La nostra unità perduta in risse perenni
Michele Ainis , di MICHELE AINISSiamo così abituati allo scontro da chiudere gli occhi sull'incontro quelle rare volte in cui la politica sperimenta delle convergenze
Il presidente della Repubblica rappresenta "l'unità nazionale", dice l'articolo 87 della Costituzione. Di questi tempi, è dunque il rappresentante d'un fantasma. La sola unità - peraltro anch'essa fragile e precaria - corre fra gruppi, consorterie o fazioni armate l'una contro l'altra. Ne è prova lo spoils system che accompagna gli avvicendamenti nelle stanze del potere, dai municipi al governo nazionale; ne è specchio il linguaggio usato dai politici. Dove monta un'onda di disprezzo verso gli avversari, sicché la maggioranza deride chi si trovi in minoranza, mentre quest'ultima nega alla prima ogni legittimità per governare.
Con quali conseguenze? Le illustra, con l'eloquenza dei numeri, il voto di domenica in Sardegna per le elezioni suppletive: affluenza al 15,6%, nonostante i tour elettorali di Salvini, Toninelli, Di Maio, Berlusconi. Evidentemente questo spettacolo non sa più ra…
Con quali conseguenze? Le illustra, con l'eloquenza dei numeri, il voto di domenica in Sardegna per le elezioni suppletive: affluenza al 15,6%, nonostante i tour elettorali di Salvini, Toninelli, Di Maio, Berlusconi. Evidentemente questo spettacolo non sa più ra…
Il presidente della Repubblica rappresenta "l'unità nazionale", dice l'articolo 87 della Costituzione. Di questi tempi, è dunque il rappresentante d'un fantasma. La sola unità - peraltro anch'essa fragile e precaria - corre fra gruppi, consorterie o fazioni armate l'una contro l'altra. Ne è prova lo spoils system che accompagna gli avvicendamenti nelle stanze del potere, dai municipi al governo nazionale; ne è specchio il linguaggio usato dai politici. Dove monta un'onda di disprezzo verso gli avversari, sicché la maggioranza deride chi si trovi in minoranza, mentre quest'ultima nega alla prima ogni legittimità per governare.
Con quali conseguenze? Le illustra, con l'eloquenza dei numeri, il voto di domenica in Sardegna per le elezioni suppletive: affluenza al 15,6%, nonostante i tour elettorali di Salvini, Toninelli, Di Maio, Berlusconi. Evidentemente questo spettacolo non sa più raccogliere un pubblico pagante, la rissa permanente fra gli attori ce lo ha reso estraneo, lontano come le guerre che infuriano su qualche remota contrada del pianeta. E tuttavia la responsabilità non è soltanto loro, degli inquilini del Palazzo. Ricade, almeno in parte, su noi stessi, su quanti di noi s'occupano della vicenda pubblica, e ne commentano gli esiti, e ne denunciano le asprezze. Perché siamo così avvezzi allo scontro da chiudere gli occhi sull'incontro, quelle rare volte in cui la politica sperimenta un soprassalto d'unità.
È il caso del referendum propositivo, il nuovo strumento di democrazia diretta ora all'esame della Camera. Al suo esordio in commissione, questa riforma fu salutata dalle opposizioni come un attentato al Parlamento, alla sua sovranità. Non c'era un quorum per rendere valida la consultazione, come accade per i referendum abrogativi; non c'era un limite stringente di materie sottratte al voto popolare; e c'era viceversa il ballottaggio fra due testi, quello varato dalle Camere e quello scritto dal comitato promotore, se il Parlamento non l'avesse sottoscritto a propria volta.
Da qui una giostra d'allarmi e d'obiezioni, anche fra alleati di governo (la Lega, per esempio, chiedeva un quorum del 33%). Da qui, contro ogni pronostico, l'accordo generale. In commissione la maggioranza accetta un paio d'emendamenti del Pd: il referendum passa se lo approva il 25% del corpo elettorale (dunque torna il quorum, sia pure ribassato); per la legge d'attuazione serve la maggioranza assoluta delle Camere (dunque le minoranze possono far pesare il proprio voto). Dopo di che, quando il disegno di legge costituzionale sbuca in aula, la relatrice del Movimento 5 Stelle presenta altri 6 emendamenti, che cancellano, fra l'altro, il ballottaggio.
Finale di partita? Si vedrà, manca ancora tempo al novantesimo minuto. Ma le premesse rendono possibile, e forse anche probabile, un voto quasi unanime. L'ha già prospettato Delrio, capogruppo Pd; e con lui vari esponenti di LeU, Più Europa, Forza Italia. Sennonché, mentre i politici s'accordano, i politologi continuano a scontrarsi. E quell'accordo rimane sotto un cono d'ombra, pressoché nascosto alla pubblica opinione, come se fosse una vergogna, un tradimento dei loro diversi elettori. Ma non è così, quando c'è di mezzo l'interesse generale. È il caso delle riforme costituzionali, come della politica estera, come delle calamità naturali. È il caso, inoltre, della tutela dei più deboli, e anche qui non difettano gli esempi, benché nessuno li racconti.
