Un nuovo colpo alle risorse di credibilità internazionale accumulate negli anni e nei decenni che abbiamo alle spalle viene dal recente summit di Davos. Il colloquio tra Giuseppe Conte e Angela Merkel appare come l'attraversamento di un guado, la fine di una consolidata attitudine che ha guidato e condizionato gli incontri di vertice, le conversazioni bilaterali tra capi di Stato e di governo. Certo non bisogna generalizzare né sottovalutare la circostanza informale di una chiacchierata carpita da lontano contro ogni desiderio dei protagonisti coinvolti. Ma come si fa a non cogliere la discontinuità profonda di quelle affermazioni persino nel linguaggio a tratti incomprensibile o evasivo? I silenzi conditi da sguardi imbarazzati o da riferimenti a posizioni di uomini del governo italiano come se fossero antagonisti intollerabili del profilo dell'esecutivo.
Forse la gravità di quelle argomentazioni sfugge a chi le ha pronunciate. La politica estera …
Forse la gravità di quelle argomentazioni sfugge a chi le ha pronunciate. La politica estera …
Un nuovo colpo alle risorse di credibilità internazionale accumulate negli anni e nei decenni che abbiamo alle spalle viene dal recente summit di Davos. Il colloquio tra Giuseppe Conte e Angela Merkel appare come l'attraversamento di un guado, la fine di una consolidata attitudine che ha guidato e condizionato gli incontri di vertice, le conversazioni bilaterali tra capi di Stato e di governo. Certo non bisogna generalizzare né sottovalutare la circostanza informale di una chiacchierata carpita da lontano contro ogni desiderio dei protagonisti coinvolti. Ma come si fa a non cogliere la discontinuità profonda di quelle affermazioni persino nel linguaggio a tratti incomprensibile o evasivo? I silenzi conditi da sguardi imbarazzati o da riferimenti a posizioni di uomini del governo italiano come se fossero antagonisti intollerabili del profilo dell'esecutivo.
Forse la gravità di quelle argomentazioni sfugge a chi le ha pronunciate. La politica estera non è altro dalla costruzione di reciproche forme di collaborazione e partecipazione. Un paese rappresenta se stesso in un consesso internazionale quando la sua proiezione diventa parte di un mosaico, di una costruzione comune, di una forma sempre perfettibile d'intesa con gli altri, potenziali interlocutori di strategie e interessi. E invece tornano approcci che ci riportano indietro, al tempo delle diplomazie antagoniste o peggio alle pagine più sanguinose della conflittualità europea, senza regole né confini. Che senso può avere definire un politico che è contro tutti? Come si fa a stilare una graduatoria di meriti come se si trattasse della classifica di un girone di Champions League? Con chi stare? Di qua o di là della Marna o del Reno? Preferisci il tedesco o il francese, dove batte il tuo cuore? Imbarazzante e pericoloso come un colpo di spugna sul cammino comune che ha segnato generazioni di europei. Meglio cercare di dare un peso e un senso alle parole: il nazionalismo si manifesta come calcolo utilitaristico, strategia di posizionamento immediato per avere vantaggi e argomenti da spendere nello scontro verbale di una costante campagna elettorale. Ma le parole sono pietre, soprattutto se vengono pronunciate da un Presidente del consiglio in un confronto dai potenziali risvolti politici e istituzionali. E' un terreno irricevibile, infrequentabile da chi crede che il tessuto di relazioni e condizionamenti globali sia integrato pienamente nelle forme della democrazia del nostro tempo. Le distinzioni non tengono, i confini sono superati dalla forza di processi storici che coinvolgono simultaneamente angoli diversi del pianeta.
Come si fa a sintonizzare la dialettica delle politiche europee sull'immigrazione attorno alla scelta tra la Francia e la Germania, tra Parigi e Berlino, tra le ragioni degli uni e gli interessi degli altri. In quelle argomentazioni confuse tutto appare piegato alle logiche di un calcolo elettorale, al responso di elezioni imminenti che diventano più importanti di ogni vincolo esterno, di ogni nesso con la politica internazionale, con il quadro consolidato di alleanze europee e atlantiche. I costi possono essere molto alti, per la tenuta di forme di sostegno e collaborazione reciproca, per le ricadute sulla costruzione di un multilateralismo condiviso che tra luci e ombre ha segnato i decenni che ci separano dalla seconda guerra mondiale. Meglio scegliere la battuta, una presunta frase a effetto come se si trattasse di un mossa di Risiko (spostiamo attenzioni e preferenze da una parte all'altra dello scacchiere) o peggio di chiacchiere da bar che contemplano domande senza risposte, accenni di risate imbarazzate da parte della cancelliera, richiami confusi a una non meglio definita posizione italiana declinata a seconda dei partiti che prendono il sopravvento nella coalizione di governo. Mancava solo il richiamo al contratto, la stipula della carta fondamentale della compagine giallo verde o alle frasi che Conte ha pronunciato qualche ora dopo sulla previsione di un anno meraviglioso attraversato da una nuova recessione.
Se la ragione presto o tardi riprenderà il sopravvento allora sarà più chiaro, anche a chi ricopre incarichi istituzionali, che il cammino della nostra Repubblica è parte di una storia più grande e condivisa e che spezzare quella trama rischia di trascinarci in un domani incerto e imprevedibile. Meglio il silenzio, per fermarsi in tempo prima che sia troppo tardi.
Forse la gravità di quelle argomentazioni sfugge a chi le ha pronunciate. La politica estera non è altro dalla costruzione di reciproche forme di collaborazione e partecipazione. Un paese rappresenta se stesso in un consesso internazionale quando la sua proiezione diventa parte di un mosaico, di una costruzione comune, di una forma sempre perfettibile d'intesa con gli altri, potenziali interlocutori di strategie e interessi. E invece tornano approcci che ci riportano indietro, al tempo delle diplomazie antagoniste o peggio alle pagine più sanguinose della conflittualità europea, senza regole né confini. Che senso può avere definire un politico che è contro tutti? Come si fa a stilare una graduatoria di meriti come se si trattasse della classifica di un girone di Champions League? Con chi stare? Di qua o di là della Marna o del Reno? Preferisci il tedesco o il francese, dove batte il tuo cuore? Imbarazzante e pericoloso come un colpo di spugna sul cammino comune che ha segnato generazioni di europei. Meglio cercare di dare un peso e un senso alle parole: il nazionalismo si manifesta come calcolo utilitaristico, strategia di posizionamento immediato per avere vantaggi e argomenti da spendere nello scontro verbale di una costante campagna elettorale. Ma le parole sono pietre, soprattutto se vengono pronunciate da un Presidente del consiglio in un confronto dai potenziali risvolti politici e istituzionali. E' un terreno irricevibile, infrequentabile da chi crede che il tessuto di relazioni e condizionamenti globali sia integrato pienamente nelle forme della democrazia del nostro tempo. Le distinzioni non tengono, i confini sono superati dalla forza di processi storici che coinvolgono simultaneamente angoli diversi del pianeta.
Come si fa a sintonizzare la dialettica delle politiche europee sull'immigrazione attorno alla scelta tra la Francia e la Germania, tra Parigi e Berlino, tra le ragioni degli uni e gli interessi degli altri. In quelle argomentazioni confuse tutto appare piegato alle logiche di un calcolo elettorale, al responso di elezioni imminenti che diventano più importanti di ogni vincolo esterno, di ogni nesso con la politica internazionale, con il quadro consolidato di alleanze europee e atlantiche. I costi possono essere molto alti, per la tenuta di forme di sostegno e collaborazione reciproca, per le ricadute sulla costruzione di un multilateralismo condiviso che tra luci e ombre ha segnato i decenni che ci separano dalla seconda guerra mondiale. Meglio scegliere la battuta, una presunta frase a effetto come se si trattasse di un mossa di Risiko (spostiamo attenzioni e preferenze da una parte all'altra dello scacchiere) o peggio di chiacchiere da bar che contemplano domande senza risposte, accenni di risate imbarazzate da parte della cancelliera, richiami confusi a una non meglio definita posizione italiana declinata a seconda dei partiti che prendono il sopravvento nella coalizione di governo. Mancava solo il richiamo al contratto, la stipula della carta fondamentale della compagine giallo verde o alle frasi che Conte ha pronunciato qualche ora dopo sulla previsione di un anno meraviglioso attraversato da una nuova recessione.
Se la ragione presto o tardi riprenderà il sopravvento allora sarà più chiaro, anche a chi ricopre incarichi istituzionali, che il cammino della nostra Repubblica è parte di una storia più grande e condivisa e che spezzare quella trama rischia di trascinarci in un domani incerto e imprevedibile. Meglio il silenzio, per fermarsi in tempo prima che sia troppo tardi.