte dell'opinione pubblica internazionale si è voltata dall'altra parte - ora Vladimir Putin denuncia una "violazione dei principi della legalità internazionale", accusa l'America di orchestrare un golpe.
Ma la legalità è stata violata alle ultime elezioni. Non a caso la maggioranza dei governi latinoamericani si sono rifiutati di riconoscere la rielezione di Maduro per un secondo mandato, hanno disertato le cerimonie d'insediamento, in certi casi hanno chiuso le ambasciate. Che Trump evochi la possibilità di un intervento militare Usa perché una crisi internazionale può distrarre dai suoi guai interni (lo shutdown), nulla toglie al dramma umanitario del Venezuela. Anche il mite progressista che governa il Canada, Justin Trudeau, ha deciso di riconoscere come vero presidente a Caracas il 35enne Juan Guaidó. L'Unione europea, sempre indecisa a tutto, ha preso una posizione inutilmente più sfumata. Ha detto che la "voce del popolo non può essere ignorata", ha condannato Maduro, senza riconoscere formalmente Guaidó. L'unico che si è spinto un po' più avanti è Emmanuel Macron che ha detto di "sostenere la restaurazione democratica, contro l'elezione illegittima di Maduro". Le sottigliezze diplomatiche degli europei interessano poco, perché la loro voce in quella parte del mondo conta sempre meno.
Non siamo a un remake della crisi di Cuba nel 1962, perché i rapporti di forze politici in America latina oggi sono a favore degli Stati Uniti; e nell'ipotesi di un intervento militare americano la Russia non avrebbe molti mezzi per rispondere. Tuttavia l'arrivo di soldati Usa a Caracas - fosse pure col pretesto di proteggere i loro diplomatici minacciati - sarebbe pericoloso. Darebbe un'ultima occasione a Maduro per giocare la carta falsa del patriottismo, della mobilitazione contro l'imperialismo yankee. Una parte del suo popolo, e probabilmente la maggioranza dei militari, farebbe quadrato attorno all'autocrate, ricompattati dallo spettacolo delle divise dello Zio Sam.
La via preferibile è un'altra: che Guaidó si appelli alle Nazioni Unite e soprattutto ai 14 Paesi del Gruppo di Lima, perché intervengano a difendere il popolo del Venezuela e a salvarlo da una tragedia. Maduro è circondato da grandi nazioni vicine, ben più democratiche della sua, che tutte insieme possono agire per ripristinare la legalità e i diritti umani in un Paese che ha sofferto già troppo.