Eccone perciò qualcuno, pescando a caso fra le cronache di quest'inizio anno, su e giù per la penisola. Decisi dai partiti a voti unanimi: a Brindisi l'apertura di una struttura sull'autismo; a Verona il piano di eliminazione delle barriere architettoniche; a Imperia una mozione sul trasporto sanitario; a Perugia un ordine del giorno sull'assistenza ai ciechi; dalla regione Sardegna una legge per la cura della fibromialgia; dalla regione Lazio un emendamento che vieta la mediazione familiare nei casi di violenza; e via via, l'elenco potrebbe continuare. E magari potrebbe inanellare, come prova d'unità fra la nostra gente e le altre genti, l'episodio avvenuto il 10 gennaio a Torre di Melissa. Quando gli abitanti di quel borgo calabrese, di notte e nonostante il gelo, si sono buttati fra le onde per salvare 51 migranti alla deriva su un barchino. Senza attendere i soccorsi, né l'autorizzazione del ministero dell'Interno.
No, non si tratta d'elargire qualche grammo di buonismo. Non usa più, non è più di moda. Si tratta piuttosto di raccogliere, dopo mezzo secolo, l'appello di Italo Calvino (Le città invisibili, 1972): "Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio".
Con quali conseguenze? Le illustra, con l'eloquenza dei numeri, il voto di domenica in Sardegna per le elezioni suppletive: affluenza al 15,6%, nonostante i tour elettorali di Salvini, Toninelli, Di Maio, Berlusconi. Evidentemente questo spettacolo non sa più raccogliere un pubblico pagante, la rissa permanente fra gli attori ce lo ha reso estraneo, lontano come le guerre che infuriano su qualche remota contrada del pianeta. E tuttavia la responsabilità non è soltanto loro, degli inquilini del Palazzo. Ricade, almeno in parte, su noi stessi, su quanti di noi s'occupano della vicenda pubblica, e ne commentano gli esiti, e ne denunciano le asprezze. Perché siamo così avvezzi allo scontro da chiudere gli occhi sull'incontro, quelle rare volte in cui la politica sperimenta un soprassalto d'unità.
È il caso del referendum propositivo, il nuovo strumento di democrazia diretta ora all'esame della Camera. Al suo esordio in commissione, questa riforma fu salutata dalle opposizioni come un attentato al Parlamento, alla sua sovranità. Non c'era un quorum per rendere valida la consultazione, come accade per i referendum abrogativi; non c'era un limite stringente di materie sottratte al voto popolare; e c'era viceversa il ballottaggio fra due testi, quello varato dalle Camere e quello scritto dal comitato promotore, se il Parlamento non l'avesse sottoscritto a propria volta.
Da qui una giostra d'allarmi e d'obiezioni, anche fra alleati di governo (la Lega, per esempio, chiedeva un quorum del 33%). Da qui, contro ogni pronostico, l'accordo generale. In commissione la maggioranza accetta un paio d'emendamenti del Pd: il referendum passa se lo approva il 25% del corpo elettorale (dunque torna il quorum, sia pure ribassato); per la legge d'attuazione serve la maggioranza assoluta delle Camere (dunque le minoranze possono far pesare il proprio voto). Dopo di che, quando il disegno di legge costituzionale sbuca in aula, la relatrice del Movimento 5 Stelle presenta altri 6 emendamenti, che cancellano, fra l'altro, il ballottaggio.
Finale di partita? Si vedrà, manca ancora tempo al novantesimo minuto. Ma le premesse rendono possibile, e forse anche probabile, un voto quasi unanime. L'ha già prospettato Delrio, capogruppo Pd; e con lui vari esponenti di LeU, Più Europa, Forza Italia. Sennonché, mentre i politici s'accordano, i politologi continuano a scontrarsi. E quell'accordo rimane sotto un cono d'ombra, pressoché nascosto alla pubblica opinione, come se fosse una vergogna, un tradimento dei loro diversi elettori. Ma non è così, quando c'è di mezzo l'interesse generale. È il caso delle riforme costituzionali, come della politica estera, come delle calamità naturali. È il caso, inoltre, della tutela dei più deboli, e anche qui non difettano gli esempi, benché nessuno li racconti.
Eccone perciò qualcuno, pescando a caso fra le cronache di quest'inizio anno, su e giù per la penisola. Decisi dai partiti a voti unanimi: a Brindisi l'apertura di una struttura sull'autismo; a Verona il piano di eliminazione delle barriere architettoniche; a Imperia una mozione sul trasporto sanitario; a Perugia un ordine del giorno sull'assistenza ai ciechi; dalla regione Sardegna una legge per la cura della fibromialgia; dalla regione Lazio un emendamento che vieta la mediazione familiare nei casi di violenza; e via via, l'elenco potrebbe continuare. E magari potrebbe inanellare, come prova d'unità fra la nostra gente e le altre genti, l'episodio avvenuto il 10 gennaio a Torre di Melissa. Quando gli abitanti di quel borgo calabrese, di notte e nonostante il gelo, si sono buttati fra le onde per salvare 51 migranti alla deriva su un barchino. Senza attendere i soccorsi, né l'autorizzazione del ministero dell'Interno.
No, non si tratta d'elargire qualche grammo di buonismo. Non usa più, non è più di moda. Si tratta piuttosto di raccogliere, dopo mezzo secolo, l'appello di Italo Calvino (Le città invisibili, 1972): "Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio".